I tanti volti del precariato italiano

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precariPrima notizia: docenti che protestano. Seconda notizia: operai che non si sa che fine faranno. Terza notizia:  l’Istat annuncia l’aumento di disoccupazione, soprattutto femminile. E poi:  giovani laureati che non trovano occupazione, freschi diplomati che concorrono ad un posto all’Università in cinquemila, crescita dell’inflazione, fabbriche che chiudono, negozi che chiudono…

Dall’altra parte, annunci di aumento di produzione industriale un giorno sì e un giorno no, salari che aumentano e economia che cresce e, ciliegina sulla torta, si dice in giro – ma è quasi una cerchia di amici – che in Italia non si sta poi tanto male, perchè – udite udite! – pare che in Europa le cose non vadano meglio.

Ma non c’è da preoccuparsi! Abbiamo la 67° Mostra del Cinema di Venezia che riempie i telegiornali e che ci distoglie da tutta quest’Italia precaria! Anche se, voglio sottolinearlo, prima della cerimonia di apertura vera e propria, i poliziotti hanno protestato, esponendo dinanzi al teatro che ospita la manifestazione, sagome di uomini in divisa con un pugnale nella schiena, per manifestare contro i tagli del Governo alle risorse della Polizia pari al 30%.

Insomma, sì: avrei dovuto parlarvi di Venezia, dei film in concorso, magari, per rallegrarvi un po’, avrei potuto parlare della sfilata sul “red carpet”, sempre piena di sorprese e ricca di spunti e di pettegolezzi vari. Ma, vi dico la verità, non ne ho voglia. E non perchè voglio essere polemica nei confronti di un importantissimo evento culturale. Tuttavia, voglio portare l’attenzione su di una cosa che i telegiornali non fanno da un po’ di tempo ovvero vorrei concentrare l’attenzione, per pochi minuti, sulla situazione dell’Italia.

Non è per essere catastrofisti o perchè ci piace vedere crisi ovunque,ma guardiamoci intorno, anche solo per un momento.

Non molti giorni fa, il ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha annunciato che, per il momento, non parlerà con le migliaia di precari della scuola e che costoro non sono altro che un “residuo” di politiche passate, che i precari sono troppi e che tutti non possono essere riassorbiti. Che significa? Che migliaia e migliaia di persone, di insegnanti, che hanno investito su di una professione tempo, anni, soldi, studio e salute, saranno destinati a restarsene a casa? E la loro preparazione la buttiamo nel… cestino? La dignità di questi 250 mila precari dove la mettiamo?

L’industria italiana è in crisi. Un giorno sì, un giorno no. Un momento, un momento. Fatemi capire: ma quale industria italiana? Esiste ancora una industria in Italia? Anzi, meglio ancora: esiste una politica industriale seria nel nostro Paese? A quanto pare, no. Tanto che il nostro Presidente, Napolitano, ha proprio sottolineato, nel suo ultimo giorno di visita a Venezia, la necessità di attuare una seria politica industriale italiana, che rilanci – od anche semplicemente lanci – l’economia e l’occupazione. Soprattutto quella giovanile. “C’e’ una quota assai consistente di giovani – spiega, infatti, il Presidente – che non sono impegnati in processi formativi, ne’ processi lavorativi, ne’ di addestramento al lavoro: dobbiamo riuscire a dare risposte su tutti questi terreni” . E quei giovani che hanno investito tutto nella ricerca, nella conoscenza, nel sapere fuggono all’estero e, raramente, decidono di fare ritorno in Italia. Spesso non per motivi lavorativi.

Beh certo, la crisi non è soltanto nostra. E’ europea, mondiale, se volete. Ma una Nazione che voglia crescere, che voglia produrre menti e futuro, può crogiolarsi e consolarsi al pensiero che anche all’estero ci sono problemi? Come dire: ok, loro stanno peggio di noi e, allora, meglio non lamentarsi.

Non è meglio, forse, rendersi conto dell’esistenza di un problema e, magari, rimboccarsi le maniche e provare tutti insieme a risolverlo? Non sarebbe normale, in un paese democratico, dare ascolto alle centinaia di proteste che provengono da più parti e da più settori lavorativi? Non sarebbe normale mettersi intorno ad un tavolo in compagnia dei 250 mila precari della scuola e cercare di trovare una via d’uscita – se proprio di uscita si deve trattare – che non leda persone che, in molti casi, hanno dedicato vent’anni e più all’interno di una scuola che, oggi, li lascia a casa, a quaranta anni, a re-inventarsi ex-novo? Perchè in molti casi, queste persone – gli insegnanti, ma anche i poliziotti – non smettono i loro panni usciti dal luogo di lavoro. Un insegnante è tale anche fuori dalle mura dell’istituto scolastico; un poliziotto è tale anche quando, in borghese, cammina per la città.

Dunque, non basta puntare i riflettori su sfilate, mostre, festival, manifestazioni culturali o pseudo-tali, magari con l’inconscio (?) scopo di distrarre la massa dai veri problemi che attanagliano il Paese.  Non basta che qualche politico si mostri tutto sorridente e ottimista.

La verità è che le parole non bastano più. C’è un’Italia precaria che aspetta i fatti. E li aspetta da così tanto tempo che, forse, non crede più che qualcosa possa cambiare. Perchè qualcosa deve cambiare – siamo d’accordo tutti – ma come? A questo bisognerebbe pensarci tutti insieme.

Vabbè va’… torno a seguire la mostra di Venezia. Magari la prossima volta ve ne parlo diffusamente. Anche se, per quello, basta accendere la TV e sintonizzarsi su un qualunque TG.

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Giovanna Circiello

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