Fukushima due anni dopo, un silenzio che inquieta

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Si ricomincia a parlarne in sordina, poche notizie alla televisione e nei giornali le ultime pagine degli esteri citano il disastro nucleare che accadde in Giappone a seguito del violento terremoto del 9 marzo 2011, ma senza allarmismi e con tono molto pacato rispetto a due anni fa. Quasi che lo scorrere del tempo abbia cancellato quelle scorie radioattive ed i segni ancora trasparenti ma presto indelebili del propagarsi di un mostro silenzioso.

Il nucleare fa paura quando se ne parla, ancor più quando scoppia un incidente, perché qualunque ne sia la portata, le conseguenze interessano tutti e non soltanto quegli stati che hanno scelto sì con le loro centrali. Siamo tutti confinanti con paesi del nucleare, compriamo parte della nostra energia all’estero e se capita qualcosa di spiacevole siamo inevitabilmente coinvolti pure noi. Chi si ricorda di Chernobyl, sa che non potevamo mangiare l’insalata in Italia, che le precauzioni si estendevano a chilometri di distanza e le inquietudini della popolazione si propagavano più veloci delle radiazioni.

Scoppia una centrale e siamo tutti nella stessa barca, tutti sottoposti allo stesso gigante e taciturno bestione che avanza lento ed invisibile.

Di Fukushima si parla come si è parlato del terremoto e dello tsunami: è successo due anni fa, la vita è tornata alla normalità ed ora si ricostruisce. Che cosa? La centrale nucleare ovviamente.

Il partito democratico liberale che governa col primo ministro giapponese è intenzionato a riprendere il programma nucleare – a rispetto della massima sicurezza, ci tiene a precisare – e quindi ad attivare nuovamente i reattori di Fukushima entro l’anno. Se un paese come il Giappone, esempio eccelso di cautela e rigore, si è sempre distinto per le sue abitazioni antisismiche e per la meticolosità e la sicurezza con cui assicura le sue attività industriali, è stato colto impreparato dalla natura e si è scoperto vulnerabile e timoroso, come possono stare tranquilli gli altri stati che vantano meno tutele?

Inoltre, la decisione di riattivare impianti nucleari dopo un incidente di tale portata (secondo a Chernobyl) non crea panico nella popolazione? Un sondaggio dice che il 70% dei giapponesi è ora contrario al nucleare, il 9 marzo parecchi giapponesi, forse 15 mila, hanno sfilato nelle strade di Tokyo per esigere l’abbandono rapido dell’energia nucleare in Giappone ed il relativo smantellamento di tutte le sue centrali.

Anche altri paesi hanno manifestato. In Francia, l’organizzazione anti-nucleare dal nome “catena umana” ha riunito a Parigi 20 mila persone (4 mila stando ai dati diffusi dalla polizia) vestite con gilet gialli rifrangenti che si sono date la mano una con l’altra a formare una vera e propria catena umana, per chiedere l’arresto del nucleare civile e militare sul territorio francese. Manifestazioni anche a Taiwan, dove decine di migliaia di cittadini si sono ritrovati a Taipei per chiedere al governo di non aprire l’impianto nucleare da 10 miliardi di dollari che è quasi completato e pronto a diventare operativo.

Gli inglesi hanno marciato verso il parlamento con striscioni gialli e girasoli tra le mani, di certo è stata la protesta più creativa e variopinta.

Uno speciale su Fukushima, trasmesso dalla televisione italiana in questi giorni, mostrava mamme giapponesi preoccupate che portano i figli dal medico per verificare che non si fossero sviluppate malattie dopo l’incidente. In media, bisogna attendere tre o quattro anni per rilevare la presenza di tumori nei bambini, negli adulti la manifestazione di una patologia simile può sorgere anni dopo ed è difficile imputarne il legame diretto con l’incidente nucleare.

E’ doveroso fare un bilancio due anni dopo l’accaduto e continuare a parlarne affinché non si dimentichi per errore o per noncuranza.

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da Avanguardie

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