La musica che non gira intorno

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Oltre ad occuparsi costantemente di cultura fin dal giorno della sua fondazione, negli ultimi tre anni e mezzo Caffè News ha sempre avuto un particolare occhio di riguardo per la musica. L’istituzione – e la pressoché puntuale gestione – di un’apposita rubrica ha dato modo di aprire una serie incredibile di panoramiche in partenza forse neanche lontanamente ipotizzate, immaginate. Sono stati trattati numerosissimi argomenti. Giusto per fare un esempio, si è cercato di descrivere con la miglior obiettività possibile le produzioni discografiche, italiane e non, più intriganti, nonché di maggior raffinatezza e spessore. E allo stesso tempo è capitato di dover recensire, per via di determinati accordi con alcuni uffici stampa, dischi meno convincenti, alle volte addirittura discutibili. Poi sono venuti fuori editoriali di diverso tipo, di base programmati per tempo e collegati tra loro da un filo conduttore ben preciso. Altre volte son venute giù riflessioni estemporanee, figlie di impressioni a caldo sulle discutibili scelte, tendenze, dell’industria discografica nostrana. Molti articoli hanno fatto discutere, alzando polveroni non certo voluti ma senz’altro inevitabili. Poi ci stati progetti ed approfondimenti faticosi, impegnativi, che invece non hanno prodotto alcun effetto. Articoli che sono costati ore ed ore di dedizione, che hanno comportato sforzi non indifferenti per le singole redazioni ma che non sono stati in grado (forse per demerito di chi se ne è occupato, forse per la non leggerezza delle tematiche), di sensibilizzare in maniera adeguata coloro i quali erano ignari di determinate questioni e che avrebbero potuto, in realtà, comprendere le assurdità con cui la musica deve fare quotidianamente i conti. Quindi le opportunità ci sono state, il problema è che quasi nessuno le ha colte. Viene in mente, ad esempio, la piccola indagine che fu portata avanti nell’inverno del 2010 al fine di far capire ai lettori – abituali e non – di questa testata, di quanto paradossale fosse (e sia tuttora) la condizione di vita del musicista, o meglio dell’artista in generale, residente nello Stivale. Paradossale certo, o se vogliamo ingiusta, specialmente in confronto a ciò che avviene negli altri Paesi europei. Si è infatti ribadito più di una volta quanto, in nazioni come Francia e Svezia, chi fa musica non sia soltanto maggiormente tutelato sotto l’aspetto economico (il fatto che in tali Paesi gli artisti percepiscano degli stipendi fissi con tanto di ferie pagate la dice lunga), ma anche e soprattutto rispettato. E l’assenza di rispetto e comprensione nei riguardi degli artisti italiani è oggi sempre più dilagante.

Fa davvero male accorgersi di come all’estero i “produttori” e i “sostenitori” di cultura siano considerati come veri e propri patrimoni, mentre da noi chi si dedica alla musica, piuttosto che al teatro, alla danza o alla pittura sia, ancora nel 2013, ritenuto un nullafacente, o peggio ancora uno scapestrato. Difficile comprendere se sia più preoccupante l’ignoranza o il disinteresse, da parte delle persone, verso queste problematiche. Certo, è pur vero che i veri temi delicati sono altri. La disoccupazione straripante, la burocrazia, l’irrisolvibile questione dell’evasione fiscale, l’istruzione in fase di autentica disgregazione, le infrastrutture deficitarie, il sovraffollamento delle carceri, la criminalità organizzata: questi sono nodi alquanto ardui da sciogliere, specialmente in Italia. E qui non ci piove. Ma è altrettanto vero che la perdita di sensibilità nei riguardi della cultura e di chi fa cultura è un qualcosa di sconcertante. E il fatto che il livello culturale della massa si stia inesorabilmente dirigendo verso un irreversibile appiattimento non è affatto da sottovalutare. Del resto la cultura allena la mente. E una mente non allenata non riesce, di conseguenza, a mantenere la lucidità per capire quale piega stia prendendo un mondo ingiusto e spietato, capitalista e destinato a proseguire a lungo su tale strada. Che questa carenza di cultura, che questo vertiginoso fenomeno di istupidimento sia voluto? Probabile, molto probabile. Non siamo certo noi a dire che la cultura, l’intelligenza, è un qualcosa che dà fastidio a molti, a chi sta ai piani alti della terra: osservazioni del genere sono già state fatte in passato da persone molto più sagge e colte di chi scrive; tanto vale fermarsi qui per evitare di risultare scontati ed obsoleti nelle considerazioni. Siamo tuttavia convinti che il fenomeno di ignoranza sempre più crescente fra la gente stia facendo comodo a molti, a chi ci governa e a chi sta alla base di determinati meccanismi. In ogni caso non è esattamente questo il tema che vogliamo approfondire in questa sede, bensì ragionare per l’ennesima volta sulle contraddizioni quasi grottesche che attanagliano la nostra “industria” musicale.

