Francesco Gesualdi, tra letteratura ed impegno sociale
Tostato da Marina Bisogno
Francesco Gesualdi è da sempre attento al rispetto dei diritti umani. Nel settembre 2009 ha dato inizio alla campagna “Cerca la rotta”, un coordinamento fra gruppi sparsi in varie parte d’Italia che insieme riflettono su un nuovo concetto di economia e di società: pur disponendo di meno risorse, si garantisce a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali. Già autore di libri, e fondatore della rete Lilliput insieme ad Alex Zanotelli, Gesualdi ha pubblicato da poco il suo “I Fuorilega del Nordest” recensito poco tempo fa da Caffè news. La redazione ha avuto la possibilità di intervistarlo e di approfondire la discussione sul testo edito da Dissensi Edizioni.
Prima di tutto perché “Fuorilega del Nordest”?
Il romanzo allude a ciò che è successo nelle aree industrializzate d’Italia e il primo titolo che mi venne in mente fu “Il ragazzo del Nordest”. Ma era troppo generico, non offriva spunti per la comprensione del contenuto. Con l’editore decidemmo che bisognava trovare qualcosa di più forte, un titolo che racchiudesse il percorso del protagonista, un giovane come tanti, che dopo avere creduto agli stereotipi xenofobi, ne esce fuori trasformato in paladino della giustizia e del rispetto. L’idea del “fuori” mi fece venire in mente ”fuorilegge”, termine che poi ho convertito in “fuorilega” ad indicare l’opposizione a un’ impostazione razzista e individualista di cui la Lega Nord è fautrice.
“I Fuorilega del Nordest” è un libro multitematico, dalle cui pagine emerge l’immagine di una società globalizzata. Il protagonista, dopo uno stato di crisi, ritrova se stesso e la semplicità delle cose, ma non senza sacrifici e prezzi da pagare. Si tratta di un libro meditato, ironico, umano, oserei dire patetico per certi versi. Quanto è stato difficile realizzare un libro che, seppur frutto della creazione, denuncia la povertà e le disuguaglianze della nostra era?
Per me il romanzo è un altro modo per continuare l’attività di denuncia e di proposta che porto avanti da anni. Dopo avere pubblicato saggi per denunciare le ingiustizie in cui siamo immersi e guide per aiutare a mettere in atto scelte di resistenza, ho deciso di utilizzare anche lo strumento romanzo per raggiungere quel pubblico che ha sensibilità per i temi sociali, ma sta alla larga dai saggi per allergia verso i numeri e le analisi sociologiche. Del resto la letteratura ha sempre avuto un ruolo di stimolo e nella storia di ognuno c’ è sempre qualche romanzo che ha impresso una svolta.
Il romanzo che ho scritto ha richiesto una certa dose di fantasia per intrecciare una storia di vita quotidiana, simile a quella di molti di noi, con fatti di portata mondiale. Ma non troppa, perché la realtà spesso supera la fantasia e per tirare fuori una storia, molte volte basta fare attenzione a ciò che si vive. La parte più difficile è stata quella di creare una trama che permettesse di stare contemporaneamente in due mondi: quello del Nord ricco, e quello del Sud povero. Ancora una volta la realtà mi ha aiutato. In virtù del mio impegno sociale ho conosciuto decine di persone che si recano nel Sud del mondo per affari, pertanto ho seguito questa via per catapultare Riccardo in Cambogia. Ma ho attinto alla mia esperienza di militante per descrivere l’inferno che vive la gente.
Com’ è nata l’idea della trama? Come hanno preso forma le storie del libro?
Da tempo volevo scrivere un romanzo che descrivesse, in filigrana, la globalizzazione e suoi effetti sociali. Ci pensavo fin dalla pubblicazione dell’altro mio romanzo sociale “Il mercante d’acqua.” Ma la trama stentava a prendere forma finché non mi capitò di ascoltare una conversazione durante un viaggio in treno. Sulla tratta Firenze-Bologna, sedevo accanto a due pratesi che si sfogavano del loro licenziamento e lo imputavano alla comunità cinese che a Prato è molto numerosa. Nello stesso periodo, il paese nel quale vivo, Vecchiano, era in subbuglio per la richiesta di Ikea di costruire un mega centro commerciale allo sbocco autostradale. Intanto,continuavo a viaggiare nel Sud del mondo per organizzare campagne per la difesa dei diritti dei lavoratori nell’ambito della campagna “Abiti puliti”. Dunque i pezzi della storia c’erano tutti, si trattava solo di creare un filo conduttore per tessere la ragnatela su cui il mio protagonista potesse camminare. I fatti di cronaca e le esperienze vissute mi fecero da guida.
