Die Brucke intervista Simone Aversano, vicedirettore di Caffè News

marzo 12, 2010 Cultura

Luca Onesti, redattore del giornale partecipato Die Brucke, diretto da Mirko Pagliai, ha intervistato il vicedirettore di Caffè News Simone Aversano, su temi che vanno dall’informazione nell’era di Internet alla società meridionale, passando proprio per Caffè News e per un pizzico di letteratura.
Di seguito riportiamo il testo integrale dell’intervista.
Buona lettura!

Simone Aversano, beneventano classe ‘89, è studente di giurisprudenza presso l’università del Sannio e collaboratore di diverse testate giornalistiche: Sanniopress, il blog-notes fondato da Billy Nuzzolillo nel 1999, il settimanale sannita online Sannio Week, il settimanale sannita Messaggio D’Oggi, il magazine online Caffè News, di cui è vicedirettore, il non-periodico di discussione studentesca Inform-Azione. Si impegna a fondo nell’ambito dell’associazionismo, con l’associazione studentesca DEMOS e con il gruppo civico Benevento Città Racconta.

Ho conosciuto Simone attraverso un mio amico, Gianluca, anche lui studente in legge a Benevento, e mi è venuta sin da subito l’idea dell’intervista. Abbiamo organizzato l’intervista via mail, perché proprio in questi giorni mi sono trasferito a Lisbona. Ho iniziato qui a leggere Caffè News Magazine, giornale on line che trovo davvero interessante. È bello poter leggere qualche articolo che parla della Campania quando si è lontani; fa piacere, soprattutto, sapere che nel deserto che è il nostro Sud ci sono pur sempre persone che si danno da fare, con passione e competenza, a raccontare ed analizzare i problemi, ad avanzare proposte. È bello infine fare una pausa dalla peraltro neanche troppo stressante vita della capitale portoghese, per gustare un buon caffè italiano su Caffè News Magazine. Fondato da Paolo Esposito, il giornale si presenta così ai lettori:

«Non un semplice bar, il più delle volte regno della perdizione, ma un luogo in cui ci si può gustare ‘na tazzulella e’ cafè, o del buon the con dei biscotti, od anche un cappuccino. E tra un caffè e un cappuccino poter scegliere un giornale per conoscere gli avvenimenti del giorno, magari seduti a tavolino, trovandosi così a discuterne con i propri vicini, scambiando con loro qualche battuta, quattro chiacchiere. Questa è la filosofia di Caffè News Magazine che ha preso il via il 31 Ottobre 2005 e che si ispira a “Il Caffè”, il periodico più importante e prestigioso della cultura illuministica italiana nato a Milano nel 1764 ad opera di Pietro Verri».

Inizio subito con una domanda insidiosa. In questi giorni sto leggendo Sostiene Pereira, il romanzo di Antonio Tabucchi ambientato a Lisbona; mi sembra un bel modo di riprendere contatto con questa città, dopo un anno e mezzo di assenza. Pereira, che nel film di Roberto Faenza tratto dal romanzo è il personaggio interpretato da uno straordinario Marcello Mastroianni, è un giornalista che cura la pagina culturale di un giornale del pomeriggio, il Lisboa. È una persona sola e stanca, si limita a tradurre racconti dal francese e, più che correre dietro alle notizie, cerca di fuggire la calura estiva bevendo limonate. Per essere un giornalista è piuttosto disinformato riguardo agli accadimenti tragici e confusi della sua epoca (siamo nel 1938, nel pieno della guerra civile spagnola, e il Portogallo è un paese sotto dittatura e la libertà di stampa è fortemente limitata). Però un incontro, un evento imprevisto esigerà da lui una decisione che potrà cambiare la sua vita di giornalista e il suo impegno nella società del suo paese. Pereira è indeciso e ne parla con il suo amico Silva, professore all’università di Coimbra, che gli dà una risposta scettica: “stammi bene a sentire, Pereira – disse Silva – tu credi ancora nell’opinione pubblica? Ebbene, l’opinione pubblica è un trucco che hanno inventato gli anglosassoni, gli inglesi e gli americani […] Noi siamo gente del Sud, Pereira, e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda”.

