Italia, dove sei?
Su Repubblica dello scorso 11 Dicembre, quindi prima che Massimo Tartaglia compisse il suo gesto violento contro il Presidente del Consiglio, quando all’ordine del giorno c’era invece ciò che lo stesso Presidente aveva dichiarato al congresso del Ppe riguardo i magistrati (“La sovranità in Italia è passata dal Parlamento al partito dei giudici”) e la Corte Costituzionale, che non sarebbe più “un organo di garanzia” ma “un organo politico”, l’illustre costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, intervistato, alla domanda se lo preoccupassero le intenzioni di riforma costituzionale espresse dal premier, così replicava:
“Si può immaginare che il presidente del Consiglio abbia in mente un sistema costituzionale nel quale l’investitura popolare abbia la meglio su ogni limite e controllo. Nella dottrina si distingue tra il rex facit legem, il governante che si fa la legge su misura, e il lex facit regem, il governante che sta sotto la legge. In questa distinta formuletta sta tutta la questione italiana. Il rischio è di passare dallo stato di diritto allo stato della forza. E forza può essere anche quella di una maggioranza”.
E’ una risposta, a mio avviso, che riassume in maniera acuta e profonda non solo i problemi che l’attualità aveva portato a galla in quei giorni, ma, in un certo qual modo, forniva anche una fondamentale chiave di lettura di una storica difficoltà della comunità civile italiana di rapportarsi e concepire lo Stato e il governo, difficoltà da cui scaturisce anche gran parte della confusione attuale.
Mi riferisco al fatto che, storicamente, l’italiano ha sempre, per istinto e quasi per vocazione, optato per il rex facit legem piuttosto che per il lex facit regem, ossia ha sempre teso a porre la propria fiducia e a consacrare la propria lealtà piuttosto che allo Stato e alle Istituzioni di per se stesse, ad una personalità o, al massimo, ad un partito incoraggiando così la confusione e la sovrapposizione dei due ambiti. Il momento più esemplare, nella nostra storia, di tale confusione e sovrapposizione è ovviamente quello del ventennio fascista, nato, cresciuto e sviluppatosi non a caso in Italia, in cui patria e partito erano la medesima cosa ed in cui non si poteva essere italiani se non essendo fascisti.
Senza arrivare agli estremi che uno stato totalitario ed un’esplicita dittatura comportano, tale tendenza è sempre rimasta latente nelle concezioni politiche italiane.
E’ normale, in un moderno stato democratico in cui i partiti costituiscono il motore stesso della vita istituzionale, avere delle convinzioni politiche, forse lo è meno considerare il partito stesso come più importante dello stato e anteporre gli interessi di esso a quelli dell’intera vita comunitaria. Spesso e volentieri gli studiosi, gli “addetti ai lavori” non hanno esitato ad utilizzare l’espressione “partitocrazia” per definire tutta la storia della Prima Repubblica in Italia.
Ma, dopotutto, nonostante la “partitocrazia”, fino a che delle ideologie, delle scuole politiche e delle correnti culturali ben definite e chiare costituirono, perlomeno in parte, il retroterra su cui ogni partito si basava, dal quale non ci si sarebbe facilmente potuti allontanare del tutto, i rischi di una deriva simile, o peggiore, a quella rappresentata dall’Italia mussoliniana furono scongiurati, sebbene la vita dello stato italiano procederà sempre trascinandosi dietro un sorprendente numero di anomalie ed ambiguità mai risolte. E non sempre gli argini rappresentati dai grandi partiti di tradizione storica furono efficienti ad assicurare la stabilità, come quando negli anni ‘70 la lotta politica si fece feroce e cruenta, in un mix micidiale di diffuso malcontento a livello popolare e di manovre illecite e sovversive da parte di alcuni ambiti all’interno stesso dello Stato, a testimonianza della congenita contraddittorietà delle istituzioni italiane.
Il fatto è che, probabilmente, i problemi maggiori si sono avuti nel momento in cui, con il crollo delle ideologie e dei partiti tradizionali, sono venute meno anche quelle poche condizioni di regolarità che fino ad allora avevano resistito. Il Paese si è ritrovato improvvisamente a dover ricreare daccapo un sistema politico, una democrazia, una gestione dello Stato, senza che le condizioni antecedenti fossero riuscite a dargli cognizione di cosa fossero nessuna di queste cose. Fino ad allora erano esistiti dei partiti con le loro dottrine, non uno Stato ed un’idea di esso, che, al di là delle divisioni ideologiche, potesse valere come base comune per ricominciare a dare una vita istituzionale all’Italia.