Il libro sta riscuotendo un notevole successo. Quali commenti ed impressioni ha raccolto lei direttamente?
Il riferimento alla realtà che viviamo è fin troppo evidente e molti mi hanno ringraziato perché attraverso una storia attraente hanno potuto addentrarsi dentro a meccanismi che non avrebbero capito mai attraverso spiegazioni teoriche. Altri mi hanno ringraziato per l’ottimismo trasmesso. Quantunque nel romanzo emergano tutte le difficoltà della lotta contro il potere e i luoghi comuni, rimane il fatto che Riccardo, il protagonista, ne esce fuori vincente. Non tanto nei confronti del mondo, verso il quale porta comunque a casa dei risultati, ma soprattutto nei confronti di se stesso. Riccardo vince la sua battaglia contro la stupidità, la vigliaccheria, il senso di impotenza. Atteggiamenti e sentimenti che spesso albergano dentro ciascuno di noi e che si espandono a tal punto da farci perdere la lucidità, da farci imboccare strade che ci fanno sentire dei vermi, da farci perdere l’entusiasmo per l’impegno se non per la vita stessa.
Lei è stato allievo di Don Milani. È cresciuto inseguendo precisi principi di vita, che se applicati, renderebbero l’esistenza di ciascuno migliore. Tutto alla fine passa per l’economia, la gestione delle ricchezze, lo sfruttamento delle risorse. Crede che si riuscirà mai ad invertire la rotta?
La possibilità di cambiare, di costruire una società planetaria capace di garantire a tutti una vita dignitosa nel rispetto della natura e dei limiti del pianeta, dipende da ciascuno di noi. Dalla nostra volontà di non accontentarci delle spiegazioni preconfezionate, ma di volere formare le nostre opinioni a partire dall’informazione plurale. Oggi, come ieri, il mondo va male, nel senso che è dominato da pochi che attraverso meccanismi cervellotici, si arricchiscono alle spalle di molti, perché hanno anestetizzato il nostro senso critico, hanno scalzato la nostra capacità di formarci un pensiero autonomo, hanno ucciso la nostra autostima nella capacità di fare proposte e costruire un mondo alternativo. Ma tutto questo può cambiare cominciando a riappropriarci del nostro tempo, smettendo di buttarlo via in passatempi demenziali che il potere volutamente organizza per dominarci. Pretendendo di informarci in maniera ampia, formando reti di resistenza, mettendo in pratica ciò che crediamo, pensando in grande la progettazione di un’altra economia a livello locale, nazionale, planetario, nella convinzione che un’ altro mondo non solo è possibile, ma non più rinviabile. Non ho la sfera di cristallo, non so come il cambiamento avverrà, ma sono certo che avverrà perché i segnali di crisi ambientale, sociale, economico, non sono più opinioni. Sono crepe sempre più estese e profonde che ci obbligano a invertire la rotta. Nessuno di noi ha il potere di gestire gli eventi, ma ciascuno di noi ha la possibilità di fare qualcosa. È su questo spazio che dobbiamo concentrarci mettendolo in rete con quello degli altri, affinché tutti insieme possiamo tessere un altro futuro. Questo è l’insegnamento di Barbiana che mi porto dentro.
La sua attenzione è da sempre rivolta al rispetto dei diritti umani e all’economia sostenibile ed alternativa allo sfruttamento indiscriminato. Sta già lavorando ad altro?
Fermarsi è un lusso che non ci è concesso, gli eventi costringono a stare sempre sulla breccia. La globalizzazione al servizio del megacapitalismo sta mettendo in luce il suo vero volto, che noi, sdegnosamente definiti no-global, denunciamo da anni. Un’ingiustizia crescente ad ogni latitudine, associata alla ricerca sfrenata di profitto immediato ha provocato un’espansione incontrollata della speculazione finanziaria che oggi sta divorando tutto il sistema fino a distruggerlo. Seguo queste vicende da vicino con l’intento di suscitare sdegno, protesta, proporre soluzioni che non poggino sulle spalle dei deboli. Il passaggio da quest’economia distruttrice a un’altra al servizio della persona è il mio impegno principale. Avverto che siamo come topi in gabbia che non trovano la via d’uscita non tanto per l’inesistenza di varchi, ma per difetti alla vista. Fare prendere consapevolezza di questo, anche attraverso un nuovo romanzo, mi stimola molto. Ma mi serve un altro viaggio in treno per trovare l’ispirazione.
Marina Bisogno













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