La Grasse Matinée – Verlanizziamoci! #2

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Riprendendo le redini del discorso iniziato la settimana scorsa ( La Grasse Matinée – Verlanizziamoci! #1 ), continuiamo l’analisi di quello strano fenomeno linguistico francese che è il verlan.

Cripticità ed isolamento sono i primi rimproveri che i francesi doc o i poveri studenti europei che si trovano in Francia fanno a questa sotto-lingua. Eppure vediamo che a conti fatti soltanto il 10% delle parole è verlanizzato e che, benché il verlan sia identificato come “lingua dei beur”, è grandemente diffuso anche fra gli studentelli del collège che, se da un lato sono ripresi dai genitori per l’uso di questo slang, dall’altro danno a questo parlare da bad boys una connotazione positiva all’interno del loro gruppo. Il verlan definisce quindi un’identità, che sia dei beur o dei giovani studenti. E se c’è bisogno di cercare una nuova maniera di esprimersi che sia più coerente con ciò che si è – o che si vuol mostrare di essere – c’è da chiedersi da dove nasca questo bisogno.

Opporre resistenza al fenomeno del verlan è sicuramente controproducente, bisognerebbe più che altro analizzare le cause che spingono a tale cambiamento.

Anzitutto va detto che il verlan non è un fenomeno isolato:nel tempo, fra i vari argot in uso in Francia, c’è stato il louchebem, lo slang dei macellai (bouchers, appunto) che consiste nello spostare la prima lettera della parola alla fine – avendo quindi per boucher “oucheb” – e ponendo poi una L come prefisso ed un “em” alla fine – ecco che si ha louchebem. O anche il largonji, in cui jargon (gergo, appunto) sposta di nuovo la prima lettera alla fine ed antepone stavolta semplicemente una L alla parola ottenuta. Per non parlare di alcuni giochi simili che ritroviamo nelle lingue africane e che quindi, con la copiosa ondata immigratoria, si sono fusi nella parlata francese. E ancora, scavando indietro nei secoli, scopriamo che Béroul, fra gli autori di Tristano e Isotta, trasforma Tristan in “Tantris“, o che attorno al 1500 già compariva, al posto di Bourbon, “Bonbour”.

Ciò detto, viene quasi spontaneo spiegarsi, forse addirittura giustificare l’emergere di una sotto-lingua come il verlan. Che poi non è nient’altro, sotto certi punti di vista, che un argot di mestiere:come i macellai avevano la loro lingua, come la chiesa utilizza il latino, come alcuni settori lavorativi hanno il loro vocabolario tecnico, così i beurs ed i giovani delle cités hanno necessità di appropriarsi a loro modo del francese, modificandolo, storpiandolo, annettendovi colpi di glottide ripresi dalle lingue semitiche e fonemi o nessi consonantici quasi sconosciuti al francese.

Remota è oggi l’idea di quel francese senza difetti, lingua suprema ed ideale che teorizzava l’abbé Gaichés, e anche il dirigismo linguistico vigente in Francia non può tutto contro l’emergere spontaneo di queste manifestazioni in verlan che sono spesso vera e propria reazione all’imposizione di una lingua standard e vista come straniera a volte anche dagli stessi autoctoni. È stato infatti detto che il verlan è un po’ il francese visto allo specchio: l’ordine delle sillabe è invertito, all’aferesi tipicamente francese (che porta i francofoni a tagliare la fine delle parole creando un proliferare di prof, math, frigo, ado), lo slang preferisce la più criptica apocope, che taglia l’inizio delle parole (“zic” sta per “musique”, ad esempio, “blème” per “problème”), la vocale neutra, raramente usata in francese standard, è inflazionatissima, così come gli accenti sulla prima sillaba. Verlan reazionario, potremmo dire.

Ma non è sempre così:se alla radice dell’uso del verlan c’è certamente ribellione, insoddisfazione, rivendicazioni più o meno dirette, è anche vero che questo linguaggio è oggi sempre più assimilato dai media, utilizzato nelle pubblicità. Lo parlano i ragazzi delle scuole e piano piano anche le bambine ci prendono confidenza, anche considerandolo “la langue des garçons”. Diversi sono i campi semantici che gli uni e le altre invadono:le ragazze hanno la frivola tendenza a verlanizzare tutto, anche “shopping” e “bisou”, mentre i ragazzi, criticandole, si limitano ad usare lo slang soltanto per i discorsi attinenti il sesso, la droga, la violenza, i soldi. Ed inventano per queste tematiche ristrette un’infinità di sinonimi, metafore, espressioni idiomatiche spesso fantasiose che sono la prova concreta di una vivacissima creatività a livello lessicale. La sintassi, esclusi alcuni cambiamenti che tendono a semplificarla, è quella francese standard, ma le parole si allungano, si troncano, si suffissano nuovamente, si rigirano secondo la volontà dei parlanti, i quali creano a volte più varianti verlanizzate o gergali per una stessa parola, nella ricerca spasmodica del buon suono, trasgredendo a volte le regole del verlan in nome di una sonorità impeccabile.

Il verlan è criptico, ma è anche un giochino di virtuosismi, impregnato di un’ironia senza pari che traspare dai titoli di quella “narrativa beur” emersa negli ultimi decenni, come anche nei nomi dei personaggi di questa letteratura.

Ma di letteratura beur parleremo la settimana prossima, nell’ultimo articolo riguardo il verlan, dove tirando le somme si capirà – questa volta davvero – il perché di questo incitamento.

 

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da Avanguardie

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