Gomorra a teatro

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Proprio quando credi che la parola Gomorra rischi ormai di diventare un cliché, un’etichetta da appiccicare ad un qualunque prodotto artistico pur di attirare consenso, ecco che un ottimo regista come Mario Gelardi riesce nell’imprevisto. Gomorra è uno spettacolo ideato da Gelardi ed Ivan Castiglione, molti anni fa, ancor prima che quello stesso titolo diventasse un best seller mondiale. Tratto dai testi che avrebbero poi composto il celebre volume sugli imperi della camorra, questa Gomorra teatrale è il frutto di una stretta collaborazione con Roberto Saviano che non a caso, dello spettacolo è sceneggiatore, oltre che protagonista.

“Una scarica di Kalashnikov”, descrive così il suo spettacolo, Gelardi. Un’esperienza che arriva dritta e ti riempie di fori netti ed impietosi, attraverso cui sbirciare sotto la duplice veste del Sistema camorristico, la più rozza e violenta che muove il braccio armato sulle strade, e quella laccata e ripulita dei cosiddetti colletti bianchi, veri imprenditori dell’illegalità. Lungo questo binario si snodano quattro storie, che si articolano l’una nell’altra. La scuola di sartoria per cinesi, il controllo del traffico di droga, il battesimo delle armi con l’onnipresente AK47, il business più che redditizio dei rifiuti. Sistema, economia, violenza. Il personaggio di Saviano si muove continuamente sul palco, ascolta, domanda, osserva. Per poi raccontare. E nella sua figura, magistralmente ripresa da Ivan Castiglione, si riconosce l’alternativa di chi vuole capire, per poter contrastare. “A che serve avere le mani pulite se poi le teniamo in tasca”, diceva Don Milani . Sarà per questo che la scenografia soffoca di polvere, e tubature arrugginite. Perché lo scrittore possa passarci sopra, e venirci a raccontare di cosa si imbratta la terra che calpestiamo.

Non a caso lo spettacolo si apre con un discorso ormai noto, quello che lo scrittore pronunciò a Casal di Principe, la patria inattaccabile del potentissimo clan che da quelle terre eredita il nome, sottraendolo ai cittadini ed infangandolo. Casalesi. Casalesi sono Zagaria, Iovine, Schiavone, i boss a cui Saviano rivolse in quel giorno un invito che suonava come un’intimazione onesta e senza appello. “Andatevene, voi non siete di questa terra, smettete di essere di questa terra”. Nel microfono appoggiato al palco risuona la voce dell’attore Castiglione. Solo che quelle parole, che sembrano frutto di un’attenta scrittura teatrale, monologo portante di una sceneggiatura efficace, non vengono dall’astuzia di un regista, ma dall’esperienza reale di chi per primo le pronunciò. Il discorso a Casal di Principe risale al 23 settembre del 2006, ed é dunque cronologicamente posteriore all’uscita del libro, eppure nella sua ripresa drammaturgica, decisamente lo precede. Un ribaltamento temporale che immerge immediatamente il pubblico nella realtà a cui sta per assistere. Un momento avulso dal teatro che ci spieghi perché siamo qui oggi, ad ascoltare certi argomenti, cercando di intuire qualcosa di più. Si resta attoniti davanti alla sincerità assoluta della verità, si sente sotto alla carne che sul palco non si finirà a sciorinare storielle.

 E’ perfettamente chiaro che l’intento dietro alla rappresentazione non è solo quello di mettere in mostra il sistema camorristico, ma di farlo attraverso i personaggi che ci si muovono in mezzo. Sul palcoscenico si svela la strada, tutta violenza e retorica di aggressività. Bestialità, pretesa di successo, il mito paradossale di una morte da uomo vero, che si faccia sparare in faccia e non negli intestini, “che lì poi è ‘na figgura ‘e merda”. Gomorra però non è soltanto braccio armato, perché se la brutalità è l’evidenza di un controllo, certo non lo esaurisce. Il Sistema si arricchisce nelle stanze pulite, esponendo le proprie lauree, e creando business, mentre fornisce servizi anche a chi così disonesto non credeva di essere. Ecco allora lo stakeholder dei rifiuti, mago che occulta tonnellate di materiale tossico, e che nel tanfo della munnezza fiuta il profumo della propria fortuna. Ci prova anche a convincere Saviano, che ha “una certa proprietà di linguaggio” ad entrare nel giro, a smanettare bolle di accompagnamento e a cimentarsi nel gioco delle carte tossiche. Solo che i tumori avanzano, in terra di camorra. Nascono con i bambini, e infettano i polmoni di chi ha per sola colpa quella di respirare.

E tanto basta, per riportare alle narici il fetore, là dove i soldi lo avevano solo camuffato. Tanto basta a potenziare un rifiuto diverso, quello che non è scarto, ma materia prima di cui si plasma un uomo. Il rifiuto dei no che pronunciamo, il rifiuto che appartiene alla negazione, e che tiene fede al principio coraggioso, non di meno complicato, secondo cui non si può sempre parlare di confini ambigui, non in certi casi. In certi casi le linee sottili non esistono, esistono linee. E basta. O stai di qua dalla linea e accetti e stai in silenzio, o te ne resti al di là con i tuoi no, e il loro volume alto. Senza nessuna sottigliezza a consolarci delle nostre esitazioni.

Francesca Zinetti

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