Quando il romanzo è “un farmaco” disturbante

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“Il Farmaco” (Fandango editore) è il primo romanzo di Gilda Policastro, giornalista e scrittrice. Le ambientazioni, i personaggi, si presterebbero con serenità ad una perfomance teatrale. Dalle pagine trasuda un’umanità complicata. Uomini e donne allo specchio, infimi e doppi, che indossano camici per lavoro, e dietro ai quali celano le impurità dell’essere. La sintonia tra i luoghi ed i protagonisti lascia emergere il nocciolo duro dell’animo umano: contraddittorio, oscuro. “Il Farmaco” è un viaggio di cui si conosce l’inizio ma ignoriamo la fine, proprio come con la vita. Alla fine del sublime strazio resta solo una certezza: l’occhio vigile della scrittrice, che ha saputo far riemergere antichi segreti mai svelati. Caffè news l’ha intervistata.

L’anno scorso la Fandango ha pubblicato ”Il Farmaco”, il tuo primo romanzo. Ciò che più ha destato curiosità è stata la tua capacità di scavare negli anditi dell’animo umano, senza aver paura di sporcarti le mani. La psicologia riempie le pagine, togliendo spazio alla vicenda narrativa, di per sé esigua. Gli ambienti ospedalieri, asettici esasperano gli stati d’animo del lettore, che non trova poesia, non trova bellezza, ma solo squallore. Un libro irritante, poliedrico, che testimonia, però, la maestria scrittoria dell’autrice. Come è nato questo libro e come ne hai vissuto la stesura?
 
 Pur non aderendo all’idea della narrazione come trama che debba catturare il lettore con una storia e dei personaggi avvincenti o un finale ad effetto, non mi sentirei di condividere la definizione di ”esigua”, rispetto a quella che chiami la vicenda narrativa. Il farmaco, ed entro così nel merito della domanda che mi poni, tra le altre ambizioni aveva anche quella di contrapporsi all’idea vulgata della narrazione come susseguirsi di accadimenti eclatanti, che si danno nelle esperienze reali in numero molto ridotto, di norma. La vita diceva Montale è ”questo scialo di triti fatti”, di eventi per lo più insignificanti, banali, comuni, come lo è poi di fatto la malattia e primariamente la solitudine e l’incapacità di uscirne che affligge tutti i miei personaggi, indipendentemente dal loro stato di ”salute” in senso medico-diagnostico. Ecco, la narrazione del Farmaco muove proprio da questo tipo di consapevolezza, tipicamente novecentesca, unitamente a un’ansia invece più tardo-moderna di dissipazione e di frammentazione delle esperienze individuali come collettive (la coppia, l’ambiente professionale etc.), che finiscono col ricondursi tutte a una consistenza meno che onirica: quello che veramente accade, nel libro, è una continua proiezione-trasfigurazione del desiderio in una dimensione virtuale nel senso del potenziale di realtà ma anche nel senso più proprio della nostra era, di una impossibilità a vivere realmente l’amore e la sessualità e della conseguente traduzione di queste esperienze in finzione o simulazione. Dissento però dall’idea che nel libro ci sia solo squallore o depravazione: c’è molta sofferenza, in queste vicende e in ognuno dei personaggi raccontati, e dunque c’è la poesia del dolore, che è il vero motore di ogni vera esperienza letteraria, quando non ci si trovi invece a voler scimmiottare le mode o ad assecondare quelli che tu chiami gli ”stati d’animo del lettore”. E perché mai al lettore dovrebbe essere risparmiata la verità, o edulcorata? Quando dico di non aver inventato nulla, nella nota in calce al testo, citando Sanguineti che è senz’altro uno dei miei riferimenti principali, riprendo un’affermazione in cui credo molto: la letteratura non può raccontare tutta la verità, ma può proporsi di raccontare ”solo” la verità. 
 
Torniamo all’irritazione. Ho letto che Andrea Cortellessa l’ha definito disturbante. Secondo te perché di primo acchito il lettore ha questa reazione?
 