La scena – italiana ed internazionale – odierna, per chi non la conosce in maniera così profonda ed accurata, appare ai più fondamentalmente scialba e piatta. E questo è dato dalla pessima informazione e diffusione sonora praticata dai principali canali mediatici che ci circondano e che condizionano inevitabilmente le nostre abitudini. Oggi si pensa ad esempio che in Italia non vi siano più i cantautori di una volta, o che il miglior rock italiano sia quello prodotto da gente come Ligabue e Vasco Rossi. Niente di più sbagliato! Moltissime persone credono che i Negramaro siano una delle band più innovative e qualitativamente valide del Paese: chi si affida solo ed esclusivamente a ciò che viene propinato dalle radio e dalle televisioni sarà fermamente convinto di tutto ciò; poi però questa gente non ha mai sentito minimamente parlare di band a dir poco sensazionali come Bud Spencer Blues Explosion, Zeus!, Appaloosa, Guano Padano, Pharm, Offlaga Disco Pax, Ronin, Super Dog Party, Julien, Calibro 35, Underdog, Valerian Swing e molte altre ancora. Il problema è che, ovviamente, chi la pensa in questo modo si sbaglia di grosso. E la cosa incredibile è che milioni di persone la pensano in questa maniera! Come si spiegano altrimenti gli stadi pieni per Tiziano Ferro oppure i palazzetti in delirio per i Modà, piuttosto che per la Amoroso, per Mengoni, la Errore o la Ferreri? Per carità, niente contro di loro. Non è mica una colpa fare sold-out in continuo e in qualsiasi contesto. Il rammarico è che qui, in Italia appunto, non ci sono affatto pari opportunità. Questa è la cosa inammissibile. Questa è la consuetudine che ormai si è fortemente radicata e dalla quale si fatica a liberarsi. Negli ultimi anni abbiamo acceso riflettori su cantautori italici dotati di un talento incredibile. Musicisti veri. Gente che ha fatto tanta di quella gavetta che i partecipanti dei talent show attuali, da noi spesso criticati, se la scordano proprio. Bobo Rondelli, Cesare Basile, Pino Marino, Giangrande, Iacampo, Gianmaria Testa, Roberto Scippa, Francesco Forni, Marco Parente, Roberto Angelini, Alessandro Fiori, Paolo Benvegnù: l’Italia pullula di artisti grandiosi, ma neanche un quarto della popolazione ha mai sentito parlare di questi poeti, e tantomeno viene mai a conoscenza circa ogni loro pubblicazione discografica. Di chi è la colpa? Sicuramente delle persone comuni che non hanno la predisposizione giusta per andarsi a scovare le migliori novità e a distinguere fra ciò che è scadente e ciò che è invece valido, e che andrebbe assolutamente approfondito. E poi, ovviamente, la responsabilità è anche e soprattutto dei suddetti media, delle radio commerciali, dei quotidiani più letti e dei rotocalchi più seguiti che, invece di concedere un po’ di spazio ai vari Benvegnù e Rondelli quando ce ne sarebbe bisogno (ad esempio in concomitanza con la partenza di un loro tour piuttosto che in occasione dell’uscita dei loro album d’inediti), accendono i riflettori soltanto sulle realtà blasonate e strafamose, che di visibilità non avrebbero nemmeno bisogno. Questo è un aspetto che dovrebbe far riflettere, eppure nessuno ne parla. E questo, dal nostro personalissimo punto di vista, crea soltanto sdegno.

