Saviano e l’Italia dell’illegalità
marzo 12, 2010 Mafie & Antimafie
Siamo chiamati alle armi, ma l’ambiguità perseguita il grido di raccolta unanime; con una mano ci allungano l’ordigno, con l’altra ci si avvicina lo scudo di protezione, non verso il nemico, ma da contrapporsi a quella stessa mano nostra che ora impugna le armi. Abbiamo gli strumenti di individuazione delle nostre debolezze, ma altrettanta è la disponibilità di giustificazioni che ne ridimensionino la gravità, mentre preme il bisogno di confronto con uno spirito italiano che va disgregandosi, privato di una morale pubblica che sia perno dell’attività politica, come della domanda sociale di legalità e di coerenza.
Abbiamo in quanto uomini la condanna del cinismo, l’assoluzione dell’autosostentamento, la vigliacca schermaglia del diritto alla sopravvivenza. Sono questi gli scudi dietro cui riparare il dovere alla mobilitazione, che pure ansima nel tamtam di una informazione libera, negli spazi di internet, nelle manifestazioni e nei cortei più recenti, nello sdegno di chi si sente opposizione dell’illegalità, oramai apertamente sostenuta come vessillo di strategia imprenditoriale, politica, mediatica.
Sono in atto retoriche che impongono la mobilitazione di critiche consapevoli: quello che stiamo subendo, noi tutti cittadini italiani, è un attacco al diritto di legalità e di informazione. Ed è in merito a queste istanze di consapevolezza che le minacce emesse contro chi combatte apertamente la criminalità si intrecciano come fili spinati, imposti a recinzione di spazi di uguaglianza negata. Un’urgente necessità si richiede all’italiano che viva il nostro tempo e che assista alla scarnificazione della legalità: schierarsi. Al di qua o al di fuori del confine di senso che fa del concetto un motore di identità, e che proprio in questi anni deve essere modellato.
Roberto Saviano è a tal proposito paradigma, non unico ma di certo mediaticamente fortissimo, attraverso cui interpretare ruoli e necessità dell’Italia contemporanea, una sorta di traccia di gesso sull’asfalto entro cui riconoscere i dettagli di un cadavere di cui nessuno si prende la responsabilità, un Paese in contraddizione che in quella sagoma delinea i tratti della propria fisionomia.
Della voce di Saviano si è costretti a partecipare, al punto tale che assistere allo spettacolo “La Bellezza e l’Inferno”, allestito al Piccolo Teatro di Milano sino al 28 Febbraio, non si esaurisce nella semplice ricezione; ascoltarne il monologo è esperienza dell’impegno, della coerenza di gesto e parola, dello sguardo che dell’analisi fa principio di condotta. L’orgoglio che preme contro il petto degli spettatori al ritmo delle parole e dei fiati dell’autore, è commozione intellettuale prima, ansia pressante di comprensione poi.
E’ in azione un sistema economico che privilegia il successo di complessi imprenditoriali mafiosi, potenti nella logica d’impresa, marci nella costituente che li ingrassa e li fa obesi scarnificatori della legalità, che è valore comune, patrimonio di un’umanità degna di questo nome e che dovrebbe fremere di scandalo e di rabbia. Assente la sollevazione popolare, debolissima l’indignazione, silenti gli animi feriti e violentati per questa espropriazione di diritto, resta ferma la convinzione che un popolo senza scandali è una bolla di pesci senza memoria.
Si gira in tondo senza percezione di quel che ci rende uomini, privi della necessità di determinarlo, volontariamente artefici del nostro vittimismo ignorante, piagnoni rivendicatori di diritti per i quali non lottiamo, rancorosi bilingue della denuncia di nichilismo e obiettori di coscienza nel dirsi parte in causa. Lo scandalo dell’attuale comunità italiana è evidente, ed è la necessità della protezione, l’identificazione di un unico uomo con una battaglia che dovrebbe essere di tutti, come a rispondere di un’intuizione: “Fatto fuori lui, il problema sfiata con il suo ultimo respiro”. Siamo pronti a parteggiare per questo pensiero? Siamo davvero a tal punto codardi da isolare, noi stessi, un uomo che si oppone, che vive del suo impegno e che è costretto a subire la scelta di legalità come uno stato di prigionia, mentre noi restiamo accovacciati nelle comodità di autoassoluzione?
Saviano, lo ha ripetuto spesso, non vuole essere simbolo e questo, da uomo e da intellettuale, è un bisogno legittimo, un calcolo intelligente, un proposito efficace;
tanto sul piano privato di salvaguardia della propria, particolare singolarità, quanto su quello pubblico, scenario di pericolosa e fastidiosa idolatria, gli è dovuto il rispetto di un’umanità che lo metta al riparo dall’isolamento. Gli uomini richiedono eroi, ma la mitologia rischia di sconfinare i limiti di collaborazione, relegando l’uomo alle dinamiche della sopravvivenza – sempre più fortemente rivendicata al compromesso -, e lasciando all’eroe la condanna dell’eternamente giusto. Eternamente solo. Unica avanguardia di una battaglia semiotica affidata interamente alle sue scelte.
