L’involuzione sonora dei Negrita

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Dannato Vivere è l’ottavo album in studio dei Negrita. Ideale seguito di HELLdorado, dato alle stampe nell’autunno del 2008, il disco è acquistabile presso i rivenditori autorizzati dallo scorso 25 ottobre. Un lavoro, questo, al quale la band ha iniziato a dedicarsi poco dopo la conclusione del travolgente tour estivo del 2009. La fase di scrittura è stata poi inframmezzata da un lungo soggiorno negli Stati Uniti dove i Docs si sono recati per vari motivi: in primis con il compito realizzare una serie di puntate televisive per il Jack On Tour del 2010. Quel viaggio on the road gli ha dato modo di visitare e raccontare le principali capitali del rock americano tra cui Seattle, Nashville e San Francisco. Al Sonic Ranch di El Paso il quartetto aretino, sotto la supervisione di Paolo Alberta, ha poi avuto l’occasione di registrare gran parte delle basi dei tredici brani inclusi nella tracklist definitiva dell’LP. Le recording sessions sono state quindi ultimate tra il loro quartier generale alle porte di Arezzo – l’Hollywood Garage II – e il Mulino Recording Studio di Acquapendente (in provincia di Viterbo). Come già accaduto in passato la curiosità dei beniamini circa il loro nuovo capitolo discografico era notevole. Se L’Uomo Sogna Di Volare ed HELLdorado avevano ottenuto dei buoni riscontri in termini di vendite, non del tutto entusiasmanti erano stati i giudizi di una parte dei loro fedeli sostenitori, sempre poco convinti della nuova apertura alle sonorità latine e alla world music attuali. Molti si auspicavano che con Dannato Vivere si sarebbe potuto verificare un cambio di rotta travolgente o, addirittura, un ritorno al sound delle prime produzioni fatto di armoniche, riff prorompenti, roboanti assoli di chitarra e quel pizzico di sfrontatezza che nel rock non guasta mai. Insomma, la speranza comune era quella di una produzione più ruvida ed accattivante possibile, priva di eccessivi influssi sudamericani nelle ritmiche e nelle strutture melodiche. Ebbene, nulla di tutto ciò. Nessun tipo di ripensamento, anzi, con questo nuovo album il gruppo capitanato da Pau Bruni ha nuovamente spiazzato il pubblico. I Negrita si ripresentano più convinti e fieri dei propri istinti, figli delle esperienze umane e sociali fatte negli ultimi sette anni. Il complesso toscano continua a cavalcare l’onda musicale sudamericana alla quale non si risparmia di aggiungere sempre più elementi moderni, lontani anni luce dal funk rock degli esordi.

Mai come in questo caso l’uso delle tastiere e dei sintetizzatori è stato tanto ingente. Non che le programmazioni e i sequencer siano nocivi per la musica, ci mancherebbe. Anche in un disco lancinante come Reset, risalente al 1999, l’elettronica aveva avuto un ruolo non indifferente. Ma questa volta il problema è che tale abuso di suoni e beat ha oscurato quasi del tutto le chitarre elettriche, da sempre punti fermi del loro background. In alcuni frangenti di questo lavoro sembrano quasi sottotono perché tenute in secondo piano. Ciò la dice lunga sull’esito globale del disco. Il risultato è quello di un album molto, troppo lavorato. Con Dannato Vivere i Negrita seguono la scia di alcune realtà musicali argentine come El Otro Yo e La Zurda. Formazioni, queste, che già da un po’ hanno alleggerito in maniera eccessiva il proprio sound. E’ giusto mischiare le carte, ed è anche apprezzabile la scelta di mettersi continuamente in discussione in occasione di una nuova produzione. Ma nello sperimentare è comunque apprezzabile una certa efficacia che qui è davvero carente. Il fatto che nell’ascolto approfondito dell’LP non si incappi in qualcosa di trascinante è abbastanza emblematico. Gli unici episodi apprezzabili risiedono nell’accoppiata iniziale Junky beat/Fuori controllo, nel discreto groove di Per le vie del borgo (che perde però troppi colpi nell’inciso scontato e prevedibile) e, infine, nel coraggio de La musica leggera è potentissima, take dalle buoni intuizioni anche se non sviluppate al massimo. Non disdegnabile nemmeno il primo singolo Brucerò per te, svalutato però da un arrangiamento eccessivamente pop. Il resto, dispiace dirlo, è ben poca roba. Mediocri sono, ad esempio, la title track e La vita incandescente. La solarità di pezzi come Immobili, Un giorno di ordinaria magia e Bonjour lascia invece quasi perplessi. Discorso simile per le tastiere in stile MGMT che riempiono senza motivo Il giorno delle verità, cantata dal chitarrista Enrico Salvi la cui voce, tra le altre cose, si ritrova anche nella conclusiva Splendido. Non c’è esplosività, da sempre tratto distintivo del loro stile. Anche i testi non graffiano come dovrebbero e, salvo rari casi, risultano scontati e prevedibili. Da un complesso come il loro, dotato di straordinarie qualità tecniche individuali, ci si aspetterebbe ben altro. Ma d’altronde non è possibile fare dischi su richiesta e di sicuro i Negrita, anche in futuro, continueranno ad assecondare i propri gusti musicali che, al momento, sembrano essere meno classicheggianti del solito. Fortunatamente la band ha già annunciato un nuovo minitour invernale che avrà, nel prossimo febbraio, una sorta di anteprima nei palasport di Firenze, Padova, Roma, Torino, Bologna e Milano. Un bella notizia dal momento che loro, almeno on stage, conoscono ben pochi rivali in Italia.

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