Anche noi siamo gente del Sud. Che ruolo pensi possa avere il giornalismo nella nostra società? Come è nata la tua decisione di scrivere e di impegnarti in questo campo?
“Siamo gente del Sud, come tu dici. E mi pare che la citazione che hai fatto del romanzo di Antonio Tabucchi rappresenti benissimo una certa mentalità meridionale, votata all’autosottomissione, all’autoschiavizzazione. Chi comanda e fa la voce grossa generalmente riesce ad avere la meglio sulle persone comuni, troppo spesso abituate a non poter decidere fino infondo neppure della propria vita. Questo accade in moltissime realtà del Sud Italia, ma se guardiamo oltre, è una situazione che accomuna il Sud del mondo in generale. La democrazia nei Paesi africani, per esempio, non riesce a mettere piede come da noi (con le stesse forme, intendo), perché fondamentalmente i popoli africani sono abituati a lasciarsi comandare da un capo, che sia la guida della comunità e sappia mantenere l’armonia al riparo da qualsiasi possibile incrinazione dei rapporti collettivi. Se diamo uno sguardo al sud America, ancor più ritroviamo questa mentalità di autolimitazione del proprio potere decisionale da parte della gente. Penso al Brasile, che è molto vicino per cultura ed altri aspetti al Portogallo in cui tu ti trovi adesso: un brasiliano è portato ad avere una speranza ed una fiducia nel futuro incrollabili e non paragonabili a quelle che hanno le persone in altri luoghi del mondo. Ritornando al centro della tua domanda, in un contesto di questo tipo il giornalismo assume un ruolo di impegno civile, fondamentale ed indispensabile. In Campania il giornalismo è da sempre rappresentazione delle luci e delle ombre della coscienza sociale locale. Mi spiego meglio: per il mondo del giornalismo sono passati uomini come Giancarlo Siani, che da cronista bravissimo raccontava le dinamiche vere della camorra, e dalla camorra spiatata e sanguinaria è stato ammazzato, per essere messo a tacere. Ma in quel contesto le persone comuni, anche se in parte risvegliate dalle parole del giornalista, non hanno mai fatto quadrato intorno a lui, come fosse una guida della comunità. Piuttosto, se ne sono discostati, e la maggioranza ha avuto quell’atteggiamento di accettazione preventiva di ogni possibile tentativo di corruzione: in molti erano “di vedetta”, pronti ad accettare qualsiasi proposta “che non si può rifiutare” e quindi pronti a contribuire all’uccisione materiale e morale di Giancarlo Siani. Ancora, per il giornalismo campano passano donne come Rosaria Capacchione, la cui vicenda è a tutti nota e proprio in questi giorni è di nuovo al centro dell’attenzione, per nuove e pericolose minacce da parte della camorra più spietata, che è oggi quella casertana. Ma parlando anche delle ombre del giornalismo campano e del Sud, non ci sono singoli esempi da citare: piuttosto bisogna osservare e prendere atto di quel certo grado di connivenza, di silenzio, di compiacenza verso ogni forma di potere (e dunque anche verso quello criminale, sia esso istituzionalizzato o meno) che la gran parte del giornalismo, dei singoli giornalisti e dei vari organi d’informazione mettono in campo senza alcun timore. Benevento 2nov2008 3Toccando per un attimo la mia realtà locale, il Sannio è da sempre terra di grandi fermenti giornalistici e culturali e tutt’oggi abbiamo numerosissime testate giornalistiche di ogni tipo, che quotidianamente o settimanalmente informano i cittadini. Ma posso assicurare che almeno il 60% di esse non ci pensa minimamente a mettersi contro chi governa il territorio, anzi qui assistiamo in qualche caso ad organi d’informazione che lavorano come uffici stampa non ufficiali di istituzioni politiche del territorio”.

“Il perché io sia approdato al giornalismo ed abbia voluto inserirmi in questo mondo, forse lo si capisce già da quello che ho detto finora: la mia è una voglia viscerale di cambiare un certo stato di cose agendo dall’interno, provando a fare il giornalismo più “vero” possibile, sia su internet (dove collaboro a Caffè News Magazine, a Sannio Week ed a Sanniopress), sia sulla carta stampata (collaboro con il settimanale più antico del Sannio, Messaggio D’Oggi)”.

