I nonluoghi della dissociazione

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adolescentiNell’ultimo decennio sono fioriti studi di diversa origine e provenienza che hanno cercato di dare una spiegazione al crescente fenomeno di virtualizzazione delle piazze. Non ultimo, lo studio dell’Università di Bergamo portato avanti da Marco Lazzari, professore associato presso la Facoltà di Scienze della Formazione, dove insegna Comunicazione Multimediale e Tecnologie dell’Informazione,  e dal suo gruppo e che ha visto la recente pubblicazione di un libro molto interessante, dal titolo ”Adolescenti tra piazze reali e piazze virtuali”.

Il boom di Internet, dei social network, dei siti che promettono l’incontro del destino hanno davvero sostituito definitivamente la partitella nel cortile del palazzo, con le giacche a fare le porte delle squadre? Le “vasche” in centro e il bar sono davvero stati sostituiti dal centro commerciale di turno? Certo l’interazione, soprattutto  tra gli adolescenti, è mutata e quasi sempre passa anche – e, per fortuna, non solo – dal pc. E di certo, il centro commerciale ha un suo “fascino”, soprattutto in quelle realtà periferiche dove non c’è molto altro da vivere.

Ma in alcune realtà “difficili”, dove ci sarebbe da ristrutturare tutto, da rieducare tutti e, forse, dove sarebbe necessario ricominciare da zero, che senso ha aprire un “nonluogo” e far sì che tutto si trasferisca là?

A tal proposito, vorrei lasciare una riflessione. Che vorrei condividere coi lettori di Caffe News. Ma ho bisogno di fare un bel salto indietro nel tempo. Perdonatemi la digressione, ma se avrete la pazienza di leggere, capirete che è stato necessario.

Se ci catapultassimo nell’antichità e ci chiedessero di recarci al punto d’incontro della città, dove andreste? Semplice la risposta. L’agorà. La piazza di Atene, era ubicata al centro della polis, così da fungere da punto d’incontro di tutte le attività cittadine: dal commercio alla politica, dalla religione fino ad arrivare al semplice scambio di opinione tra i cittadini. Socrate, probabilmente, si sarà ritrovato a intrattenersi nella piazza della sua città a chiacchierare delle virtù, della morale, del perchè delle cose, a rispondere alle domande dei suoi giovani discepoli, magari dell’attento Platone o di un uomo qualunque. Le città romane derivarono dalla piazza greca il loro forum, corrispettivo dell’agorà, luogo di incontro e di scontro, luogo di formazione dell’identità storica e civile della città. Piazze che anche nel Medioevo – che qualcuno definisce ancora “buio” – ospitavano i maggiori luoghi istituzionali dell’epoca: la chiesa, la casa del signore, le scuole dei monaci. Dunque, la piazza quale luogo fisico di educazione alla cittadinanza attiva. Saltando attraverso i secoli e riavvicinandoci ai tempi moderni, mi viene in mente Hyde Park, a Londra, con il suo “Speaker’s'Corner” (l’angolo dell’oratore), dove persino Marx, Lenin, George Orwell sono saliti sullo scranno ed hanno esposto le loro opinioni, impegnando gli ascoltatori in accesi dibattiti, politici e non.

Centrale è appunto il luogo, quel  locus latino, di incontro tra le persone, di confronto tra idee, stili di vita, opinioni, di dibattito. Il luogo dove il confronto è il pane quotidiano e la quotidianità viene dibattuta al fine di affrontare meglio il nuovo giorno, magari con una convinzione in più o con un dubbio in meno, o viceversa.

Pensavo questo mentre attraversavo in auto il lungo corso che dal mio paesino in provincia di Napoli conduce, in pochi minuti (quando non c’è traffico) alla periferia del capoluogo partenopeo, nel cuore di quella che una volta veniva definita Zona Industriale della città. A guardarsi  intorno, i “ricordi” di quel tempo sono ancora visibili e, direi, per niente nascosti dal trascorrere degli anni. Fabbriche chiuse, dismesse, riadattate a nuovi compiti e lavori, scheletri disseminati in quello che, a prima vista, per un visitatore non esperto della zona, dà l’idea di un deserto,un luogo arido, secco, destinato sembrerebbe a morire. Un cimitero di un’altra età. Eppure non è cosi. La Zona Industriale è da anni al centro di diverse iniziative di riqualificazione urbana e, a dispetto di quel che può sembrare allo “straniero”, qualcosa sta cambiando.

Ma non voglio impegolarmi nella questione urbana a Napoli da un punto di vista tecnico o politico. Voglio provare a parlare della Zona Industriale da un punto di vista antropologico. E, per far ciò, devo ritornare a parlare della mia “passeggiata”. Mentre attraversavo gli edifici in disuso, ecco che appare, come un miraggio, un grande e nuovissimo Centro Commerciale. Qualcosa che non puoi fare a meno di notare, soprattutto perchè è un colpo nell’occhio per chi, distrattamente, transita per quella via dissestata per raggiungere qualche paesino alle falde del Vesuvio. E’ stato irrefrenabile la volontà di darvi un’occhiata. Non che mi aspettassi chissà cosa, sia chiaro. Ed infatti: negozi e negozietti, stand con promozioni, l’ipermercato, scale e pedane mobili quante ne vuoi, pizzerie, ristorantini, etc. Dopo aver girato un po’, curiosando tra offerte e saldi, mi sono accomodata su una panchina. Due minuti e vado, mi ero detta. Con grande sorpresa, invece, mi sono messa a “studiare” quel che vedevo.

