La cantatrice calva, Barbie e la società di plastica

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Il mondo di Barbie come specchio della nostra società. Perché siamo tutti belli, perfetti e felici? No, decisamente no. Forse perché crescendo con quelle bambole abbiamo finito, generazione dopo generazione, per credere che loro incarnassero la vita felice a cui aspirare. Così abbiamo cominciato ad imitarle fino a rassomigliare davvero a Barbie, Ken e i loro amici. O forse è il mondo di Barbie che intercetta la nostra tendenza a inventarci quotidianamente una facciata patinata, bella e splendente, che ci permetta di nascondere sotto maschere tutte uguali la vera natura dei valori e delle relazioni che caratterizzano la nostra società.

Ad ogni modo sta di fatto che tra quella realtà di plastica e la nostra esiste un nesso tale che portare sulla scena la prima abbia quell’effetto straniante tanto utile a guardare se stessi con un occhio nuovo. L’effetto straniante riesce decisamente bene quando il teatro dell’assurdo incontra il mondo di Barbie. “La cantatrice è calva …. ma a volte usa le parrucche …. soprattutto quelle bionde”, in scena al teatro Piccolo Bellini di Napoli fino al 3 febbraio, è frutto dello studio che l’attore e regista Ciro Pellegrino, ha condotto sui testi di Eugène Ionesco “La cantarice calva” e “Le sedie”.

Le parrucche bionde che la cantarice calva indossa nel titolo preparano lo spettatore a quello che vedrà: la scena non è un interno borghese dell’Inghilterra anni Cinquanta ma una casa di Barbie, Mr e Mrs Smith, i Martin, la domestica, il capitano dei pompieri si direbbe siano usciti dalle fabbriche della Mattel, tanto che hanno anche il cartellino al braccio. I sei personaggi – interpretati da Francesco Saverio Esposito, Roberta Astuti, Yuri Napoli, Diego Sommaripa, Carlo Liccardo e Viviana Cangiano – assolutamente artificiosi e grotteschi, intrattengono i loro dialoghi vuoti e raccontano aneddoti privi di senso mentre il pubblico è ben presto immerso nell’atmosfera surreale generata dalla pièce e talvolta, di fronte alle scene più ironiche o ridicole, scoppia in fragorose risate.

Eppure lo spettacolo non lascia divertiti, ma angosciati, perché in quei personaggi all’apparenza per niente realistici abbiamo visto noi stessi e ciò che ci circonda: la falsità su cui fondiamo i rapporti umani, il modo in cui elaboriamo una immagine inautentica di noi stessi, l’indifferenza verso gli altri, l’incapacità di comunicare. E quando gli attori vanno via e si accendono le luci in sala, sbalzati a terra dal vortice dell’assurdo in cui eravamo stati risucchiati, torniamo a casa amareggiati per aver assistito alla rappresentazione di ciò che siamo.

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