E che ruolo ha il web 2.0 in ambito giornalistico? Quali possibilità e quali insidie?
“Io, da non-tecnico del web, ritengo che l’internet di nuovissima generazione, quello appunto chiamato “2.0″, sia il primo passo di un’autentica rivoluzione. Forse fino a ieri credevamo di essere entrati nel culmine di un cambiamento globale che stava passando per le nuove tecnologie. Invece in tanti, anche esperti del settore, si stanno indubbiamente ricredendo sullo stato attuale delle cose: il cambiamento più profondo, quello che consiste nell’interattività sempre e comunque, nella partecipazione delle persone individualmente e come “massa” con le stesse possibilità d’azione, sta iniziando proprio adesso con strumenti nuovissimi che, tra l’altro, si stanno sempre più sottraendo al predominio imprenditoriale delle multinazionali o delle grandi case di tecnologia. Penso alle frontiere raggiunte, attraverso il web 2.0, dai software liberi come Linux, dai programmi liberi come OpenOffice, dalle piattaforme sociali (di blogging, social networking, condivisione o altro) create e gestite dagli utenti a costi pari allo zero. E con potenzialità di sviluppo nell’immediato futuro pari al massimo immaginabile. Ricollegandoci al giornalismo, non riesco a parlare del fenomeno del giornalismo 2.0 se non attraverso l’esperienza di giornali partecipativi online come Caffè News Magazine. Questa iniziativa giornalistica e sociale, nata dalla mente iperattiva e geniale di Paolo Esposito (appena 18enne al momento della nascita del Caffè, il 31 ottobre 2005), coniuga i valori e le prospettive tipiche del giornalismo con gli strumenti (e quindi le ulteriori prospettive) dell’interattività sul web. Chiunque dotato delle capacità per scrivere ed attirare lettori, far discutere, veicolare idee, fare informazione può entrare a far parte della redazione di Caffè News, iniziando a scrivere i propri articoli e, magari, anche proponendo nuove iniziative. Il risultato è che questo giornale è di tutti, ma non di nessuno, come spesso accade quando si applicano poco le regole di disciplina. In questo caso la disciplina non serve, se non nel senso di rispettare in toto le regole del giornalismo e quelle dell’etichetta web. Proprio internet 2.0, infatti, sa ormai indicizzare e selezionare i contenuti in maniera formidabile, affidando questo compito ancora una volta direttamente agli utenti, che sono giudici di loro stessi. Per il giornalismo questo significa che è la gente comune a scegliere che cosa vuole conoscere e su cosa vuole essere informata. Cosa importantissima, soprattutto per permettere ancora di più al giornalismo di compiere quella sua missione sociale di denuncia e di difesa degli interessi della collettività. Posso “sentenziare” che il giornalismo 2.0, attraverso il web, può stare ancor meglio in piedi di fronte al potere e guardarlo dritto negli occhi senza temere la sfida”.

Sempre a proposito della società meridionale, scrivi sul tuo blog, Il fresco profumo di libertà, nella sezione “obiettivi del blog,” riguardo al tuo territorio, il Sannio. Descrivi la “cultura stagnante” e il “modo clientelare e proto-mafioso di vivere la vita in società”.
“Quella sezione del blog esiste dal giorno in cui, a pochi mesi dalla creazione di questo mio spazio (avvenuta il 20 aprile 2008), decisi di spostare tutto su di un’altra piattaforma di blogging, che è quella su cui mi trovo adesso (WordPress). Era il luglio 2008, e decisi di spiegare ai miei “quattro” lettori il perché della mia decisione di scrivere le mie opinioni su quanto accadeva a Benevento e nel Sannio, e senza dimenticare di dare uno sguardo alle dinamiche del nostro Paese. In quel messaggio al pubblico non ho fatto altro che estrinsecare il mio bisogno, ossia quello di “fare qualcosa” per scardinare almeno qualche serratura della mentalità tipica della gente sannita, dei miei conterranei. Quella che definisco una mentalità “proto-mafiosa” è esattamente lo spirito contro cui svolgo la mia attività, che dal punto di vista del mio blog ha subito profondi cambiamenti nel corso di questi (quasi) due anni. Oggi, fra parentesi, il mio blog contiene esclusivamente gli articoli prodotti da me, seppur pubblicati per altri siti o testate a cui collaboro. Ma per spiegare cosa sia questa mentalità contro cui cerco di “battagliare” attraverso i miei articoli, devo ritornare agli stessi pensieri che mi mossero a buttar giù quella sezione del mio blog che tu hai citato: nel Sannio il disinteresse generale, soprattutto fra certe fasce giovanili, verso i problemi della comunità locale comporta una certa predisposizione ad essere inglobati dalla macchina delle mafie, dalle strutture criminali che, da un punto di vista storico, sono parzialmente estranee alle terre sannite”.