E mi è tornato in mente Marc Augè, etnologo e antropologo francese che definisce, in un suo studio, i centri commerciali come nonluoghi. E mi è ritornato in mente lo studio del professor Lazzari, di cui sopra, sulle piazze virtuali.

Mi sono ritrovata di fronte a mamme e bambini che passeggiavano assaporando un buon gelato, a genitori che, dalle panchine accanto alla mia, osservavano un po’ ansiosi i loro piccoli impegnati in strambe acrobazie sugli scivoli, bambini che interagivano e ragazzini che si davano appuntamento nello stesso posto, alla stessa ora, a fidanzatini che gironzolavano mano nella mano, a coppie di sposini che si attardavano davanti alla vetrina degli articoli per la casa a scegliere e questo e quello, a vecchietti che, per sfuggire all’afa di quest’estate, leggevano il giornale o chiacchieravano col pensionato vicino degli ultimi fatti della politica italiana, infervorandosi alquanto, a ragazzine che fantasticavano a voce alta della prossima serata presso il centro commerciale, che sarebbe stata animata da un cantante neomelodico non ben specificato.

Non vi nascondo che mi sono indignata. Una volta – mi sono chiesta – queste cose non avvenivano in piazza, per la strada, alla luce del sole, al baretto sotto casa? Le ragazze non facevano le “vasche” tra il corso, la chiesa e la piazza? I ragazzi non si davano appuntamento alla sala giochi? I vecchietti non andavano al parco o alla villa comunale a chiacchierare di politica tra pensionati?

La ricerca di Lazzari ha mostrato come i centri commerciali siano considerati uno dei punti d’elezione di ritrovo tra gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d’incontro, dopo casa e bar. Non sarà quindi strano imbattersi, mentre si scelgono cavoli e zucchini, in un gruppetto di ragazzi che s’intrattengono in conversazioni da bar al banco frigo o che magari si scambiano giuramenti d’amore eterno.

Girando lo sguardo alla mia destra, dalle grandi finestre, i container, quelli che vengono utilizzati per il trasporto di merci su rotaie. Arruginiti, vecchi, ammucchiati l’uno sull’altro. Io che utilizzo Internet per studiare, per scrivere, per informarmi, cosa ci facevo in un centro commerciale? In un nonluogo, incentrato solamente sul presente, su un presente provvisorio, di transito, di passaggio, di individualismo solitario…

Mi sono sentita un po’ come quei container: fuori luogo, con un’altra storia, un altro tempo, col vissuto di un’altra epoca.

Cosa racconteranno questi giovani, un giorno, della loro terra? Noi che andavamo a recuperare i palloni dalle 126, loro che si sono conosciuti tra il punto gastronomico e il reparto surgelati.

E’ questo il prezzo da pagare per essere “moderni”?

Giovanna Circiello

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to “I nonluoghi della dissociazione”

  1. Gennaro Oliviero scrive:

    Cara Giovanna,
    ho apprezzato molto il tuo articolo, sebbene mi sia balzato dinanzi agli occhi quasi casualmente.
    Anch’io ho una certa teoria relativa ai centri commerciali che sorgono sulla nostra terra dall’oggi al domani(sebbene io lavori a Pisa sono della provincia di Caserta e amo Napoli e la Campania) . Credo che il proliferarsi dei centri commerciali sia una “consequenza della modernità” (per dirla nei termini del sociologo inglese Giddens). Cioè, credo che il centro commerciale si sostituisca alla strada perchè la strada ha perso ogni forma di vivibilità: sicurezza, respirabilità dell’aria, pulizia delle aree urbane etc…
    L’aspetto peggiore è che a costruire i centri commerciali sono gli stessi soggetti che attivamente hanno contribuito a rendere l’aria e la vita insopportabile nelle nostre terre.
    Insomma, da un lato il centro commerciale sembra un contentino per distrarre le persone dalle proprie responsabilità di cittadino, dall’altro sono altra fonte di ricchezza per la camorra che li ha costruiti riciclando i soldi di attività come lo smaltimento illecito di rifiuti che a loro volta hanno rovinato l’ambiente naturale. Un cane che si mangia la coda, insomma. Cioè mi viene quasi da pensare che ci sia un nesso di causa -effetto tra impoverimento culturale e materiale (nonchè un peggioramento dell’ambiente naturale) e la crescita di quelli che tu, giustamente, chiami non-luoghi.

    Un saluto.

  2. Caro Gennaro,
    ti ringrazio per l’attenzione e per il commento, davvero molto interessante. In effetti, collegare la nascita dei centri commerciali e di altre strutture simili con l’invivibilità cittadina non è fantascienza.Anzi.

    Solo per onestà accademica, voglio però sottolineare che il neologismo “nonluoghi”è stato utilizzato da Marc Augè in contrapposizione ai luoghi antropologici, spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, storici e relazionali. Trasferire le attività relazionali in un luogo non storico, costruito ad hoc essenzialmente per vendere, non dà all’utente la possibilità di crescere storicamente all’interno della comunità. Perchè quel luogo-nonluogo non è nato perchè lo ha voluto la comunità cittadina, ma perchè un marchio (qualunque sia) ha voluto così. E per quel marchio, le persone che si intrattengono all’interno dell’edificio, non sono cittadini in senso stretto, ma utenti, appunto, possibili clienti.
    Chi si “rifugia”al suo interno perchè le strade sono pericolose, a mio parere, non fa che alimentare quella pericolosità. Sarebbe bello che i cittadini riprendessero possesso della città…ma la vedo dura, soprattutto in alcune realtà.

    Un saluto a te,
    Giovanna

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