Addio a Giovanni Giudici, poeta della vita
Tostato da Martina Zadra
Martedì notte, a 87 anni, Giovanni Giudici si è spento all’ospedale di La Spezia, dove era ricoverato da qualche giorno. Tra i maggiori poeti del secondo Novecento, la sua poesia è stata un continuo e ininterrotto mettere in versi la vita. Giudici, ha sempre rivolto l’attenzione a quegli aspetti minimi, quotidiani e comuni della vita, traducendoli poi in versi.
“Metti in versi la vita, trascrivi / fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi”.
Vita quotidiana quasi mai osservata perché ritenuta banale, scontata, evidente. Vita quotidiana troppo spesso rilegata dalla letteratura in una zona d’ombra, considerata un tema a margine. E’ a partire dalla crisi (storica e letteraria) degli anni ’60 che il quotidiano, l’ordinario, avanzano silenziosamente – ma inesorabilmente – nella letteratura non solo italiana, ma anche europea. Un’esigenza di dire, quella di Giudici, che nasce, da ciò che di irriducibile sta nell’uomo: l’evidenza. Il gesto – e la parola – spogliati dal superfluo, presi nel minimo, nell’irrinunciabile.
Ma non è in un semplice registrare la realtà che consiste il lavoro poetico di Giovanni Giudici: più si affonda dentro l’interiorità del personaggio, più si scorge una sorta di dissociazione tra l’io e la realtà che lo circonda. E ha ragione Berardinelli quando definisce il realismo di Giudici “del tutto estraneo al clima culturale che ha prodotto populismo e impegno”: effettivamente i suoi versi sono esenti da quella carica ideologica che caratterizza un Pasolini o un Sanguineti. La maggior differenza da questi è che qui la realtà non è osservata in primo luogo secondo una prospettiva ideologica, ma in termini prettamente etici.
L’assunzione dell’etica come categoria privilegiata di indagine della realtà è resa possibile proprio dalla convivenza tra dimensione interna ed esterna. L’uomo è qui chiamato a esprimere il suo giudizio privato sulla Storia, ma anche sui comportamenti comuni, sugli eventi quotidiani.
E’ su questo che si costruiscono le prime due raccolte: La vita in versi del 1965 e Autobiologia del ’69, che costituiscono le fondamenta sulle quali si edificherà la fitta produzione seguente: O Beatrice del ’72; Il male dei creditori, ’77; Il ristorante dei morti, ’81; Lume dei tuoi misteri, ’84; Salutz, ’86; Prove del teatro, ’89; Fortezza, ’90; Quanto spera di campare Giovanni, ’93; Empie stelle,’96; fino ad arrivare al biennio ’96-’98 con Eresia della sera.
Giudici era nato nel 1924 a Le Grazie, nel ’33 a causa di impegni lavorativi del padre si trasferisce a Roma, ma continua a trascorrere le vacanze a Le Grazie, luogo a cui rimarrà profondamente legato per tutta la vita. È questo il periodo dei primi tentativi poetici. Nel ’41 su sollecitazione del padre si iscrive alla Facoltà di Medicina, ma spesso si reca ad ascoltare le lezioni della Facoltà di Lettere e Filosofia, alla quale si iscrive l’anno successivo. Qui segue i corsi, fra gli altri, di Natalino Sapegno e Giovanni Gentile.
In questo periodo stringe anche i primi contatti con i militanti antifascisti di Montesacro, con Giustizia e Libertà e con il PCI. Parteciperà, dopo l’8 settembre del ’43 all’attività del Partito d’Azione, dando vita al giornale “La nostra lotta”. Continua a praticare, come dice lui, “la religione”: il binomio socialismo-cattolicesimo trova in Giudici uno spazio interiore di coesistenza, certo non priva di complessità e alle volte di delusione, da una parte e dall’altra.
In questi anni scrive alcuni racconti e delle poesie e racimola “a briciole”, sono le parole di Giudici stesso, “le poche informazioni di autori viventi, sull’unico settimanale (Tempo, diretto da Alberto Mondadori) che usasse pubblicare ogni tanto qualche poesia: Ungaretti, Quasimodo, Penna, forse anche Gatto” e Vittorio Sereni, con il qualche stringerà un rapporto particolarmente stretto, sia a livello personale che poetico. Riesce a comprare con i primi risparmi il Canzoniere di Saba.
Nel ’56 è assunto alla Olivetti come impiegato anche se in realtà si occupa della biblioteca e della redazione del settimanale “Comunità di fabbrica”, legato al movimento Comunità. Ottiene così quell’impiego “ with minor responsibilities” che gli permette di curare la scrittura, alla quale non riunucerà, fino alla malattia.
Testo dopo testo si seguirà, dunque, l’io poetico e l’uomo dall’impiego modesto durante le “giornate bianche / senza luci né forme” lungo il tragitto verso l’ufficio, nelle gite della domenica; lo si ascolterà parlare con altri, e altri dialogare con lui; lo si spierà dentro il suo appartamento, nelle sue riflessioni più intime sul mondo, che risucchia la vita e il suo colore rendendo tutto “color fabbrica”; sulla politica e la religione, sulla propria storia di ogni giorno (e ogni giorno identica a se stessa); lo si vedrà da lontano “subire il presente” e aspettare il “momento opportuno” per agire, e restare invece immobile.
Ci si chiederà perché: bontà, paura, viltà? Non ci si potrà dare risposta e proprio in quel momento ci si accorgerà di come su quel volto molteplice si possa sovrapporre il proprio. E che, come ci ricorda Giovanni Giudici con le ultime parole de “La vita in versi”, in ogni caso l’essere è più del dire.
Martina Zadra













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http://speziapolis.blogspot.com/2011/05/addio-giovanni-giudici.html
bell’articolo, e poi mettere un poeta – e che poeta – in prima pagina è degno di nota, specie se viene da un esempio di giornalismo giovane e dinamco come il vostro.Complimenti per tutto il lavoro.