“La mia provincia è da sempre vista come un’isola felice, dove neppure la camorra ha messo piede. Fatti e testimonianze recenti (e non solo) dimostrano il contrario. Nel Sannio la camorra c’è, quello che manca è la presa di coscienza di questo fatto da parte dei cittadini. Qualcuno mi dirà che da sempre nelle terre infestate dalle mafie la gente comune ha paura di denunciare questa atroce presenza. Io rispondo che dalle mie parti il problema è più profondo: la facilità con cui certi amministratori eletti dal popolo si comportano in modo condizionabile dalla criminalità organizzata (penso agli appalti affidati senza gara), è disarmante. E lo è ancor di più il generalizzato silenzio degli organi di informazione più seguiti dai cittadini”.

“Il beneventano, il sannita, il campano, il meridionale vuol stare tranquillo, al riparo da qualsiasi fattaccio o misfatto complicato che possa costringerlo a rimettere in discussione le proprie preferenze politiche ed elettorali. D’altra parte, io vivo in una terra in cui il clientelismo è cultura predominante, e coloro i quali lo hanno applicato neppure si vergognano di rivendicare questa propria conquista”.

Il giornale si occupa in maniera approfondita di criminalità organizzata (ho letto un interessante articolo sulle donne della camorra, e poi le interviste a Raffaele Cantone e a Luigi De Magistris). Qual è il vostro modo di approcciare questo tema?
“Su Caffè News Magazine credo di poter dire che l’approccio ai temi della criminalità organizzata è fatta da un punto di vista giovanile e civico. Chi scrive e descrive certi fenomeni attraverso i nostri articoli, difficilmente ha messo piede in una procura o ha sfogliato provvedimenti giudiziari ufficiali. Altrettanto difficilmente abbiamo potuto venire a conoscenza di certi fatti e fenomeni attraverso fonti diverse dai maggiori organi di informazione nazionali. Noi ci mettiamo del nostro, osservando la realtà che ci circonda quotidianamente, inserendo nel racconto dei fatti anche considerazioni nate dalle nostre esperienze. Da questo punto di vista il nostro è un giornalismo sempre molto “dal basso”, civico nel senso che è fatto da persone che si sentono innanzitutto cittadini e soltanto in seguito componenti del variegato ed affascinante mondo dell’informazione. Da un punto di vista tematico, invece, l’approccio ai temi della criminalità organizzata è sia nel senso di denunciare il male che nel senso di evidenziare il bene: i nostri lettori (fortunatamente molti di più dei “quattro” che seguono il mio blog) sanno bene quanti articoli sono stati prodotti nel corso degli anni anche per raccontare esperienze positive di lotta per la legalità, di pezzi di società che funziona, di gente che si oppone alla “piovra” e dice il suo no”.

Abbiamo parlato di giornalismo e web 2.0, parliamone ora a proposito di politica. Ho letto il tuo articolo su Nichi Vendola e le primarie in Puglia. Nell’articolo definisci queste elezioni regionali “post-moderne”, perché?
“Mi fa sempre piacere quando qualcuno dice di aver letto e apprezzato un mio articolo, anche se non scrivo esclusivamente per essere apprezzato. L’idea di quel pezzo mi è stata data proprio dal mio direttore ed amico, Paolo Esposito. Siamo di fronte a delle elezioni regionali che coinvolgeranno moltissimi cittadini in tutta Italia, ormai fra un mese. Vendola, con la sua campagna elettorale sia reale che virtuale per la presidenza della Regione Puglia, rappresenta non un caso isolato di utilizzo delle nuove tencologie per promuovere il proprio messaggio politico, ma un vero e proprio fenomeno. O meglio, Vendola rappresenta uno spaccato, uno “spicchio” di questo fenomeno che è presente su più vasta scala un po’ ovunque. I politici hanno capito che la gente vuole essere ascoltata, vuole poter partecipare fattivamente. Per questo sono essi stessi che aprono sempre di più le porte al nuovo e alle possibilità di interazione con l’elettorato. A volte questi esperimenti sono un po’ fasulli e fatti più per propaganda che per dar voce veramente alle persone. Altre volte l’impatto sul popolo è effettivo e significativo. In questo senso si può parlare di elezioni post-moderne, usando un termine che è anche un po’ provocatorio, vista l’anzianità di certi candidati. Le persone comuni voglio sempre più partecipare anche alla formulazione dei programmi elettorali, alla scelta dei candidati, alla selezione dei contenuti di rilievo da portare poi nell’azione di governo. Tornando di nuovo a Vendola, io credo che al di là delle preferenze politiche di ciascuno, il suo sia un metodo vincente e da imitare, come ho inteso dire anche nel mio articolo. Perché lui si sta affidando davvero al sostegno diretto della gente, lasciando da parte (mi pare di capire) la dialettica spesso troppo burocratica delle segreterie e degli organi di partito. Anche per questo il Pd lo osteggia. Ed anche per questo il primo Pd, quello di Veltroni, ha perso le elezioni ed il suo stesso segretario e ispiratore: dentro quel partito sono ancora troppo forti le spinte delle varie dirigenze interne, mentre l’apertura diretta agli elettori si verifica solo in parte. Un fatto che accomuna un po’ tutti gli altri partiti in campo, dai più grandi ai meno forti.