  Il primo a definire il mio romanzo ”disturbante” è stato il mio editore, Mario Desiati, mostrando in questo una certa lungimiranza, tanto rispetto al mio romanzo, che è stato poi effettivamente recepito per lo più come tale, quanto in generale nella proposta di un certo filone letterario poco incline alla piacevolezza, dei temi come della lingua (mi è capitato poi di leggere la medesima definizione, ad esempio, nella scheda editoriale di un romanzo recente che ha riproposto una terribile vicenda di cronaca di qualche anno fa: ”Elisabeth” di Paolo Sortino, uscito per Einaudi la scorsa primavera). Il lettore ha una reazione attesa rispetto a un tema che di per sé non è in cima alle preferenze dei best-selleristi: la malattia non fa vendere, se non nella forma eventuale di un reportage sulla malasanità, tutt’al più. Ma è una reazione che non mi disturba, se mi consenti la boutade, e che di fatto non ho ricercato ad arte: era nel tema trattato il disagio, la sofferenza, l’urto e che la pagina riesca a riprodurre tutto questo è una conferma in più della necessità di raccontare, come dicevo, la verità.  
 
Nonostante si trattasse del tuo primo romanzo sei riuscita a pubblicare con una casa editrice di rilievo. Hai studiato Letteratura, Teoria e Critica a Roma. Inoltre sei anche giornalista. Credi che le ore trascorse a leggere gli scritti altrui abbiano contribuito a farti trovare una voce unica ed inconfondibile? Sai, ho come l’impressione che tu ce l’abbia messa tutta per trovare un tuo punto di vista, evitando qualsiasi imitazione, anche se involontaria. Che ne pensi?
 

Ho lavorato sul testo accompagnata da molti padri (e madri) e da molti maestri, ma posso anche riconoscermi una voce originale senza per questo attribuirmi un merito particolare. Quella voce che risento quando mi capita di rileggere in pubblico il mio testo è una voce che ha parlato in me, con quel ritmo talvolta affannato talvolta monotono e quelle alternanze di cupezza atonale e di lirismo più musicale per qualche anno: Il farmaco era al tempo stesso la mia ossessione e la mia via di liberazione, il mio tentativo di cura e di autorisarcimento, in qualche modo, dal dolore.  
 
Stai lavorando ad un altro libro nel frattempo?

 Sì, ho un’idea nuova che mi piacerebbe sviluppare compiutamente, ma di recente l’attività critica ha ripreso il sopravvento e non è detto che sia un male: in fondo Il farmaco l’ho concepito, sì, sulla scorta di un’urgenza biografica contingente, ma anche a seguito di un periodo di intense letture, non necessariamente o strettamente legate alla stesura del romanzo. Le idee migliori persino in ambito scientifico recano spesso lo stigma della casualità. 

 Hai esordito come poetessa. La prosa ha preso il sopravvento o di tanto in tanto ti lasci ancora andare ai versi?
 

Come ho già avuto modo di dire in molte occasioni pubbliche, non considero gli ambiti della scrittura come separati o inconciliabili: nel Farmaco oltretutto ci sono molto spesso inserti di mie poesie e di fatto l’ultimo libro che ho all’attivo, uscito un paio di mesi fa per l’editore Transeuropa, è una plaquette di testi poetici. La scrittura è una corrente, un movimento del pensiero da qualcosa o verso qualcosa, e la sua forma è di fatto fluttuante, non definita e non definibile a priori. Spesso mi trovo ad annotare appunti che potrebbero diventare storie, o racconti, e invece trovano poi una forma diversa nella scrittura in versi, oppure il contrario. In generale preferisco parlare di prosa, piuttosto che di romanzi, e di scrittura in versi, piuttosto che di poesia, per il mio lavoro: scrivere è una modalità di interazione con gli altri, non ha poi molta importanza attraverso quale genere ciò avvenga. 

 Tra le tante attività ti occupi anche di critica letteraria per il Manifesto. Come concili il ruolo di giornalista arguta con quello di scrittrice? Non sei perseguitata dal mito della perfezione?

