Do It, il ruggito dei Bud Spencer Blues Explosion
Tostato da Alessandro Basile
C’è voluto un po’ di tempo affinché i Bud Spencer Blues Explosion riuscissero a pubblicare il seguito ideale dell’eponimo, sorprendente disco d’esordio. Tre anni, tondi tondi. Senz’altro l’intervallo giusto per poter dare alle stampe un LP all’altezza del loro talento allucinante. Ma che sia tanto o poco, in fin dei conti, interessa fino ad un certo punto. L’importante è che sono tornati, più maturi, intraprendenti e consapevoli dei propri mezzi. L’attesa logorante che stava attanagliando fan, pubblico, critica e addetti ai lavori non poteva infatti essere ripagata in modo migliore. Do It, seconda prova in studio del power duo capitolino composto dal chitarrista Adriano Viterbini e dal batterista Cesare Petulicchio, è presente negli scaffali dei rivenditori autorizzati dallo scorso 4 novembre. Mai, come in questo caso, chi scrive si sente in dovere di dare un consiglio sincero, soprattutto verso coloro che seguono con attenzione le novità provenienti dal sempre più fervente panorama indipendente italiano. Quale? Uscire il prima possibile di casa per recarsi in fretta e furia presso il negozio di dischi più vicino. Obiettivo: per procurarsi questo album. I motivi sono diversi: innanzitutto perché è un lavoro pazzesco; in secondo luogo perché l’acquisto di un prodotto del genere non è nient’altro che una buona azione nei confronti della musica alternativa nostrana (che è di gran lunga ben più interessante del triste mainstream attuale); infine, per il semplice fatto che una musica come quella dei BSBE darà grandi soddisfazioni agli ascoltatori più esigenti. Insomma, si tratterebbe di venti euro spesi benissimo. Consigli a parte, è opportuno cercare – e non è facile – di descrivere questa nuova fatica in studio. Senza troppi giri di parole, va riconosciuto subito il fatto che Do It sia una vera e propria bomba. Non è un’esagerazione. E’ la realtà. Tanti sono i fattori che possono confermare un’osservazione di questo tipo. L’equilibrio permanente, l’incisività, l’efficacia e l’intensità che lo contraddistinguono sono del resto impressionanti. Ciò fa comprendere come, soprattutto rispetto alla prima produzione, questo disco non perda un colpo. Non ci sono rischi di alti e bassi poiché la veemenza dei pezzi è più che costante dal momento in cui si viaggia su ritmi sostenuti. Quando le atmosfere sembrano placarsi, niente paura: è questione di pochi istanti, dopodiché si riparte alla grande.
L’album comprende: nove canzoni originali; un brano, Hamburger, già edito in quanto presente in Happy, l’EP d’esordio risalente al periodo immediatamente successivo alla loro formazione; la cover di un classico del blues quale Jesus on the mainline; e, infine, due tracce fulminee. Si tratta di Slide e Skratch explosion. La prima ha il compito di aprire la raccolta, fungendo da ottima introduzione strumentale per un brano mozzafiato e devastante come Più del minimo; la seconda, un po’ sullo stile delle takes riempitive usate anche dal mitico Jon Spencer nelle sue produzioni di metà anni Novanta, è un piccolo esperimento sonoro realizzato assieme a DJ Myke. Tredici episodi per un totale di circa quarantotto minuti di grande sperimentazione, passione, sudore e sfrontatezza. Come se non bastasse, riff incalzanti (su tutti quelli di Giocattoli e Rottami), stacchi di batteria imprevisti, cambi di tempo ed assoli dirompenti si avvicendano senza sosta in un continuum travolgente. Insomma, tutto ciò che nel rock non dovrebbe mancare mai. Se a questi ingredienti si aggiungono poi le autentiche prodezze di due musicisti stratosferici come Adriano e Cesare, allora è chiaro che i presupposti per un grande album ci sono eccome. C’è tanto blues, in determinati frangenti più delta, in altri più moderno. Ma stavolta le sfumature sono più marcate del solito. Merito anche dell’uso consistente del dobro, perfetto per rendere più caldo, se non addirittura focoso, il sound complessivo dell’album. Ma oltre al blues, in Do It, c’è anche dell’altro. Ciò che emerge è soprattutto una dirompenza quasi core nel modo di strapazzare le chitarre da parte Viterbini, capace di rendere ancor più accattivanti i brani. Immancabili anche gli echi lo-fi, in stile Black Keys, molto vicini al garage/punk blues tipicamente americano ed evidenti sia nel riff portante di Hamburger che nel finale di Dio odia i tristi. A valorizzare in maniera non indifferente le musiche c’è anche un’attenzione particolare alle liriche. Nonostante sia comune la tendenza di sottovalutare l’importanza dei testi nell’economia di un progetto come quello dei Bud Spencer Blues Explosion, dove il punto forte sono – senza ombra di dubbio – le digressioni strumentali, in questo caso i versi delle canzoni risultano meno prevedibili del solito come avviene, ad esempio, ne L’onda e in Squarciagola. Più fluido, coinvolgente e sicuro risulta anche il cantato di Viterbini. Per il resto, non c’è altro da aggiungere. Buon ascolto.













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