La Grasse Matinée – E tu, quante pagine hai letto nel 2012? La vertigine anobiiana

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Anobii, il social network letterario più noto in Italia, è simpaticamente dotato di molteplici funzioni fra cui quella, comodissima, di tenere al posto nostro i conti delle date di inizio e fine lettura, il numero di libri e di pagine che leggiamo anno dopo anno.

Tutto questo è da sommarsi ai vari sotto-gruppi di lettori che si creano nella rete, dove questi si trovano liberi di scambiare pareri, spedirsi libri, consigliarsi letture e via dicendo.

Ma è la prima funzionalità che, giunti a fine anno, preoccupa di più:quante pagine avete letto, voialtri? Quanti libri? Quanti sono rimasti nella vostra wish-list per tutto l’anno, sorpassati spudoratamente da libelli maleducati che non rispettano la fila, magari paperback trovati in offerta e comprati così, last-minute, uscendo dalla libreria di fiducia, o prestiti affrettati da amici che poi “la settimana prossima parto e ti prego questo mi serve quindi vedi di restituirmelo prima perché si chiama Pietro”? O ancora da ebook comprati o scaricati a gratis che valeva la pena iniziare fin da subito per testare queste nuove tecnologie di cui tanto si parla?

Consulto su Anobii la mia pagina statistiche:libri letti nel 2012? Soltanto 77 ad oggi, 28 dicembre. Sì, sono tanti rispetto ai miseri 67 dell’anno scorso, ma la mia mente si affretta in calcoli e un primo senso di dispersione prende piede. Pagine lette:15.957. Qualcosa meno dell’anno scorso, si vede che quest’anno i libroni non facevano per me e che 10 libri in più non hanno fatto salire comunque l’ammontare di pagine complessive. Peggio ancora:significa che oltre le 15.000 pagine arriverò molto difficilmente, se nel frattempo vorrò mantenere una vita sociale più o meno attiva. Una seconda stretta allo stomaco. Un’occhiata rapida alla wish list e la mano inizia a tremare sul mouse:i libri che desideravo leggere a gennaio 2012 sono ancora tutti lì, stipati nel lungo elenco che avevo a suo tempo trascritto anche a mano. Sì, Cortazar, Monterroso, Breton, Hannerz e un paio di altri che mi incuriosivano li ho letti, per fortuna, ma sempre infinita è, quella lista. Incredula mi chiedo:cosa diavolo ho letto tutto l’anno?

Silenzio.

Scorro allora la lista dei 77 libri letti:sì, effettivamente è piena di roba senza dubbio interessante – qualcuna più, qualcuna meno, qualcosa è riconducibile a letture universitarie obbligate, ma per il resto erano tutti testi che mi interessavano, variati fra loro – saggi poesia narrativa:pare un elenco impeccabile. Eppure ripenso alla wish list.

Torno ai calcoli che avevo accantonato all’inizio: prendo 75 libri annui come media, 85 anni come speranza di vita, sottraggo i 21 anni che ho alle spalle, mi restano 64 anni che moltiplico per i 75 libri annui e il risultato mi sembra una nullità: 4.800 libri.

4.800 libri sono nulla, se pensiamo che la wish list è ancora lì, integra, rimasta quasi invariata nel giro di dodici mesi durante i quali io, lettrice poco metodica, distratta, curiosa e disordinata mi sono lasciata trasportare da questa serendipità che mi cullava da una parte all’altra verso le letture più disparate.

4.800 libri sono polvere se penso che non vorrei leggere soltanto narrativa contemporanea ma tanto Novecento nelle sue infinite forme, qualcosa di Ottocento, uno sguardo rapido sui due secoli precedenti per poi tuffarmi nei vari Rabelais e Montaigne, e ancora prima nei cantari e nelle leggende medievali, in Villon, in Boccaccio, rotolare indietro verso i tempi in cui si scriveva un latino che perdeva sapore col tempo, o riavvolgere il nastro fino a quando invece quello stesso latino era sinonimo di miti e grandi glorie, risalire al suo fratellone, il greco, che non ho mai avuto modo di studiare:rivedere gli eroi di Atene e Sparta nelle loro armature e poi ancora gli insegnamenti dei presocratici, le loro vite.

4.800 libri sono ancora meno per me che poi mi stancherei del lato noto del Mediterraneo e vorrei varcare gli orizzonti e viaggiare in là, ad Oriente, dare una scorsa alle Mille e una notte e in avanti nel tempo fino a Naghib Makhfouz e a Mahmoud Darawish passando per tutto quello che c’è di mezzo, spostarmi nel mondo asiatico che ignoro ancor di più, farmi un’idea di chi sia stato davvero Buddha, di cosa significhi il confucianesimo lo zen il tao e tutta questa serie di strane parole brevi, poi arrivare a far l’occhiolino a tutti quegli scrittori contemporanei dagli occhi a mandorla che continuerò ignorantemente a mescolare fra loro come se venissero da un unico grande paese – Banana Yoshimoto, Mo Yan, Murakami e compagnia bella (non mi mandino lettere minatorie a casa gli adepti della setta made in Japan:sono in realtà cosciente del fatto che l’intruso si trova nel mezzo). Poi tornerei nella piccola Europa, risalendo questa volta verso l’oscuro Nord, partirei leggendo le saghe sotto le luminescenze dell’aurora boreale, le leggende e i miti dei guerrieri che immagino coperti da teste e peli di animali pericolosi, avanzerei fino a ricostruire il perché di quel loro tenebroso cinismo odierno. L’America del Nord la guarderei dall’alto in basso, troppo parlata in tutte le salse:leggerei le quarte di copertina di fretta, facendo marameo a questa fetta di mondo che per troppa ingerenza nell’immaginario comune europeo finisce per spegnere la mia curiosità. Accelererei invece il passo, impaziente di migrare verso il grande Sud:Cortazar, Borges, Monterroso, Marquez, Onetti, Arlt, Neruda, Cabrera Infante, li leggerei in lingua originale perché il poco che viene tradotto in Italia non soddisfa ancora, li leggerei pancia all’aria bevendo mate, li leggerei ad occhi chiusi, in qualche modo – perché se da quelle parti la realtà sa così tanto di realismo magico so che il modo lo troverei.