 Occuparmi di critica letteraria, vero, potrebbe rendermi ipercritica nei confronti della mia scrittura, che non è poi del tutto conforme o pienamente aderente alle mie predilezioni critiche: per dire, non ho scritto un romanzo neoavanguardista, pur essendomi molto occupata di questo movimento letterario. Oppure, al contrario, il rischio che si tende a enfatizzare, quando ci si trova di fronte all’attività di scrittori che siano al tempo stesso dei critici, è l’idea che la seconda attività possa venire negativamente influenzata dalla prima, e che dunque il giudizio critico possa essere a priori condizionato dalle proprie personali scelte di poetica o di stile. Ma è un  rischio che, per quello che mi riguarda, mi sento di poter scongiurare, dal momento che ho prima lavorato alla costruzione di un mio punto di vista all’interno del campo letterario e solo molti anni dopo ho esordito nella scrittura creativa, a percorso critico già intrapreso e direi consolidato. Ciò premesso, non vedo nulla di male nel perseguire certe forme di coerenza o di gusto estetico, tanto nell’attività critica che creativa, pur non seguendo a tutti i costi la via dell’emulazione o dell’approvazione pedissequa e incondizionata. Il mito della perfezione mi appartiene poi come miraggio direi più nella vita personale che professionale: una perfezione però non assoluta, ma relativa a certe mete e obiettivi che per tradizione storica o familiare ho sempre ritenuto un preciso obbligo sforzarmi di raggiungere.  E questo mi aiuta però a mantenere orazianamente i piedi per terra, tanto nelle avversità che nei momenti positivi: in ogni caso il senso del lavoro fatto o da fare, piuttosto che quello del successo o delle conquiste narcisistiche, prevale, per quel che mi riguarda, in ogni situazione. 
 
 
Lavori per un giornale storico, che vanta tra i fondatori la grande Castellina, finalista allo Strega di quest’anno. Come e quanto ti ha arricchito lavorare per il  Manifesto?
 

Vorrei rispondere con una battuta amara: la collaborazione al Manifesto non mi ha fruttato un euro, perché il Manifesto è sì’ un giornale di grandissima tradizione storica e di dichiarata e ferma impronta ideologica ma è anche uno dei giornali in perenne crisi economica ed emergenza per i suoi collaboratori. Io sono al tempo stesso molto fiera della mia passata collaborazione e molto preoccupata per il prosieguo della medesima: il volontariato culturale può consentirselo chi abbia poi altre fonti di reddito che non è la mia condizione attuale, ahimè. 
 
Sei nata a Salerno e poi hai viaggiato per perfezionarti. Vivi di cultura, la stessa cultura che il nostro governo offende ogni giorno, ma che resiste. Come vivi questo momento storico come cittadina e donna di lettere? Come reagisci davanti alla precarietà giovanile e come la vivi tu?
 

Purtroppo ho reagito finora, come tutta la mia generazione, rimanendo colpevolmente in attesa: serpeggiava in noi nati negli anni Settanta o nei primi Ottanta l’illusione di poter ”entrare” nel sistema produttivo in qualche modo, ma le condizioni socioeconomiche attuali hanno dimostrato l’infondatezza di tale illusione, e però, ribadisco, anche la sua colpevole ingenuità. Qualunque fosse la condizione di privilegio da cui partivamo (il sostegno delle famiglie, un certo diffuso benessere prima dell’avvento dell’euro e dello sciagurato ventennio berlusconiano), non era poi così sensato illudersi che sistemi incancreniti e feudali come molti settori della vita culturale e formativa di questo paese potessero per sola forza di speranza o di buona volontà mutare in altro da ciò che erano. Ecco, oggi che quella speranza è stata brutalmente e definitivamente assassinata, a chi ha, come me, tra i 30 e i 40 anni non resta che reinventarsi competenze o capacità di impiego in settori minimamente redditizi, oppure sentirsi dire, se donne, anche in ambienti  culturalmente elevati: trovati un marito ricco.  

Marina Bisogno

 

 

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