Lo scrittore ha avuto più volte l’intelligenza di non lasciarsi isolare, rivelando l’astuzia vigliacca di quel sistema mafioso che soccombe, lui sì, alla necessità di emarginare un uomo soltanto, superiore per onore e statura etica e umana, nel tentativo di annientarne la capacità mediatica e comunicativa. A questo dovrebbero pensare quanti accusano Saviano di ripararsi all’ombra della protezione dello Stato: l’isolamento di un uomo, il tentativo di zittirlo, di ridurlo ad apparizioni sporadiche, così come la manipolazione dei suoi tempi e della sua vita, ridotti a calcoli strategici di organizzazione, sono senza dubbio azioni codarde di chi non potrebbe riportare vittoria in un confronto ad armi pari. Ed è precisamente qui che la società civile ha il dovere di mobilitarsi, di prendere parte, perché le parti già sono schierate e non c’è dignità nel mantenersi al riparo di un presunto disinteresse, o di una pretesa, orgogliosa disinformazione.
Quando il simbolo non sarà più sinonimo di sacro e permetterà dunque di dismettere i panni di reverenziale distacco, allora si potrà riconoscere in Saviano la dimensione, già potente, di icona, ma oggi il rischio del fraintendimento è ancora troppo alto.
Qualora si applicasse allo scrittore la lettera scarlatta dell’emarginato – seppur per merito e non per colpa -, egli verrebbe privato della difesa della propria umanità, della propria possibilità di errore e dunque anche della protezione dalla diffamazione e dalla delegittimazione. Il giudizio su una sua qualsiasi azione, parola, o decisione investirebbe l’intera sua persona, condannandolo al biasimo o alla beatificazione, esiliandolo negli spazi di coloro che non possono più commettere errori.
E’ un esercizio pericoloso, perché l’eroe che non sbaglia è l’eroe morto. Divenuto simbolo. Epurata degli sbagli, ne resta soltanto una memoria selezionata.
E’ d’altro canto estremamente difficile ignorare l’impeto di riconoscenza e di orgoglio che il simbolo genera negli animi in attesa: l’esempio di dignità, di onore, che un singolo uomo ha il potere di forgiare nella coscienza comunitaria è un’arma che deve essere sapientemente sfruttata e caricata, un punto cardine che indirizzi alla partecipazione appassionata ed attiva. L’ammirazione ha il potere dell’emulazione, o se non altro della stimolazione delle coscienze sotto pressione, sfiancate da un sentimento di vicinanza che destina il modello al senso di familiarità e di affezione, vale a dire, infine, di condivisione.
E’ nell’immagine di Saviano che si riflette, quotidianamente, la percezione di una coscienza italiana sfibrata e pigra, che intesse di parole lo spazio della propaganda e che non ha necessità di combattere per lo stravolgimento delle impunità su cui vacilla. In altre parole lo scrittore costringe, finalmente, allo schieramento e la sola spiegazione plausibile al clima di mancata unanimità nel suo sostegno, corrisponde all’intimo vuoto che la legalità genera quando abbandona gli spazi della determinazione di identità, privata e nazionale. E’ in gioco la costruzione di ciò che siamo, la definizione di una comunità che si dichiara erede di valori millenari di legalità e giustizia e che tuttavia non soffre della loro amputazione.
Albert Camus, autore molto amato da Saviano, richiama ne L’homme revolté alla presenza, potente nel gesto, delicata nella propagazione, dell’eco di quell’insurrezione armoniosa che attesta lungo i secoli la grandezza umana.
E’ doveroso farne parte. E’ doveroso che Saviano sia protetto dal senso condiviso e naturale di giustizia, e non dall’eccezionalità di sette uomini armati; è doveroso che la denuncia sia un respiro di sollievo nelle espressioni scandalizzate di ogni cittadino e non un motivo di isolamento per chi ne è autore; è doveroso che la delegittimazione colpisca chi commette reato e non chi, forte della verità dei fatti, può essere attaccato soltanto con le frasi insinuanti sussurrate tra i denti di qualche parolaio.
E’ doveroso che la letteratura ritorni ad essere protagonista del nostro senso di umanità e non l’ennesima distrazione fine a se stessa, torre d’avorio della vacuità degli sguardi anestetizzati.
E’ doveroso, infine, e questa dovrebbe essere convinzione unanime, che grandezza ed onore siano attributi di uomini giudicati in virtù della propria condotta, in relazione al gesto singolo che ne determina la posizione, a fronte delle azioni che non sanno essere interrotte da un calcolo di semplice sopravvivenza. L’economia del vantaggio relega l’onestà nel catalogo delle scelte senza convenienza. Che un ideale d’altra specie ripristini il nostro criterio, che ci renda irrinunciabile la giustizia, insindacabile la legalità.
Francesca Zinetti



_______________________________














