A colpi di penna – La signorina M. e l’omologazione sociale

Tostato da

ragazza-vintage-style«Chérie, vuoi un esempio lampante del concetto di omologazione?» mi chiede la signorina M. mentre accarezza Cecilia, la sua gatta.

«Sì, dai, sono curiosa» le rispondo.

In realtà temo la solita concione esistenziale, ma ascolto.

«Ieri ero in treno. La carrozza era ingombra di pendolari. Non c’era nemmeno un posto a sedere. Noto con meraviglia che sopra un sediolino è appoggiata una valigetta da lavoro. Un treno pieno e un posto per una borsa. Trasalgo: possibile mai? Mi guardo intorno. Qualcuno la adocchia e bofonchia stizzito senza, però, domandare al passeggero di spostare la borsa e liberare il posto. Davvero non credevo ai miei occhi. Pensa, alcuni erano seduti per terra. Così non esito oltre. Mi avvicino al tizio e lo esorto a sgomberare il sediolino. Il tipo mi fissa seccato, allunga la mano e con un gesto svogliato mette giù la borsa. Io mi faccio largo e mi siedo comoda».
«Uh, ma che brava. Spiegami ora cosa c’entra questo siparietto con l’omologazione!?» replico io.
«Semplice, tesoro. Tutti stavano là a fissare la borsa come stoccafissi. Tutti pensavano che era un nonsense, ma nessuno si prendeva la briga di accomodarsi al posto della borsa! Se non è questa omologazione sociale…».

La signorina M. è una donna di trent’anni, con la lingua lunga e lo sguardo acuto.

Commenta quello che la eccita, o la fa arrabbiare.

Ha il gusto di una parigina degli anni Venti (li ama) e lo humor di un’inglese in gonnella scozzese.
Quando busserà alla vostra porta, preparatele una tazza di tè e ne sarà contenta.

Segui questo autore

Siediti al tavolino ed esprimi la tua opinione

Comments Closed

Comments are closed.

Ti piace il Caffè?



Scrivi con noi!