Per concludere, quali sono le letture che preferisci?
“Come ci si aspetterà in base a quanto ho detto fino a questo punto, leggo molto libri di inchiesta o che raccontano fatti reali, fenomeni del nostro tempo, vicende attuali. Per esempio, ho letteralmente divorato Gomorra di Roberto Saviano, e sto tuttora leggendo un libro a cura di Giuseppe Carlo Marino sulla storia delle stragi in Sicilia dall’Unità d’Italia ad oggi, dal titolo La Sicilia delle stragi. Ogni tanto passo anche per qualche libro più giornalistico, come Impuniti di Antonello Caporale. Altre volte invece riesco a distaccarmi dal presente per andare a leggere grandi autori del passato: il Cicerone del Dei doveri, il grandissimo Vittorio Alfieri con il suo trattato ancor’oggi attualissimo intitolato Della tirannide, lo storico romanzo I dolori del giovane Werther di Goethe, oppure la pietra miliare della filosofia moderna rappresentata da Al di là del bene e del male di Nietzsche. La passione per le storia di malavita e malaffare, però, è in me troppo forte, per questo ora sto leggendo Il cappio, del giudice antimafia di Palermo Maurizio De Lucia, scritto in collaborazione col giornalista Enrico Bellavia. Ma l’autore che più di tutti ho amato e mi affascina è lo scrittore russo Dostoevskij, nei cui romanzi rivedo tracciati della mia vita. Su tutti, L’idiota è il libro che preferisco, e subito dopo vengono Povera gente e Memorie del sottosuolo”.

Abbiamo fatto un riferimento a Verri, quindi all’illuminismo italiano, in particolare quello milanese. Milanese è anche Cesare Beccaria. È interessante mettere a confronto questi autori con il Dostoevskij de L’ambiente o de L’idiota, riguardo alle sue idee sul diritto criminale e sulla pena di morte…
“Sicuramente il confronto è interessante, anche perché questi autori provengono da esperienze e contesti sociali molto differenti. Anche lo stile di scrittura e ancor più lo scopo delle loro pubblicazioni, sono piuttosto differenti fra di loro. Beccaria punta a sensibilizzare la comunità intellettuale del suo tempo sul tema delle sanzioni penali applicate dalla società ai rei. Il suo pensiero è che la pena di morte sia sbagliata per una questione di diritti dell’uomo ed anche in un’ottica di salvaguardia del bene comune nella società. Dostoevskij scrive dell’uomo e sull’uomo, rappresentandolo dall’interno dei propri sentimenti e persino dei propri pensieri. Ci presenta personaggi alle prese con le proprie passioni e con i limiti umani e sociali che ognuno di noi può ritrovare in se stesso. Da questo punto di vista, l’autore russo parla della pena di morte prescindendo dai diritti: per lui la massima sanzione penale del suo tempo fa male sempre e comunque all’uomo in quanto tale, anche decontestualizzato dalla società in cui vive. Non a caso, Dostoevskij si pone spesso a distanza rispetto alla “società” russa ma non rinuncia mai a compatire i suoi personaggi-chiave, assegnando loro pezzi del proprio io”.

Luca Onesti

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