Il tardo stile di Francesco De Gregori

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Si è ormai abbastanza radicata nell’opinione comune l’idea che le recenti produzioni di Francesco De Gregori non abbiano più nulla a che vedere con quanto da lui sfornato in passato, specialmente con i senz’altro indiscutibili capolavori dati alle stampe tra la seconda metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Sono infatti diverse, purtroppo, le persone convinte che il celeberrimo cantautore capitolino abbia col tempo perso gran parte del suo smalto, gran parte della sua creatività in grado di fare la differenza nelle sue prime raccolte. Altre hanno poi constatato che il non eccelso livello degli ultimissimi album sia pure in parte dovuto alla pubblicazione un po’ troppo rapida di fatiche discografiche forse di base non proprio stratosferiche e, secondo alcuni, rilasciate così in fretta giusto per rispettare determinati obblighi contrattuali. Tuttavia, anche se a molti i risultati di questo decennio non sono apparsi così esorbitanti, non si può comunque dire che lavori come Amore Nel Pomeriggio, Pezzi (entrambi vincitori della Targa Tenco rispettivamente nel 2001 e nel 2005), Calypsos e Per Brevità Chiamato Artista siano stati deludenti, tantomeno mediocri. È chiaro che non c’è paragone con pietre miliari della musica leggera italiana quali Buffalo Bill e Viva L’Italia piuttosto che Titanic. Ma è altrettanto chiaro che quello di oggi è un De Gregori diverso, più astuto e posato, e non potrebbe nemmeno essere altrimenti. Anzi, è giusto così. È giusto che con il passare degli anni “Il Principe” abbia tentato in vari modi di aprirsi a nuove soluzioni sonore, seguendo sempre il suo istinto ed evitando, al tempo stesso, di ripetersi. È normale che si cambi: il cambiamento va accettato, soprattutto nella musica. Non si possono mica scrivere canzoni sempre uguali, con gli stessi suoni, con arpeggi già sentiti, con strutture e dinamiche identiche solo per soddisfare i nostalgici del caso. E questo i suoi estimatori (di lunga data e non) dovrebbero cominciare a capirlo, anche perché il De Gregori di questi anni sembra avere ancora molto da dire. E continua a farlo a modo suo, avvalendosi del prezioso apporto dei suoi fidati collaboratori, componendo, scrivendo bene e tanto non appena gli è possibile, anche tra un concerto e l’altro, dal momento che è quasi sempre in tour. Un po’ come Dylan, ha da tempo optato per questo “meccanismo”. Insomma: stimoli e voglia di mettersi in discussione ci sono tutti. E la vena poetica, unita ad una saggezza straripante e crescente, garantisce ancora composizioni di spessore, sempre variegate nei rispettivi approcci, nelle chiavi di lettura e negli arrangiamenti, puntualmente sublimi, eleganti. Suggestivo è ad esempio il sound che nell’ultimo quinquennio De Gregori e i suoi fantastici musicisti hanno raggiunto e quindi scelto di coltivare. Un suono raffinato, artigianale, delicato.

Un suono pieno di rimandi al miglior folk rock di tradizione angloamericana (andato smarrendosi, salvo rare eccezioni, tra gli Ottanta e i Novanta per essere poi recuperato appieno con l’avvento del nuovo millennio), reso più succulento dal costante apporto di strumenti sempre affascinanti come mandolino, banjo, pedal steel guitar e violino alternati con tappeti d’archi e fiati. E poi tante chitarre, non solo acustiche, ma spesso e volentieri elettriche. Chitarre numerose, preponderanti (come accadde nel 2005 per il già citato Pezzi), ma non di certo esagerate, invadenti, bensì calibrate. Chitarre che non sembrano mancare neppure nel nuovissimo Sulla Strada, ennesimo gioiellino che il cantautore classe ’51 ha pubblicato lo scorso 20 novembre per la Caravan. Sulla Strada, anticipato dall’omonimo ed efficace singolo apripista, giunge a circa quattro anni e mezzo di distanza dal precedente Per Brevità Chiamato Artista, altro Lp alquanto pregevole ma sottovalutato dalla critica. Si può dire che determinate affinità con il disco del 2008 ci siano, anche se non si tratta affatto di una “raccolta-fotocopia”. De Gregori non torna mai per caso. Lo fa solo se ci sono i presupposti, le condizioni giuste per proporre al pubblico e ai media un qualcosa di interessante, ponderato a lungo e prodotto con passione. Se nel marzo del 2006 Calypsos uscì pochi mesi dopo Pezzi fu soltanto perché l’autore aveva l’esigenza di condividere con i suoi ascoltatori i nuovi componimenti accumulati in tempi assai brevi uniti altre idee non concretizzate in passato. Discorso simile per quanto riguarda Per Brevità Chiamato Artista: anche quello fu un album venuto fuori di getto ed inciso con i propri musicisti sull’onda dell’entusiasmo dopo una intensissima tournée. Tornando invece a Sulla Strada, dicevamo: nove sono le canzoni originali presenti nel cd, prodotto nuovamente dal suo fedelissimo braccio destro – nonché bassista – Guido Guglielminetti. E nove sono le perle, senza esagerare. Si sente quanto impegno ci abbia messo l’artista non solo nella fase di stesura, ma anche e soprattutto nel lavoro fatto in studio con il proprio entourage. Lo ribadiamo: non è il classico disco realizzato tanto per rispettare qualche tipo di accordo. C’è un po’ di tutto all’interno di Sulla Strada. C’è il De Gregori ispirato, sensibilissimo, emozionante di Showtime, Guarda che non sono io e dell’incantevole Falso movimento (ultima traccia in scaletta); c’è il De Gregori ironico, scaltro, sornione e sereno, ma non di certo superficiale, di Omero al Cantagiro e di Ragazza del ‘95; c’è il De Gregori storico-analitico della geniale Belle Époque, ma anche quello esemplare della “cavalcata” La Guerra; e c’è quindi il De Gregori più sontuoso e personale di Passo d’uomo, forse la traccia-perno di tutto l’album. C’è tanta, tantissima magia all’interno di Sulla Strada. C’è una scrittura sempre all’altezza, visionaria, confortante, matura e a tratti tagliente. C’è una capacità straordinaria di trattare determinate tematiche con idonei registri e con musiche adeguatissime, mai spigolose e quindi calzanti. Si potrebbe concludere affermando che questo lavoro è tanto eterogeneo nei testi quanto omogeneo nel sound. Ordinato, preciso, compatto, privo di sbavature ma in ogni caso variegato e addirittura in linea con i tempi, moderno. Che piaccia o no, questo è quanto De Gregori può fare oggi, con ben diciotto album d’inediti (Theorius Campus incluso) sulle spalle. E a noi il suo tardo stile piace, e pure molto. Perciò lo consigliamo, così come tutto “l’ultimo De Gregori”.

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