Mi chiederei poi se gli esquimesi scrivono. Scrivono? Che pensiero razzista. Allora, sospendendo il giudizio e l’effetto palla-di-neve che incatena pensieri su pensieri, mi recherei lassù nell’estremo nord e tremante ficcherei il naso – presumibilmente congelato – nei loro igloo per chiarirmi le idee.

Chiaramente, un po’ ovunque cercherei di non lasciare da parte nessuna forma di scrittura:spazio a saggi, biografie, autobiografie, narrativa, poesia, teatro e chi più ne ha più ne metta.

Andrei a cercare cantastorie un po’ ovunque, per non affaticare continuamente gli occhi ma allietare comunque le orecchie. Magia del mondo, i (quasi) dimenticati cantastorie!

4.800 libri sono pochi:nevvero?

Poi calcolo ancora che probabilmente a breve farò il mio ingresso nella fetta di vita in cui tocca lavorare, pagare bollette, badar a gente, fare la fila agli uffici pubblici; in cui l’università nel bene e nel male non sta più dietro a minacciare con le sue letture-mattone formative quanto spesso ammorbanti, in cui i parenti non regalano più libri perché sono convinti di aver già formato come potevano o volevano formare la nuova generazione, in cui gli amici non prestano più libri perché non ne leggono e la biblioteca ruba troppo tempo e in libreria ci si capita una tantum, si arraffa quello che c’è e bella per tutti ci vediamo il mese prossimo.

Calcolo una fase di 30 anni in cui i libri letti per ogni anno potrebbero, con un calcolo pessimistico, calare anche del 65%. Rifaccio il calcolo: dei 64 anni di vita soltanto 34 saranno farciti dalla lettura di 75 titoli annui, mentre riservo ai restanti 30 – ma con la pensione che si vede con il binocolo probabilmente anche di più – anni una lettura di 25 titoli, miseri miseri. Rifaccio i calcoli:3.300 libri.

Soltanto 3.300 libri da questo momento al giorno approssimativo in cui ho fissato la mia morte.

Silenzio.

L’albero di Natale di fronte a me non mi consola come dovrebbe, né lo fa quel bambinello con le braccia per aria. Non lo fa il calendario su cui resta attaccata un’ultima pagina che a brevissimo qualcuno strapperà via.

Andato un altro anno.

Il brutto è che, se la fine dell’anno accentua questo senso di estrema insignificanza del mio essere di fronte al Mondo dei Libri di Ogni Quando e di Ogni Dove, questo stesso smarrimento mi attanaglia ogni volta che metto piede in libreria, ogni volta che accedo ad Anobii, ogni volta che leggo un manuale di letteratura in cui l’autore si diverte sadicamente a citarmi in poche righe tutto quello che so di ignorare.

Perché una vita è poca e questa non la accetto, mi ritrovo a lottarci ogni seconda metà di dicembre di ogni sacrosanto anno. I giorni che passano, il tempo che corre, le pagine che avanzano lente, l’eco della wish list intatta che mi risuona minacciosa nell’orecchio e scandisce le ore che mi separano dalla fine dell’anno e dal momento in cui constaterò che non sono riuscita a portare a termine le letture che mi ero diligentemente prefissa. Che sono un po’ come i buoni propositi a fine anno.

 

C’è chi si dice confortato dalla certezza di non riuscire mai a leggere tutto il leggibile. A me immaginare le fucine delle migliaia di case editrici italiane – qui potrei andare oltre con i calcoli ma me lo impedisco per non impazzire – , moltiplicarle per i circa 200 stati del mondo, immaginare le pile di nuove pubblicazioni annue che ogni anno per forza di cose mi perdo, dà un senso di infinita piccolezza che stento ad accettare. C’è qualcosa di meraviglioso, senza dubbio, e c’è anche una consapevolezza altezzosa che una grande fetta di queste pubblicazioni non meritano probabilmente grande attenzione. Ma quella sorta di fobia letteraria affiora e soffoca comunque.

 

Un consiglio per il 2013? Non fate wish list né propositi di letture e, se ritenete sia il caso, evitate anche di curiosare fra le statistiche di Anobii, se non volete tuffarvi a capofitto nel turbine caleidoscopico di un mondo di numeri conteggi stime approssimative e parole parole parole.

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da Avanguardie

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