L’Attesa di Ginevra Bompiani

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“L’attesa è lo spazio nel quale una freccia tirata da un qualche punto si dirige silenziosamente verso un bersaglio. Il bersaglio è nel cuore di colui che aspetta”.

Quanto tempo passiamo a raccontarci di giorni migliori, di cambiamenti che prima o poi arriveranno? Quanti giorni trascorriamo ad attendere qualcosa o qualcuno? “L’Attesa” (et al./ Edizioni, 2011) è il prezioso saggio di Ginevra Bompiani, studiosa di letteratura straniera, scrittrice e fondatrice della casa editrice Nottetempo. Il libro affronta e sviscera i vuoti di Crono attraverso le parole di scrittori e filosofi celeberrimi. Un libretto blu che la stessa autrice definisce “materia fumante” a causa di quello strano gioco per cui “è vero che aspettiamo sempre l’atteso, e, quando arriva l’ospite, dobbiamo decidere che accoglienza fargli”.

Secondo quanto si legge, e si vive, l’attesa può compiersi o essere tradita dalla sorpresa, ma è l’attesa a far palpitare gli esseri umani, a farli sentire vivi. Il compimento, al contrario, la ferisce, l’annulla, mentre la sorpresa sarà la misura del nostro grado di umanità, della capacità di accettarla ed accoglierla.  “Colui che aspettiamo non è colui che arriva perché colui che aspettiamo appartiene all’immaginario e al linguaggio, colui che arriva appartiene all’evento, al reale”. Uno stato che apparentemente può apparire vacuo, inutile, ma che invero, attrae tutto il nostro essere, lo irraggia di significato. Lo scarto tra il viaggio e la meta, tra la partenza e l’arrivo, è l’attimo stesso in cui ogni essere umano può urlare “spero, credo, sogno, quindi sono vivo”. 

La Bompiani ce lo illustra viaggiando tra gli scritti di Wittgenstein, di Novalis, di Valèry, di Benjamin, di Leopardi, di Borges, senza nascondere la sua considerazione poetica e romantica dell’attesa. L’aporia che insegue l’essere umano si condensa in una frase che anni fa ha indotto l’autrice ad affrontare l’annosa tematica. La distanza tra l’aspettativa e la realtà, tra l’atteso e l’ospite, ci mette in crisi, certo, ma ci salva, senza che ce ne rendiamo conto. E così, tutto questo struggersi e distruggersi scandisce l’ampiezza della nostra anima e l’emozione palpitante dei nostri giorni. L’attesa ci fa battere il cuore, che sia di qualcosa o qualcuno. L’attesa non coincide con la stasi. Essa non è ristagno, non è putrefazione ma sollievo dall’essere. È ricerca e confronto.

“Non è detto che la freccia dell’attesa porti la felicità, dico solo che ad aspettare è quanto di più intimo e palpitante c’è in noi” sostiene la Bompiani.

E continua “L’Attesa è un libro che è stato scritto interamente circa vent’anni fa, iniziato e finito allora. Nel periodo in cui ero presa da questo argomento, ho approfittato delle richieste che mi si facevano, per convegni o riviste, per scrivere un capitolo dopo l’altro. L’ho ripreso in mano perché me l’ha chiesto Sandro D’Alessandro, l’editore, che lo voleva ristampare (era uscito da Feltrinelli). Ho scritto una breve prefazione e poi ho ripreso tutto in mano, chiarendo alcuni punti e togliendo alcune citazioni”.

Poi, alla domanda quale sia stato il suo ospite più grande risponde “Non c’è ‘un ospite più grande, il punto è che (e questa è la tesi del libro), l’attesa non si realizza mai esattamente come ce l’eravamo rappresentata, c’è sempre uno scarto, dall’atteso immaginario all’ospite reale, e, se non accettiamo questo scarto, e quindi di fare accoglienza all’ospite, l’attesa non finirà mai (come nel messianesimo)”.

Non ci resta che metterci alla prova.

 

Marina Bisogno

 

 

 

 

 

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