Hill Park, il debutto solista di Valter Monteleone

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Dopo anni e anni di importanti, preziosissime collaborazioni artistiche, il polistrumentista Valter Monteleone si è finalmente tolto lo sfizio di scrivere, incidere, produrre e dare alle stampe un album tutto suo. Un album raffinatissimo, ideato, ponderato e quindi sviluppato seguendo i propri istinti, assecondando i propri gusti. Un album, Hill Park, sicuramente contraddistinto dalla contaminazione sonora, basato sulla miscela suggestiva, continua, di interessanti rimandi ai generi e alle ammalianti correnti sonore che hanno segnato il lungo, intrigante, percorso musicale del sessantatreenne compositore meridionale d’adozione. Elementi strumentali di matrice sud e nordamericana fusi con reminiscenze più nostrane, più mediterranee se vogliamo: questo, espresso in un guscio di noce, è un po’ quello che fondamentalmente si palesa ascoltando a ripetizione Hill Park, Lp a dir poco elegante e pubblicato per la H-Demia Classic Recording di Taranto. Colpisce poi il fatto che Monteleone, sotto l’attenta supervisione dell’ingegnere del suono Luca “Scorny” Scornavacca, abbia scelto di non avvalersi di amici e colleghi durante le recording sessions, optando piuttosto per le sovraincisioni da lui stesso interamente curate. Va da sé che sia perciò venuto fuori un progetto discografico quanto mai personale ed intimista. Hill Park non è altro che il frutto di ore ed ore di lavoro meticoloso, di costanti accorgimenti affinché si riuscissero a concretizzare nel migliore dei modi quelle che erano le prerogative di partenza dell’autore. Ecco quindi che Monteleone, nel corso delle lunghe ed impegnative registrazioni, ha avuto modo di curare ogni minimo dettaglio, cercando di calibrare il peso sonoro di qualsiasi strumento destinato ad arricchire, a colorare, a connotare le sei tracce finali. Batteria, percussioni, basso, organo, sintetizzatori, tastiere, chitarre elettriche e a dodici corde: questi alcuni degli strumenti con cui il talentuoso musicista si è cimentato tra l’ottobre del 2010 e il maggio del 2011 all’interno dello Studio 106 di Castellaneta Marina, deliziosa località situata nella provincia di Taranto. Un vero e proprio “one man band”, un musicista tuttofare, verrebbe da dire.

Il risultato? Sicuramente pregevole, anche se non siamo comunque di fronte ad un qualcosa di rivoluzionario, tantomeno straripante. Ma del resto non sono certo questi i propositi di un musicista raffinato come Monteleone, propenso, almeno nel caso di Hill Park, a far confluire nelle sue composizioni delicatezza e garbo, genuinità e purezza. E bisogna dire che da questo punto di vista l’obiettivo è stato grosso modo centrato. In effetti l’album, anche per via della sua brevità complessiva (neanche trenta minuti totali), scorre benissimo, denotando tanta fluidità e poca invadenza negli arrangiamenti. Tutto è dosato abbastanza bene. Pregevole, ad esempio, la sezione ritmica, sensibile e calzante sia nei momenti maggiormente soffici ed acustici, sia nelle aperture, nelle dilatazioni squisitamente elettriche. Poco convincenti soltanto le voci, che in realtà fanno capolino giusto in due pezzi, ovvero in Castle e nella title-track, rispettivamente secondo e terzo componimento della raccolta. Perché non convincono? Per il fatto che spesso e volentieri esse rimangono un po’ troppo in sordina, faticando quindi ad emergere e a conquistare l’attenzione dell’ascoltatore. Probabilmente, in questi due casi, pesa anche la scelta del registro linguistico esterofilo, britannico nello specifico. Ma del resto anche delle eventuali liriche in italiano sarebbero risultate poco affini con il taglio sonoro. Perciò, in fin dei conti, è stato comunque meglio provare ad esprimersi in inglese. Chissà, magari lasciare tutto sotto forma strumentale sarebbe stato meglio. Tuttavia si tratta di sottigliezze, niente di più. Non è che il giudizio globale su Hill Park scenda vertiginosamente per una non totale efficacia delle voci: per carità! Allo stesso modo, tra l’altro, non influiscono in maniera eccessivamente negativa nemmeno i non irresistibili effetti chitarristici presenti in Jumpinjazz, piuttosto che poco entusiasmanti synth di Gardens. Si tratta soltanto di gusti assolutamente personali. Nel complesso, infatti, il nuovo capitolo discografico di Monteleone è senza ombra di dubbio discreto e ricercato, prodotto con astuzia e saggezza. Vale quindi la pena dargli l’attenzione che merita. E vale la pena dargli come minimo la piena sufficienza.

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da Avanguardie

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