A cosa aggrapparsi, allora, in un ambito in cui l’idea di “repubblica democratica”, come scritto nella Costituzione, di per sé stessa non richiama alla mente più nulla di particolarmente definito, se non associata ad un simbolo, ad una bandiera, ad una personalità specifica che pretenda di interpretarla per tutti?
Ecco che, quindi, scacciati via i partiti, l’Italia riscopre la forma più pura ed aperta del “cesarismo”, svanito il culto del simbolo politico, ritorna il culto della singola personalità. E’ tutto qui il “berlusconismo” nostrano, fenomeno nuovo nelle maniere in cui prende forma (più che un totalitarismo vecchia maniera, ormai impensabile, forse definibile come un singolare caso di “totalitarismo mediatico”) ma vecchio quanto l’Italia nei perché di fondo che lo animano.
Un dibattito politico che, accantonata la dialettica “democristiana” e “comunista”, abbraccia quella che vede schierati i “pro-Berlusconi” o gli “anti-Berlusconi”, sempre, però, mantenendo la costante della continua assenza di una vera e radicata idea dell’Italia e delle sue istituzioni democratiche, che, invece, dovrebbero costituire la linfa stessa del confronto. E’ naturale, quindi, una povertà di proposte e una pochezza di idee, che oggi, fra l’altro, sembrano accentuarsi tanto quanto cresce la possibilità di convincere la gente, piuttosto che con i contenuti, attraverso il gigantesco bombardamento pubblicitario che i mass-media odierni permettono.
E’ anche attraverso questa lente che, dunque, possono leggersi pure i singoli episodi, come quello, indubbiamente grave e di peso che ha visto Tartaglia scagliarsi con un gesto di violenza contro il nostro Presidente del Consiglio.
Una delle particolarità su cui varrebbe la pena di porre l’attenzione è che, subito dopo, si è potuto pensare all’adozione di eventuali misure restrittive a proposito di Internet, come se le due cose fossero assolutamente consequenziali. In realtà penso che sia cosa da temere come, anche questo problema, sembra sia stato trattato in maniera fin troppo semplicistica, senza prendere in considerazione il fatto che un provvedimento di tale fatta potesse andare a ledere la libertà di espressione e riflettere, di conseguenza, su come, eventualmente, conciliare l’intenzione di proteggersi da una supposta tendenza alla violenza dilagante sulla Rete, con la difesa di un pilastro così fondamentale della democrazia come il diritto di esprimersi.
In realtà ciò può accadere quando è l’opinione pubblica stessa a preferire simili dimostrazioni di forza piuttosto che avere a cuore i principi su cui la propria comunità dichiara di basarsi, poiché, volontariamente o meno, è portata a parteggiare per una politica che piega a proprio piacimento le istituzioni, piuttosto che avere delle istituzioni forti che garantiscano una vita politica libera ed un confronto sereno.
Non si intende, qui, mettere in discussione il principio che l’istigazione alla violenza vada punita, ma si tratta solo di rilevare un atteggiamento di superficialità nel modo di trattare la materia. Gli interrogativi potrebbero essere innumerevoli: da “come mai solo Internet?”, a “perché lo si è preso in considerazione giusto in quel momento?”, passando per “chi dovrebbe stabilire dove sta il confine fra la goliardia e la seria minaccia?”, ed infine per “quanto è valido l’assioma che sono stati i gruppi su Internet a scatenare questa supposta ’spirale di violenza’?” (ricordiamo che l’unico episodio apertamente violento che si è verificato fino ad adesso, non volendo comunque sminuire l’accaduto, è stato solo l’isolato atto di una persona mentalmente labile). E, relativamente a quest’ultima constatazione, c’è da riflettere su quanto, invece, non sia colpa di un confronto politico precipitato sempre di più verso un baratro di volgarità e banalità, determinato proprio da quel repentino svuotamento del già esiguo senso che la discussione aveva prima che il panorama politico italiano tradizionale venisse messo da parte.
La baraonda politica, gli scontri muro contro muro, i toni accesi e velenosi che caratterizzano tutte le posizioni politiche attuali, devono e possono essere evitati non tramite provvedimenti sbrigativamente e meramente repressivi, ma ritrovando una comune base su cui intessere un confronto finalmente intelligente e propositivo. E la comune base non può essere che il recupero del senso vero e profondo, da parte di tutti, politici e semplici cittadini, di quel celeberrimo primo articolo della nostra Costituzione, quello stesso articolo che proclama l’Italia “una repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Bianca Misitano


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