Il controproducente effetto del sentirsi sterili: considerazioni su “Stringimi prima che arrivi la notte”

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Delia, Raimondo ed Alice sono la famiglia sui generis di cui Claudio Volpe narra, in “Stringimi prima che arrivi la notte”.

Delia che, cardiochirurgo sterile, non può gioire della completezza del sentirsi mamma: mamma e quindi, secondo lei, donna; mamma e quindi vita. Poco importa allora il fatto di salvare miliardi di esistenze:tutto è maschera per non sentirsi contenitore sterile, tutto è inutile tentativo per rimuovere quella radicata convinzione di futilità corporea ed esistenziale. Raimondo, padre e marito banalotto e borghese, che tanto tenta e poco riesce a dare, un Charles Bovary che cade in mille umanissimi errori e nelle braccia materne dell’amante Annuska, rimanendo un uomo perennemente a metà. Poi c’è Alice, figlia adottata dalla coppia ed anoressica. Che dovrebbe essere il fulcro della storia, l’immagine che balza all’occhio sulla copertina del romanzo, ma che altro non è se non un’effige che compare qua e là nel romanzo, a cadenza irregolare, con le sue rituale salite e discese dalla bilancia, con le ossa che scandiscono le forme zigzagate del suo corpo, con il suo amore quasi fisico per il padre, che bacia sulle labbra, che cerca come la moglie cerca l’amato. La sua invisibilità potrebbe essere immagine del suo deperimento fisico, sui suoi silenzi nel libro si potrebbe riflettere a lungo, ma è anche doveroso dire che, a parere di chi scrive, “Stringimi prima che arrivi la notte” non è definibile come romanzo sull’anoressia e che questa è soltanto una delle varie tematiche affrontate.

Lo è, semmai, di più il legame fra amore e riproduzione.

Si è recensito a sufficienza, il libro di Volpe, e non mi resta che aggiungere qualche considerazione personale e laterale, riflessioni scaturite dalla lettura del romanzo acclamato persino dall’eminente Dacia Maraini.

Claudio mira in alto, e con la sua giovane età va a cercare la maniera più adatta per narrare la guerra in Afghanistan, il dramma dell’anoressia, quello della sterilità. Temi generalmente poco avvicinati dai ragazzi, men che meno se di sesso maschile. Perché i personaggi sono quasi tutti donne, perché l’empatia fra Delia e la barbona che incontra per strada è un’empatia al femminile, perché è risaputo che l’anoressia colpisce perlopiù donne. Claudio Volpe tenta comunque la sfida: a volte riesce, a volte no. A volte si aggrappa a poesie che intercalano il romanzo, messe in bocca o nella penna di personaggi come una pausa descrittiva, introspettiva, silenziosa.

Gli stessi silenzi poi tornano nelle risposte di Delia che, in Afghanistan per curare gente in pieno conflitto, sorvola tatticamente ogni accenno del marito alla precaria condizione di salute della figlia, Alice. Perché il dramma di Delia è la non-accettazione della sua condizione di sterilità, e qualsiasi richiamo alla figlia adottata e non partorita, in qualche modo comprata, contrattata e non generata dal suo stesso corpo e dal suo stesso sangue, è riferimento continuo alla sua condanna.

Come se non ci fosse amore se non nella riproduzione. E’ questo l’errore radicato nel ragionamento inconscio di Delia:il pensare che, se l’amore non porta vita, allora non è amore. E’ una donna concreta, Delia, poco incline all’astrazione:per lei se non c’è il frutto materiale del feto nel pancione, non esiste vita, l’amore è inutile, e con esso il suo corpo, la sua stessa esistenza.

Ecco perché Delia, forse la vera protagonista del romanzo, quella che con il suo carattere forte e la sua determinazione influenza l’andamento delle vite degli altri personaggi, decide di fuggire, sotto pretesto di una missione di immenso valore umano. Perché chi soffre troppo non può salvare nessuno, se non salva in primo luogo se stesso. E quando Delia cerca di ridare la vita a chi la sta per perdere in guerra, lo fa per se stessa, per cercare un’utilità meccanica alla sua vita, un senso. Mentre ignora le grida d’aiuto di un padre, suo marito, che si ritrova solo, disperato ed incapace di fronte ad una figlia che tenta l’annullamento corporeo. Verrebbe voglia di prenderla per le spalle e scuoterla, Delia, urlandole che il senso sta altrove. Verrebbe da fare una carezza a quel mediocre di Raimondo, anche.

Verrebbe forse da metterli tutti e due davanti a quello scorcio di luce che si intravede a fine romanzo:il corpo di Alice, denutrito e malato, avvinghiato ad un altro corpo, ugualmente scheletrico. Immagine che spaventa e dà speranza al tempo stesso.

Come a dire che soltanto dal momento in cui si smette di cercare nell’amore soltanto l’atto riproduttivo o un qualsiasi altro frutto tangibile, dal momento in cui si accetta l’amore in senso lato, astratto, interiore e non necessitante di prove esteriori per essere giudicato veritiero, soltanto in quel momento si può cominciare a risalire, capire che tanto di ciò che sta dentro non può venire fuori, che non conta la forma, non contano i numeri, non conta quanti figli si mettono al mondo ma quanto si germoglia e si prende vita, ognuno a modo suo.

 

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