La Grasse Matinée – L’expo con tema i capelli:effetti secondari dell’istruzione francese?

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Ho la mia teoria secondo cui la maniera in cui i francesi sono abituati a lavorare in ambiente universitario li porti a maturare la strana capacità di tirar fuori tutto dal nulla, come i maghi e i conigli che estraggono dai loro cilindri. Abituati al cosiddetto “commentaire composé”, gli allievi delle università parigine sanno riassumere un testo di tre o quattro pagine in tre assunti o tematiche principali che vengono poi sviscerate meglio in un’ulteriore tripartizione:nove punti totali su cui basare un discorso su poche battute di estratto. Chiaro è che fare questo lavoro può essere a volte difficile, se ci si trova davanti un passaggio arido o sul quale c’è poco da estrapolare. Si lavora di immaginazione, diciamo, che è un’arma assolutamente a doppio taglio:se da un lato infatti lo studente o la studentessa si trova quindi a dover usare il proprio cervello senza partire necessariamente da nozioni apprese, l’obbligo a trovare qualcosa da scrivere su ogni tematica si può spesso rivelare un’induzione ad inutili sofismi e quindi sfornare abili oratori capaci di maneggiare la fine arte della dissuasione. Come a dire:basta imparare lo schema della doppia tripartizione, e poi fai quello che vuoi.

Nel bene e nel male, penso che sia un po’ questo il punto di arrivo alla fine della Licence francese, e quindi il punto di partenza dei neolaureati che le università sfornano ogni anno.

Volendo soffermarsi però sul bene, mi viene spontaneo prendere in considerazione alcune mostre dal taglio particolarmente originale allestite a Parigi in questo periodo. Due su tutte:la sessualità animale e i capelli. Proprio nella serie:prendete un argomento a piacere e fatene un’esposizione che valga la pena visitare e che non deluda le aspettative.

Vi racconto la seconda: si chiama Cheveux Chéris, si visita al Musée du Quai Branly, celebre per la portata etnografica delle collezioni permanenti che ospita. I giovani sotto i 25, santa abitudine della stragrande maggioranza di musei e mostre parigini, entrano a gratis.

Se all’inizio si è autorizzatissimi a chiedersi che senso abbia una mostra dedicata ai capelli, posso assicurare che se ne esce dando pienamente ragione alla mente che ha voluto organizzarla perché si conclude che sì:i capelli sono proprio quello che la mostra ci suggerisce, ovvero ponte fra il vezzo frivolo, materiale, effimero, ed il trofeo che trae con sé la memoria dei propri antenati, poteri sacri, messaggi dell’aldilà.

Charles Cordier è il primo esposto, in ordine di entrata, e con le sue sculture che datano metà ’800 lancia il suo messaggio di portata tanto artistica quanto politica affermando che “toute race a sa beauté qui diffère de celle des autres”. In pieno imperialismo, ecco una voce fuori dal coro che mette ogni etnia sullo stesso livello e che trova del bello tanto nello chignon dell’asiatica quanto nei dread del guru africano, nelle trecce come nei boccoli. Ciononostante, è attestato che già dal 21.000 a.C. l’uomo e la donna si divertono a sistemare i capelli, tagliarli, acconciarli, prendendo quindi le distanze da quello stato di natura affermando sempre di più il suo status di animale pensante destinato a prevalere sul resto.

Secondo le mode i capelli si sono portati lunghi, corti, si sono tinti, rasati a zero. Ed uno stesso modo di portarli ha assunto i significati più disparati nel corso dei secoli:una tonsura ha indicato i ribelli quanto i ricercati, la disciplina quanto i re, gli eremiti buddhisti – secondo i quali il centro del capo è la parte più pura, sede della conoscenza e la cui pulizia è quindi simbolo di ascesi e liberazione.

La religione africana candomblé prevede alcuni riti di iniziazione che comprendono danze in trance di donne rasate e dal corpo pittato. Anche in Amazzonia il taglio dei capelli è chiaro simbolo di un rito di passaggio da un’età ad un’altra:distacco netto per assumere una nuova identità, situarsi nuovamente in un gruppo sociale. In Ciad il capo rasato rappresenta il lutto delle vedove, in Togo si ricorre alla tonsura nei riti propiziatori che precedono il matrimonio, sperando donino fecondità.

L’Europa lega invece al capo rasato il triste passato delle guerre mondiali, durante le quali le donne adultere sospettate di aver avuto relazioni sessuali con i nemici venivano mostrate pubblicamente senza capelli e lasciate in balia della pubblica derisione. Robert Capa ha immortalato, nella fattispecie, numerose ragazze che, sospettate nel secondo conflitto mondiale di aver intrattenuto relazioni sessuali con non-ariani, sono state tristemente decorate da croci celtiche in pieno volto ed esposte al pubblico ludibrio nelle piazze.

Visto il taglio particolarmente antropologico che il Quai Branly tende a dare alle sue expos, molti sono i trofei in capigliatura provenienti dal cosiddetto Sud del mondo esposti allo sguardo del visitatore:trofei che si credeva mantenessero poteri magici delle persone a cui erano appartenuti, scalpi che erano prove tangibili di vittorie in guerra, legati dai nazca – la popolazione del Perù precedente gli inca – alla cintura, integrati al vestiario. In ultimo si trovano anche vere e proprie mummie capellute, piccoli feticci, parrucche non poco inquietanti. Il limite fra moda passeggera e prova eterna del proprio passaggio nel mondo è sempre più sfumato:i capelli si conservano nei secoli senza portar traccia del tempo, nascondono in sé la traccia dell’immortalità, sono tutto ciò che si può serbare quando un caro muore. E questo le popolazioni di tutte le epoche e popolazioni sembrano non averlo mai dimenticato.

Ecco perché, sebbene la mostra presenti anche una parentesi di capigliature folte e frivole quali quelle della Lollobrigida, di Suzanne Clouter, di Yvette Horner, della Bardot e Delon, sebbene alcuni cartelli facciano una piccola retrospettiva su come da sempre i colori dei capelli sono collegati a stereotipi secondo cui le bionde sono creature angeliche, nordiche, delicate, perlopiù madri sante o giovani donzelle fin troppo pure e le brune hanno invece del diabolico, sebbene insomma non si nasconda che il capello è innegabilmente un vezzo, mettendo il piede fuori da “Cheveux Chéris” ci si toccherà la capigliatura e si sentirà, come miracolo, di aver addosso piccole lamelle di immortalità.

E tutto questo grazie ai sofismi che hanno impresso nella mente dei francesi l’obbligo di saper tirare fuori tanti “tutto” da tanti “nulla”.

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