Rileggere i classici, Fuente Ovejuna di Lope de Vega
Tostato da Ivan Tedeschi
Fuente Ovejuna è un dramma comico in versi del drammaturgo madrileno Lope de Vega (1562 – 1635), tra i principali esponenti del cosiddetto siglo de oro della letteratura ispanica insieme a Francisco de Quevedo e Miguel de Cervantes. Fuente Ovejuna racconta, in tre atti densissimi, l’eroica resistenza del popolo di Ciudad Real di fronte all’umiliazione imposta dal potere viscido e spietato del commendatore Fernàn Gòmez. Quest’ultimo, cavaliere dell’Ordine di Calatrava, è l’amministratore ufficiale designato per la città, con ampia libertà d’azione e potere di governo.
Il linguaggio poetico scelto da Lope de Vega è radioso, delicato e brillante anche quando appare leggermente magniloquente nelle scene “rustiche”, ciascun personaggio è caratterizzato al meglio e la storia esprime una coralità intensa, riuscendo a mettere in risalto la complessità sociale che, da contemporaneo di William Shakespeare, Lope de Vega sa cogliere alla perfezione. Le sfumature di costume emergono nel grande disordine del suo tempo e la profondità del mondo contadino è uno schermo d’acqua dove compaiono figure teatrali autenticamente tragiche che, nella loro fragilità,
celebrano la vita povera e felice della campagna spagnola.
La poesia di Lope de Vega rimane ad oggi la più autentica del siglo magico, il suo è un teatro civile e politico che esamina la grande instabilità della Spagna arricchendola continuamente di luoghi e situazioni riconoscibili, una Spagna in declino, sempre più dipendente dalle “colonie” del Sud America e molto “teatrale” nel suo canto di vita infame. I regnanti disperati e sfuggenti concedono il dominio della città al commendatore Fernàn Gomez, che esercita un abuso di potere sulla popolazione costringendola ad assecondare i suoi vizi e le sue perversioni. Fernàn stupra le sposine e le donne di Ciudad Real con l’appoggio dei domestici, suoi fidati complici, umilia gli anziani con superbia e si fa beffe della condizione d’inferiorità nella quale il popolo è costretto a vivere quotidianamente.
Un diffuso senso di impotenza diviene rapidamente intollerabile e gli affronti alla dignità motivo di rivolta, il potere del commendatore che dovrebbe garantire la sicurezza e l’ordine nei fatti costringe a subire ogni sorta di offesa, creando una tensione esasperante. Il riscatto morale di Ciudad Real comincia dalla ribellione delle donne violentate che accusando la passività e la mancanza di coraggio degli uomini, li spingono a combattere.
Nell’orizzonte del drammaturgo madrileno la condotta indecorosa del commendatore è la prova dell’inettitudine al comando e alla grandezza d’animo che invece contraddistinguono il popolo, leggermente edulcorato nella descrizione e nel linguaggio ma non per questo meno credibile. La monarchia è tratteggiata positivamente perché filtrata attraverso il giudizio della maggioranza di Ciudad Real che cerca di affidare la controversa gestione della città ad una sovranità moralmente integra e capace di assicurare un po’ di tranquillità.
Il messaggio dell’opera è come una lezione etica che volge lo sguardo critico in alto e in basso, tra l’ignoranza che preserva una morale incompleta ma allo stesso tempo difficilmente corruttibile e l’arroganza che caratterizza i comportamenti di persone dall’estrazione sociale più alta, corrotte dal vizio e occupate a far sfoggio della loro meschina mediocrità sui deboli.













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