A Napoli in scena «Le Petit Circus Napolitaine»

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Le petit circus napolitaine è un grande circo, che contiene nel suo nome tutta la provocazione d’un ossimoro, e che non ha niente da invidiare agli spettacoli equestri in grande stile, con donne cannone, tigri e mangiatori di fuoco. Di meno possiede l’ostentazione degli spazi, le coreografie e gli olezzi del tendone; di più, il clima d’intimità suggerito da un proscenio che si confonde quasi con la platea, la nutre e se ne nutre, offrendo l’arte sul piatto d’una prossimità degna delle migliori avanguardie, e ricevendone i commenti sussurrati, gli oooh stupiti dei bambini, i sorrisi appena accennati delle ragazze impomatate, e le risa sguaiate di altre. Al petit circus si osserva non interattività tra pubblico e artisti, ma certamente dialogo di sguardi e sorrisi, intrisi di complicità, di pronto riscontro alle esibizioni, di gratificazione perché il pubblico, con tutta evidenza, gradisce.

E poi il mimo, col trucco bianco e spesso a coagulare il suo viso, e gli occhi malinconici, che col suo spettacolo ingenuamente scostumato coinvolge il pubblico e lo depura dalle vere scurrilità dei nostri tempi.

E poi i nastri, e il cerchio, e il trapezio, e le evoluzioni dei circensi che daranno la migliore prova di sé sotto il naso degli spettatori, che potranno coglierne gli sforzi, e il sudore, e le tensioni nei muscoli e nei volti, che pure sorridono mentre dissimulano goffaggine e imbranatezza frutto di ore, anni di duro lavoro e certosina preparazione.

E poi il varietà, con quei dialoghi ingenui, già sentiti ma che abbiamo piacere di riascoltare, non bolliti perché sinceri, memoria di quello che fu l’avanspettacolo di tempi ormai lontani, che dona la leggerezza dell’evasione e strappa più di qualche sorriso.

E poi le biglie. Otto grandi biglie di vetro, di quelle enormi e pesanti, diventano leggiadre bolle di sapone nelle mani d’un artista che ne è il vero padrone e saprà dar loro vita, e farle danzare.

E poi le bolle. Bolle di sapone, quelle vere, quelle del nonno e della nonna che ce le soffiavano addosso, al parco, facendoci sognare da bambini, quelle che inseguivamo per i viali, col fermo proposito di scoppiarne almeno una. Ebbene, se ne vedranno tante, e piccine, e enormi, e rimbalzeranno, ed entreranno l’una nell’altra per poi uscirne intatte, e conterranno fumo e diverranno solide, nell’arte d’un artista che è anche di strada, e che al petit dà il meglio di sé.

Ecco questo è tutto, e non sembri poco, perché è davvero tanto. Perché l’arte non è merce da mercato rionale, perché a far parte della piccola platea del grande petit circus si scopre che da qualche parte, in un seminterrato che pare una grotta, ma anche una cantina, s’annida ancora quella più autentica. Con Amedeo Veneruso, al Teatro Instabile di Napoli, stasera alle 21, e anche domani, alle 19.

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