Il sound dirompente degli Iceberg

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In ambito giornalistico, recensire una produzione discografica a un semestre di distanza dalla sua uscita non è che sia proprio il massimo. Se non altro si rischia di essere, di risultare anacronistici nel farlo. E si rischia perciò di pubblicare un articolo alquanto obsoleto. In realtà, il fatto stesso di occuparsi solo adesso di un album come quello degli Iceberg, acquistabile presso i vari digital stores e su cd dallo scorso 21 marzo, deriva da una serie di concause che, in fin dei conti, non hanno semplicemente consentito di farlo prima. Questo perché la copia del disco è giunta in redazione un po’ più tardi del solito. E poi – cosa forse più determinante in questo discutibile ritardo – perché nei mesi passati c’è stata l’urgenza di accendere i riflettori su proposte musicali che necessitavano di inevitabili priorità. In ogni caso sarebbe stato un grande peccato non dedicarsi alla descrizione di Caro Tornado, il primo Lp che i già citati Iceberg hanno ultimato sul finire del passato inverno. Un peccato perché questa pregevole raccolta di canzoni inedite realizzata dal brillante power trio di Pavia, attivo comunque da diversi anni, si è poi rivelata, a suon di ascolti, una delle più curiose ed intriganti produzioni italiane del 2012. Almeno nel suo genere, riconducibile ad una sorta di indie rock italiano di matrice noise e stoner, Caro Tornado è in effetti un lavoro coi fiocchi. È, per meglio dire, un progetto impeccabile sotto qualsiasi punto di vista, il che lo rende assolutamente valido, per nulla abulico, bensì tagliente. Già il fatto stesso che si sia scelto di inciderlo rigorosamente in presa diretta fa davvero onore alla giovane band, desiderosa di mantenere anche in studio l’esplosività e la potenza insita nei brani capace di palesarsi automaticamente on stage. Mettiamoci poi che gli Iceberg siano in grado di denotare un’importante intesa ed ispirazioni; consideriamo la loro tenacia, la loro non indifferente vena creativa: va da sé che questo disco non potevamo lasciarcelo scappare. Insomma, era il caso. E valeva la pena dargli un po’ di visibilità. Ed è ancora il caso di spendere altre belle – e sincere – parole per questo progetto discografico realizzato dal complesso lombardo capitanato dal cantante e chitarrista Alessandro Mogni, completato poi da una sezione ritmica decisamente efficace che vede Renzo Carbone al basso e Marco Monga alla batteria.

Come se non bastasse gli Iceberg, questo disco, se lo sono completamente autoprodotto: altro motivo in più per stimarli. Caro Tornado contiene nove pezzi originali, tutti caratterizzati da testi in italiano. Sono tracce che, a parte la “morbida” In piena (destinata a spezzare in due l’album, ad attutire momentaneamente i ritmi sostenuti), mantengono un’impronta fortemente elettrica. Cosa aspettarsi allora? Sicuramente tanta potenza. Una pioggia di riff roboanti, di digressioni chitarristiche stracolme di distorsioni. E poi volumi altissimi, atmosfere ruvide, spesso oscure, alle volte desertiche. Atmosfere, sfumature che almeno nei suoni rimandano più di una volta a Josh Homme e ai suoi Queens Of The Stone Age. Ma non è solo l’accezione squisitamente stoner a pervadere tutto il disco. C’è anche un rock più dinamico ed asciutto. Ci sono sprazzi di Rival Sons nella straripante Nagasaki blues. In tutto ciò, non mancano neanche gli elementi continentali, o addirittura italici. E questo non si riscontra soltanto nelle liriche. In effetti si scorgono a più riprese le inevitabili affinità con quelle band che hanno fatto la differenza nel rock alternativo degli anni Novanta. Si capisce ad esempio come Agnelli e i suoi Afterhours abbiano, in un modo o nell’altro, impreziosito il loro background. Critiche? Difficile abbozzarle. Si potrebbe giusto ammettere che i testi, seppur coerenti, calzanti, con quello che è il taglio sonoro complessivo (e assolutamente complementari nelle tematiche), non rappresentino forse il vero punto di forza delle canzoni in scaletta. Oppure che la voce di Mogni dovrebbe rendersi, in alcuni frangenti, maggiormente cavernosa. Però, tutto sommato, si tratta soltanto di aspetti non troppo influenti nell’economia di un album comunque suonato benissimo, architettato con astuzia. Come già accennato sopra, Caro Tornado è un lavoro che rispecchia come meglio non si potrebbe ciò che gli Iceberg sono in grado di proporre sul palco, senza ombra di dubbio il contesto da loro prediletto. È lì che questo progetto sta, da diverso tempo a questa parte, guadagnandosi sempre più considerazione. Ed è lì che questi nove componimenti finiscono col dare il meglio di sé. Chi li segue da tempo lo sa già. Chi deve e vuole cominciare ad approfondirli è invece avvisato.

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da Avanguardie

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