Manca l’equità insomma. D’altronde, se ciò accade a livello sociale, figuriamoci nel mondo musicale. Sicuramente anche in America e in Inghilterra ci saranno ridicole popstar che riempiono stadi e palazzetti e che imperversano in radio e in Tv con i loro singoli artefatti, scandalosi. Però è anche vero che in questi Stati la scena indipendente e quella underground hanno le loro vetrine, riescono cioè ad andare avanti e ad essere supportate non soltanto dagli ascoltatori più esigenti ed aggiornati. Insomma: c’è considerazione all’estero. C’è considerazione per chi cerca di proporre, almeno musicalmente, qualcosa di ricercato e non per forza orecchiabile, immediato, commerciale. Ci sono band ed artisti che riescono a pubblicare dischi forti dell’appoggio di etichette importanti, riuscendo poi a fare delle promozioni più che decenti fino a crearsi séguito e pubblico. E qui invece? Niente di tutto ciò! Qui per registrare e dare alle stampe un cd di canzoni inediti ci vogliono degli sforzi sovraumani di cui in pochi sono a conoscenza. Bisogna affrontare delle spese enormi con la consapevolezza che non ci si rientrerà mai dal punto di vista economico. E poi, ammesso e non concesso che si riesca a pubblicare un Lp, si è in grado a malapena ad organizzare una tournée su scala nazionale. Si fa una serie di concerti per tre, quattro mesi al massimo e poi tutti a casa. E invece no, non deve essere così! Non si devono fare concerti solo per presentare un nuovo progetto discografico: che abitudine è? E pensare che ciò avviene anche per musicisti che hanno alle spalle decenni e decenni di esperienza: figurarsi per delle band emergenti. Va da sé che in Italia non si è messi in condizioni per fare bene. Oggi tirano avanti solo quegli “autori” che sono da tempo sulla cresta dell’onda per aver confezionato delle hits e che continuano a realizzare dischi più che mediocri, con lo stampino. Ecco: queste persone vivono di rendita e non hanno problemi. Se vogliono pubblicare un disco non vanno incontro a grossi grattacapi. E ci riescono soltanto perché, nella maggior parte dei casi, producono cose banali e patetiche. Ci rendiamo conto? È possibile una cosa del genere? È accettabile il fatto si arrivi al successo soltanto scendendo a compromessi? Perché non si può contare su un giusto e coerente appoggio mediatico se non su raccomandazione? Ma che Paese è questo, che Paese è? Non ci sentiamo nemmeno di dare troppi consigli per venirne fuori, semplicemente perché l’interesse verso la musica e l’attenzione nei riguardi di gruppi e cantautori di spessore dovrebbero partire in maniera del tutto spontanea. Se alla base di tutto non ci sono sensibilità e rispetto, non si può uscire tanto facilmente da questo perfido circolo vizioso. Certo, la gente dovrebbe come minimo capire che non si deve più fare affidamento solo e esclusivamente sul bombardamento mediatico di telegiornali e stazioni radiofoniche pacchiane, cercando piuttosto di informarsi autonomamente, dando, per quanto concerne almeno la musica, un’attenta occhiata al web, alle numerose e valide riviste online sempre troppo poco considerate. D’altronde si passa tanto di quel tempo a navigare in rete senza fare nulla: che se ne approfitti, no? E poi, la gente, dovrebbe cominciare ad uscire di casa la sera, a consultare le programmazioni dei live club, acquistare dischi. Dovrebbe capire quanto la musica e l’arte in generale siano in grado di giovare alla vita, di rendere meno atrofizzato il pensiero comune. Insomma, deve rimettersi in moto un meccanismo molto grande ed intricato. Una sola cosa ci sentiamo comunque di dirvi e consigliarvi: fate bene attenzione, perché la musica che non gira intorno, salvo rarissime eccezioni, è la migliore. Questo è certo. Non fatevi ingannare.

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