La Grasse Matinée – La Parola Creatrice #2: Quelle divinità parlanti e creatrici siamo noi

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Continua daLa Grasse Matinée – La Parola Creatrice #1: Il mito di Theuth, aggiornato e sviscerato

Chiudiamo con il mito di Theuth mostrando come un’idea simile torni anche nella letteratura orale africana, citando Soundjata, epopea che narra le vicende del fondatore della stirpe mandika: “altri popoli si servono della scrittura per fissare il passato, ma questa invenzione ha ucciso la memoria presso di loro:non sentono più il passato in loro perché la scrittura non ha il calore della voce umana. Presso di loro tutti sono convinti di sapere, mentre in realtà il sapere deve rimanere segreto:i profeti non hanno scritto e la loro parola non per questo è stata meno viva. Che conoscenza di pietra, quella che rimane incastonata nei libri muti.”

Semplicemente, mi sembrava interessante scoprire come questa forte avversione alla scrittura sia un tratto che lega più culture apparentemente così distanti come quella greca e quella del popolo mandingo.

Ma veniamo a noi citando, per calarci nell’atmosfera di oggi, le inizialissime parole della Genesi:

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.”

È così che funziona: dio Chiama le cose, le nomina, e queste esistono. Non sono la prima a farci caso, immagino, passo quindi avanti con un altro must:il prologo del Vangelo di Giovanni:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”

Ed ora basta con le frasi iper-citate che il nostro oblò occidentale ci pone continuamente di fronte, qualunque sia il nostro credo:attraverso un’analisi più variata, scopriamo che il cristianesimo non è l’unica religione in cui la parola, in generale l’atto di nominazione, ricopre un ruolo di spicco.

La religione egizia della città di Memphis parlava di un tal dio Ptah che inventò il mondo con il cuore… e con la lingua. Se poi ci spostiamo nell’antica città di Heliopolis scopriamo la storia di divinità che creano geni primordiali “scambiando discorsi ed idee” fra loro:fare salotto e, en passant, mettere su come pezzetti di lego questi esserini primitivi che poi muoveranno le sorti del mondo. Per finire ancora più in profondità, precisamente nell’universo indiano, noto è un Veda che celebra la venerabile potenza della dea parola, dei vocaboli, continuamente combinabili secondo svariate possibilità, detentori di enorme energia.

Dai Dogon, popolazione africana del Mali, il dio Amma si serve del suo verbo per formare e fecondare un principio vitale, facendosi “madre del mondo” e dando vita a due gemelli ermafroditi. L’uno commette un incesto, l’altro si fa vittima ritrovandosi sacrificato da Amma stesso, che solo alla fine lo resuscita rivestendolo di un enorme potere che include la Parola come ricompensa. Il fratello colpevole, invece, è punito con il taglio della lingua:secondo la tradizione, la sua è la parola destinata a rimanere nascosta, segreta,esoterica.

Dopo questo breve giro attorno al mondo, appare lampante che ovunque l’atto di chiamare, nominare, è visto e tradotto come una presa di potere, un’affermazione dell’uomo stesso nella società:l’uomo, nominando, situa la realtà, le dà luogo, la posiziona, la dinamizza, la delimita e la organizza, la sottrae alla confusione; al contempo, però, per contrasto, fa sì che anche l’uomo si situi nella realtà, si dia luogo, si posizioni, si dinamizzi, si delimiti e via dicendo. Per scarto, secondo spinte vicendevoli per conquistarsi il proprio spazio, l’uomo parlante e la realtà nominata si creano sgomitandosi, appropriandosi di territori vergini. Creando gli uomini si elevano, fondano miti e, mitizzando(si), si reinventano come creature di divinità nominanti e creatrici. Che altri non sono poi se non se stessi. In questa smania continua di creazione, e quindi di delimitazione, in quest’ossessione d’ordine, l’uomo cede il suo potere assoluto di creazione, un po’ hobbesianamente parlando, a divinità che lui stesso crea – essendo lui che le nomina –: si accontenta di relegarsi al rango di creatura, attribuisce regole, leggi e comandamenti che inventa a forze divine e trascendenti.

Salmo 104:

“Alleluia.
Lodate il Signore e invocate il suo nome,
proclamate tra i popoli le sue opere.”

Basta nominare Dio per evocarlo:la Parola sale fino ai Cieli, estremamente potente. Pensiamo ancora a tutti gli incantesimi sentiti in leggende, fiabe, presenti nei testi sacri fin dai tempi in cui fiorivano i popoli della Mesopotamia.

L’uomo può invocare perché Dio ascolta, un qualche dio detentore della Parola. Di quel che resta del potere del verbo, l’uomo continua a lavarsi le mani, troppo gravoso il giogo da supportare:una manciata di re legifera per interi popoli, la parola stabilisce gerarchie e strutture interne alla società, soprattutto nei popoli legati all’oralità.

Penso ancora ai popoli africani, ai Griot, a Soundjata, re del popolo mandingo, cantato dai griot fin dal nostro cristianissimo quattordicesimo secolo. Effettivamente, quello che resta delle potenzialità infinite (?) della nominazione diventa premio agognato di pochi visionari scrittori e cantori:giullari, trovatori, aedi, griot, conteurs e fabliaux di tutto il mondo. Un piccolo cumulo di briciole che questi figuri si divertono a plasmare e sparpagliare come coriandoli per aria, più o meno (in)consapevoli dell’eco potentissima che c’è in ognuna delle loro parole. E nella stessa categoria dovrei forse preoccuparmi di collocare ogni sedicente scrittore, per scrupolo d’ordine, per “preoccupazione nominativa”, appunto.

Questo è un concentrato imparziale, estremamente incompleto di una questione che da secoli torna nella filosofia del linguaggio e ancora prima nella mente umana:è la favola dei racconti africani attorno al fuoco, di danze e canti, delle epopee che plasmano identità nazionali, dell’elevazione a mito di piccole tragedie personali, per conferire loro dignità di mito o miracolo. Il mondo fatto di mondo ed il mondo fatto di parole:questi due sconosciuti. Questi due puzzle che vengono fatti combaciare per forza piazzando come cuscinetto l’immagine dorata di qualche divinità.

Eppure la realtà sta là:noi la apprendiamo, noi la enunciamo, siamo noi quegli dei che creiamo per rimpicciolirci e scrollarci di dosso qualcosa che non comprendiamo troppo chiaramente. Noi che indichiamo come bimbetti balbuzienti, che ce la cantiamo e ce la suoniamo a nostro piacimento e poi deleghiamo a qualche libro sacro le conclusioni sommarie che tiriamo.

Quelle divinità parlanti e creatrici siamo noi, in ogni senso.

Concludo citando il creolo Chamoiseau in un’intervista di qualche anno fa – e di questi strambi creoli riparlerò presto, credo.

Vous savez, le réel est composé de presque 80% d’imaginaire. Donc à partir de la force d’autorité qu’elle représente, une oeuvre d’art est quand-même constructrice du réel. Créer du réel mais pas de la vérité, par la force de la fiction ou l’évocation. On a peut-être besoin de la suggestion, de l’évocation et de la poésie pour s’asseoir sur le réel”

Sapete, la realtà è comporta quasi all’80% d’immaginario. Quindi a partire dall’autorità che rappresenta, un’opera è in qualche modo costruttrice del reale. Creare una realtà ma non una verità, grazie alla forza della finzione o dell’evocazione. Abbiamo forse bisogno di suggestione, di forza di evocazione e di poesia, per sederci sulla realtà”.

E non aggiungo altro:createci sopra quello che più volete.

 

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