La Grasse Matinée – Parkour: l’invasione dei selvaggi urbani

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Pensavo a “Dreadlock” di Jacopo Nacci tempo fa, camminando per le Olympiades, a Parigi. Poi passo al MacDonald sotto casa e trovo per caso un inserto speciale sul parkour, questo sport che pratica l’eroe fumettistico di Nacci e, con lui, tanti omini balzani che si divertono a saltare su tetti, sfrecciare giù da muretti e scalinate, approfittando degli spazi urbani come terreno di allenamento.

Allora ho iniziato a riflettere su come sia bello che esistano questi sport in qualche modo diversi, legati ad una qualche filosofia di vita. Se la filosofia del palestrato è alienazione pura, scissione definitiva di anima e corpo che si ritrovano ad essere nutriti uno a discapito dell’altro, tanto silenzio mentale per gonfiare un po’ quel bicipite per rimorchiare meglio per affascinare di più, il parkour è al tempo stesso una sfida continua a livello mentale e fisico, chi lo pratica si fonde visceralmente con la città, ci intesse un legame primitivo in cui l’uomo – o donna – non è più l’essere civilizzato che cammina ordinato su due piedi limitando più possibile lo spazio che occupa, ma l’animale selvaggio che salta da un muro all’altro senza toccare terra, fa piroette e figure complicatissime, salti lunghi come se per un attimo uscisse dalle limitazioni della forza di gravità. Dietro il parkour c’è la voglia di superare ogni ostacolo, la filosofia del nulla è davvero impossibile, del non fermarsi mai, del perché devo deviare e cambiare strada se devo andare dritto per raggiungere il mio obiettivo?

Questo rischioso quasi-sport, che ridipinge l’architettura urbana, obbliga a guardarla con occhi nuovi, creativi, come potenziale parco giochi sconfinato, se l’è inventato David Belle, francese, coniando il termine nel 1998, ma già da un po’ c’era chi si trovava davanti, per strada, uno strano essere che, con tanto di zaino sulle spalle, sgattaiolava via e di cui un secondo dopo si erano perse le tracce.

Il tracciatore, colui che pratica il parkour – tracciando quindi un percorso – unisce corsa, superamento di ostacoli e creazione di figure:insomma, un concentrato di atletismo, scalata e ginnastica che però non è neanche sintesi assoluta di queste tre discipline perché la prima e forse unica regola alla base del PK – così abbreviato – è la libertà.

La Dame du Lac, Coucouronnes

I film Yamakasi di A. Zeitun e Banlieue 13 di Luc Besson hanno sottratto il parkour all’anonimato e da allora tanti giovani si dilettano, ad esempio, a scalare la scultura La Dame du Lac, a Coucouronnes, la cattedrale di Evry, i tetti delle Olympiades, nel 13ème, a Parigi, o ancora la Défense.

Rudy Duong, tracciatore da tantissimi anni, spiega che il parkour è da sempre il modo in cui sconfigge lo stress: “Lo praticavo fino ad otto ore al giorno, uscivo di casa con acqua e torte nello zaino e tornavo soltanto la sera. È così che mi sono preparato all’esame del BAC (fine del liceo francese, diciamo) […] , non ho mai fumato, bevuto, passato nottate in discoteca. Occupavo le notti in maniera diversa, arrampicandomi su muri e palazzi”.

Rudy Duong sottolinea quanto l’ambiente circostante richiami sempre alla realtà:è proprio questo carattere concreto che fa del parkour una disciplina diversa dalle altre. Il tracciatore si muove in uno spazio non artificialmente creato per lo sport, ma ricrea in un mondo non sportivo il terreno ideale per praticare un’attività che invece di sportivo ha molto, ma non tutto. E se gli si chiede qualcosa circa il rischio dei salti sui tetti della città, Rudy risponde : “perché, lo sci non è pericoloso? Quanti francesi però vanno ogni anno a sciare?”. Come dargli torto:il fatto è che pochi si calano così tanto nel ventre della città, pochi hanno coraggio di legarcisi a tal punto da muoversi con essa, nelle sue viscere, pochissimi si allontanano dal fine per cui gli edifici sono stati costruiti, azzardandosi a guardarli con occhi di sfida, ricreando il rischio in una città che in tutti i modi lo risucchia mettendo metaforici gommini su ogni angolo per attutire le cadute. Dà più tranquillità esercitarsi in luoghi circoscritti, accanto ad avvenenti e muscolosi allenatori, davanti a schermi che segnalano da quanto tempo si corre e quante calorie si sono bruciate, quanto si va veloce e come batte il cuore.

Il parkour è tutt’altro:i tracciatori sono nuovi samurai, sono gazzelle, sono protagonisti di un videogame in cui i corpi pixellati si muovono senza peso in tutte le direzioni, sono il risvolto inatteso e meraviglioso di un’urbanizzazione che non deve per forza essere evoluzione verso il grigio e l’intorpidimento mentale:basta saperla girare nel verso giusto, basta saperci creare su. Il parkour è quindi un piccolo grido di libertà che, come tutte le libertà selvagge, spaventa un po’ ed affascina molto.

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