OUTOPSYA, band pronta per il grande salto
Tostato da Alessandro Basile
OUT Of PSYchical Activity, meglio noto come OUTOPSYA, è un interessante progetto musicale composto da Luca Vianini (voce, chitarre elettriche, sintetizzatori e batterie) e dal bassista, nonché violoncellista, Evan Mazzucchi. Attivo dal 2003, il duo trentino – partito come un trio – può già vantare un curriculum a dir poco invidiabile. Numerose infatti le partecipazioni a rassegne e concorsi di spessore su tutto il territorio nazionale (tra cui l’Arezzo Wave e il MEI di Faenza del 2005), alle quali vanno aggiunte anche un paio di prestigiose sonorizzazioni dal vivo di film storici come Der Golem e Il fantasma dell’opera, con musiche appositamente scritte per l’occasione. Dal punto di vista discografico, gli OUTOPSYA, dopo vari demo sfornati nei primi quattro anni di vita, danno alle stampe il loro primo full lenght nel corso del 2009. SUM, pubblicato con la Videoradio, ottiene ottimi responsi da parte della critica fino ad aggiudicarsi il premio “Prog Awards 2009″ nella categoria Best Progatittudes Record. Dopo una lunga serie di concerti volti a promuovere nel miglior modo possibile il brillante disco d’esordio, la band comincia subito a pensare al seguito ideale. Gli spunti e le idee non mancano. Così, dopo mesi e mesi di sperimentazioni in studio, la band arriva ad elaborare un’ambiziosa take strumentale di oltre novanta minuti destinata, in principio, ad essere impiegata come colonna sonora del già citato Il fantasma dell’opera. Dopo averla testata davanti al pubblico del Palazzo Hippoliti di Pergine nell’agosto del 2010, gli OUTOPSYA scelgono di “sezionarla” in ventidue pezzi distribuiti su due dischi (entrambi composti da undici tracce). Il risultato è quindi Fake, un doppio LP contraddistinto da una facciata viola e da una nera, rilasciato nel novembre scorso per la Lizard Records. Nel giro di poco tempo, la nuova produzione raccoglie subito ottimi riscontri da parte di alcune tra le principali testate musicali nostrane. E del resto non potrebbe essere altrimenti. La proposta convince. La qualità, dal canto suo, non tarda a palesarsi.
Fake conferma nuovamente le grandi capacità intuitive del duo di Rovereto che, rispetto al predecessore, ha insistito in maniera ancor più marcata sull’elettronica dando un tocco squisitamente avanguardistico al sound globale della raccolta. Non mancano ovviamente le dilatazioni di stampo progressive, genere che il gruppo non ha mai nascosto di adorare e di perseguire con convinzione, così come le incursioni elettriche capaci di creare intrecci sonori dal registro non poco psichedelico. A tal proposito, l’aspetto forse più interessante di questa produzione risiede proprio nel modo d’intendere prog e psichedelia. Grazie ad un approccio spigliato e disinvolto, le rarefazioni assumono connotati tanto inediti quanto moderni. Non c’è dunque il rischio di scorgere qualcosa di già sentito, tantomeno scopiazzature varie. Certo, è normale che determinati richiami a maestri del genere come King Crimson e Gentle Giant finiscano per emergere durante l’ascolto; ma è comunque netta la volontà di esplorare nuove strade mescolando più generi possibili. Incursioni di questo tipo non fanno altro che impreziosire un lavoro che, nel complesso, mostra sempre una raffinatezza di fondo dove riescono a farsi largo efficaci impennate rumoreggianti e sapienti sferzate di rock. Il cantato pressoché assente permette dunque alla musica di espandersi e svilupparsi attraverso pregevoli aperture soniche. E così, anche gli elementi ambient e post-fusion dimostrano di riuscire a convivere senza pestarsi i piedi. Come è facile intuire, Fake non è un album accessibile a tutti. Non è una produzione realizzata con l’intento d’imporsi al grande pubblico. E questo fa davvero onore alla band, soprattutto in un momento in cui si fa di tutto pur di ottenere visibilità. Loro invece – e per fortuna – vanno contro le tristi tendenze attuali e, senza scendere a compromessi, scelgono di farsi guidare dall’istinto. A giovarne è dunque solo ed esclusivamente la loro musica che conserva quell’innata spontaneità in grado di fare la differenza. C’è da aggiungere poi un’ultima considerazione: se in un Paese musicalmente antiquato ed sonnolento come l’Italia un disco come Fake potrebbe passare inosservato, non è detto che all’estero, dove il rispetto e l’attenzione per la musica sono di gran lunga maggiori rispetto agli standard nostrani, possa accadere la stessa cosa. Ecco, forse è proprio oltre i confini italiani che la band dovrebbe continuare a proiettarsi. Qui, dispiace dirlo, pazienza e curiosità nell’ascolto sono sempre più carenti. In stati come Olanda, Inghilterra e Francia, dove la cultura viene valorizzata decisamente meglio, un lavoro del genere potrebbe ottenere l’attenzione che si merita conquistando persone veramente assetate di musica e sempre alla ricerca di qualcosa di allettante.














