La Grasse Matinée – Marzo à la française #2:Mathieu Lindon

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La Grasse Matinée si delocalizza, si sdoppia, viaggia, si espande ed ospita oggi, grazie alla gentile collaborazione di Fabio Libasci, un’intervista a Mathieu Lindon, che il nostro prode ricercatore dell’università di Verona ha avuto modo di intervistare nell’ambito del Festival de la Fiction Française di cui si è già parlato (clic QUI).

Lindon è scrittore e giornalista, figlio dell’editore JérômeLindon. Determinante è la conoscenza che, a ventitre anni, fa di Michel Foucault.

Ecco cosa ci racconta Lindon del suo “Cosa vuol dire amare”, ma anche del suo rapporto con le droghe, del modo di vedere, vivere e raccontare l’AIDS, di chi è stato Foucault per lui.

 

Firenze, 6 marzo 2013.

Fabio Libasci: Vorrei cominciare dal titolo, Cosa vuol dire amare; titolo che mi ha colpito perché apparentemente si presta più a un manuale di filosofia che a un testo letterario: se restiamo in “filosofia”, amare è una questione di tempo o di fato?

Mathieu Lindon. No, non è manuale sull’amore. Il titolo mi è venuto tardi. E’ un libro che volevo fare da tanto tempo, almeno dalla morte di Foucault, era importante e poi è diventato una parte di questo libro. Quando ho terminato il lavoro di scrittura ho ritrovato il libro di Bordieu, Ce que parler veut dire; il mio è certo il contrario di un manuale di sociologia e questo mi ha divertito. Poi anche Bordieu è presente nel testo, ad esempio quando racconto della fine del rapporto editoriale con mio padre ( Jerome Lindon n.d.a). Il mio titolo è evidentemente ironico: nessuno può dire cosa amare vuol dire, né in filosofia né in sociologia, lo sappiamo bene. D’altra parte però mi interessava il modo in cui il testo alla fine mette in scena diverse forme d’amore. Per tornare a Bordieu, mi divertiva ad ogni modo il rapporto a un tempo di prossimità e di opposizione col titolo del suo manuale; certo può essere letto come una guida, falsamente scientifica!

F. L’edizione economica in lingua francese ha sulla copertina una foto di Michel Foucault scattata da Hervé Guibert. Foucault è insieme a suo padre ed Hervé Guibert, il personaggio del libro, una guida, sorta di Virgilio. Allo stesso tempo è Foucault, il filosofo, l’intellettuale. Aveva percezione del fatto che il suo amico Michel era Foucault?

M. Quando l’ho conosciuto (1978 n.d.a) sapevo bene chi era, tutti sapevano chi era. Ma si teneva al di qua della filosofia. Non andavamo a seguire i suoi corsi. La filosofia non era il nostro mondo. E lui, certo, sapeva fin troppo bene cos’era! Per noi era un privilegio essere suoi amici. Certo, avevo letto i suoi libri, tutti; non ero un ignorante. Era appena uscita La volontà di sapere, mi aveva davvero colpito. Ma la filosofia per noi era nella sua vita, nel suo modo di porsi: la sua gentilezza, non sentire la differenza d’età. Un rapporto di fiducia assoluta, c’era la benevolenza, il suo voler bene. Cercava di rivivere il mondo greco, è vero. Era un miracolo. La filosofia, lo ripeto, era vivere quei momenti che certo magari poi egli riversava nei suoi corsi o viceversa. Foucault cercava l’unità nella sua vita e nella sua opera; non era possibile distinguere questi momenti, ma noi l’abbiamo visto a posteriori.

F. Nel testo parla di lei, Mathieu Lindon:ci sono nomi, cognomi, c’è un rapporto quasi fattuale con la realtà, ma a dispetto di ciò nessuna indicazione di lettura compare nel testo: racconto, romanzo, autobiografia?

M. La gente pensa sia un romanzo perché ho vinto il Prix Médecis, che è assegnato per i romanzi. Può essere letto come una testimonianza. Volevo parlare di loro e parlare allo stesso tempo di me, un progetto che mi è sembrato originale. Ho capito che dovevo parlare di me, dovevo dire quale adolescente ero per far capire cosa ero diventato. Penso a Henry James:come lui volevo essere un narratore allo stesso tempo defilato e centrale: colui che tiene le fila del racconto e le riannoda nel momento necessario. Forse ho preso un posto maggiore di quello che pensavo all’inizio, ma all’inizio non ci si rende certo conto dello spazio che occuperemo nella scrittura. Ho una posizione speciale e dovevo renderne conto ma nel modo più semplice possibile.

F. Colpisce il modo in cui nel libro emerge il problema della verità – cosa dire, cosa rivelare – e il modo in cui trova spazio nel testo. In modo particolare in rapporto alla morte di Michel Foucault, quasi a voler ricordare ciò che Guibert aveva fatto in A l’ami qui ne m’a pas sauvé la vie. Come se anche la sua scrittura avesse una verità da scrivere.

M. Ho adorato quel libro, che mi ha compito particolarmente. Anche quello non era un romanzo; certo cambiava dei nomi ma evidentemente era la sua vita. Hervé non era il mio maestro, era un mio coetaneo. Mi ha divertito raccontare cose che aveva già raccontato. È un gioco di prospettive. Hervé in alcune pagine racconta cose false, che passano per vere ma io so perché lo fa. Ci sono certo delle ragioni per mentire, c’è un etica della menzogna. Per far piacere a qualcuno si può cambiare una verità che non valida nulla o non cambia la realtà per tutti gli altri. Io racconto comunque la morte di Michel in modo diverso. Hervé ha l’Aids, ha un diritto diverso, un’urgenza diversa nel dire.. Non so come spiegarlo. Ha pagato con la vita quella verità. Trovo scioccante la gente che gli rimproverava quella verità. Io che ero il più vicino, beh, non mi ha mai impressionato che raccontasse la fine di Michel. Lo stesso Daniel Defert si è risentito, forse per il successo. Enorme. Molti, senza leggere il libro ma spinti dal successo e dagli articoli ad orologeria, hanno pensato che l’amico che non gli ha salvato la vita fosse Michel: lo stesso Daniel lo ha pensato. Ma penso che siano sciocchezze rispetto alla sua morte. La gente ha pensato che offendesse Michel e invece è uno splendido omaggio. Sfortunatamente non gli ha potuto salvare la vita. A me la stessa morte di Michel mi ha salvato la vita. Mi sono imposto l’uso del preservativo. Ho smesso con le droghe. Mi ha salvato la vita intellettuale ma soprattutto fisica.

F. Leggendo il suo libro, ho l’impressione che lei parli di se stesso come un sopravvissuto agli anni AIDS. Ha provato un dovere di dire nei confronti di chi non è più?

M. No. Volevo rendere omaggio a Michel, meglio di come avrei potuto fare a me. Hervé lo ha fatto benissimo, voglio dire ha parlato benissimo di cosa vuol dire Aids. Non volevo né potevo mettermi al posto di nessuno. Non ero una vittima, sono vivo: ed è meglio essere vivi. Ma è un caso essere vivo: ricordo che verso il 1987 o 1988 prendevo in giro Guibert, facevo dell’humour sulla possibilità che avesse l’Aids. Dicevo “ma come è possibile che tu lo abbia, con la tua vita sessuale?”. Avevo una vita sessuale intensa ma dalla morte di Michel sono cambiato. Hervé no. Continuava a vedere Thierry e gli altri e non si è mai posto, nemmeno alla fine, la questione dell’origine, che avesse potuto contagiarlo. Constatava che l’AIDS era già lì, presente.

F. L’appartamento è il territorio, il vostro territorio e allo stesso tempo il luogo della droga, dell’Lsd.

M. E’ vero. Quel luogo ha cambiato la mia vita. Eravamo contenti di essere li. Dopo non sono più tornato. A la Villa Médecis, a Roma, ci ho riprovato ma non era lo stesso. L’Lsd era un affare interno al nostro gruppo. Hervé non era legato a questo gruppo Lsd né io a Hervé e alla cocaina.

F. I libri sono sempre presenti nei suoi libri. La scrittura è allora desiderio, allucinazione o le due cose a un tempo?

M. Io preferirei parlare di piacere. Certo non saprei dirlo. Vede, io sono pratico; scrivere mi piace ma non saprei dire altro. Scrivere è un piacere che mi è difficile allo stesso tempo. È come fare la doccia. Non sono mai contento la mattina, nel letto, di farla. E poi sono felice.

F. Lei è giornalista a Libération, come Guibert a Le Monde. Ma quel mestiere non lo amava…

M. Lo disprezzavo ma prima di conoscerlo: per pretesa. Mi credevo un genio che si perdeva nella volgarità di quella carta stampata. Avevo un atteggiamento di aristocratico distacco. Poi Libération era ed è formidabile, vivo, straordinario.

F. A vent’anni lei e Hervé eravate giornalisti. Oggi sembra essere molto difficile.

M. Anche allora mi sembrava che fosse difficile però. Oggi c’è un editore per tutto. E allora vi erano dei libri di merda e mi sembrava un ingiustizia che io avessi difficoltà con i miei romanzi ad essere pubblicato ed ero pure figlio di un editore!

Grazie a Fabio per la collaborazione in questo secondo appuntamento dedicato al Festival della Narrativa Francese 2013!

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