Il pensiero narrativo – Simone Cattaneo

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Con questo articolo inauguriamo la rubrica intitolata “Il pensiero narrativo”.

La narrazione è uno dei processi cognitivi più interessanti a disposizione dell’uomo. Secondo Bruner, psicologo statunitense, il pensiero narrativo è quel processo conoscitivo attraverso cui l’uomo può trovare la propria identità in un contesto sociale, in altre parole scopre il Sé. La poesia forse è questo: una esigenza di riconoscersi e di ascoltarsi, un modo di trovare un equilibrio tra sé e gli altri, un modo per restare in silenzio senza tacere.Simone-Cattaneo-500x533

Decido di dedicare questo articolo di apertura ad un grande poeta, Simone Cattaneo. La sua è la voce roca e inaspettata che scavalca il secondo millennio e inaugura il terzo. La poesia di Cattaneo descrive, senza bisogno di farsi parafrasare, la nuova realtà che si va creando con tutto ciò che essa comporta. Cattaneo ha l’immagine del mondo fissa nei bulbi oculari, ci vede la perdita dei valori, ci vede le sue debolezze, le sue cattiverie. La crudeltà è il sintomo più evidente che manifesta la sua poesia, fatta di versi lapidari, scarni, diretti, ma una crudeltà allo stesso tempo che la fa sentire viva e forte, vibrante nell’aria, come fosse un urlo di liberazione da un condizione precisa, da uno stato di vita insignificante, impotente di fronte a tutto. Per il poeta Andrea Temporelli la poesia di Cattaneo è:

“La durezza adamantina, ma incastonata nel velluto. Era tagliente già nelle sue prime poesie, ma poi ha rivoltato l’impulso lirico: il velluto della sua voce, anziché cedere a pieghe melanconiche, ha conosciuto il cinismo di chi usa l’amore come un coltello a serramanico. Il velluto era la sua voce bassa, era il ritmo blando dei suoi versi adagiati sornioni nella prosa. Ti accorgevi della ferita inferta quando la poesia finiva, quando la parola cedeva il passo al silenzio come se niente fosse. Simone era, come poeta, un killer perfetto.”

Questo stato di malessere lo porterà a togliersi la vita nel 2009, un anno dopo la pubblicazione del suo ultimo libro di poesie “Made in Italy” (Atelier, 2008).

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Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,

non ne voglio sapere delle mine antiuomo,

se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.

Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.

Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e

i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio

fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,

una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,

strappiamo fegato e reni ai figli della strada

ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.

Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie

vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio

con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.

Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali

quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando

le loro comode case vuote.

Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi

non mi interessano un granché.

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I suoi ultimi momenti di vita vengono raccolti così dal poeta e amico Davide Brullo:

“Nei giorni precedenti la sua morte, Simone mi ha telefonato. Ricordo precisamente l’ultima telefonata, non so perché. Ero in piscina, dietro le grate ammiravo mio figlio che nuotava. L’acqua enigmatica, di un azzurro violento. Non gli risposi. Mi ha telefonato tre, quattro, cinque volte. E non gli ho risposto. Perché? Simone è stato l’amico più fraterno che ho avuto, in un pugno troppo crudo di anni. Sicuramente, ero occupato. Con Simone abbiamo attraversato tutti gli abissi: che lui riempiva con una risata. Nella quale non sono stato capace di vedere i chiodi, le icone tumefatte, le stigmatizzate grida. Non c’è un senso per la vita, se non il suo sbocciare nella morte. Che sigilla, con immediata forza, un destino.”

Per Andrea Temporelli: “Simone era un lupo. La sua amicizia era feroce. Avete idea di che cosa si prova ad accarezzare un lupo?”. E la forza poetica dell’autore lombardo sta proprio lì, nella sua ferocia, il cinismo come modo di combattere, e l’ironia come stringere i denti per dimenticare il dolore. Cattaneo non vuole scrivere poesie, le vuole raccontare, attento a non tralasciare scrupolosi particolari e impressioni soggettive. Come un amico si abbraccia il suo dissenso, lo si sente parlare più che leggere. Nella superficiale limpidezza, attraversata dalle parole dure e pesanti come sassi, si può scrutare la profondità del suo pensiero che scava la realtà quotidiana alla ricerca di risposte e soluzioni. Il suo atteggiamento in contrasto con tutte le linee di tendenza poetica contemporanea fa emergere timida una nuova figura di poeta, con una nuova sensibilità. Rafforza così il concetto Davide Brullo:

“Un poeta ha il compito di sbriciolare le evidenze. La scrittura è sempre un gesto di eversione, di trasgressione. La lingua è un coltello. Il resto non è poesia, non è letteratura, ma la liturgia dell’intrattenimento. Simone va letto in quanto poeta: qualcuno inorridirà, qualcuno si innamorerà. La morte – neppure quella più tragica – non giustifica un’opera. Il suicidio non rende migliore la grana della lingua. Amo il poeta Cattaneo perché era un lettore formidabile – con lui discutevo di Denis Johnson e di Cormac McCarthy, di Tolstoj e di Ennio Flaiano, di cui adorava “Tempo di uccidere” – un cineasta fantastico – mi ha inoltrato alla visione di Abel Ferrara, mi ha istruito sulla filmografia di Martin Scorsese – e sapeva che la poesia trascende sempre la poesia, i poeti, il club dei letterati. Sapeva che l’arte ustiona, uccide, fa sterminio. Chiede la morte del proprio autore.”

La poesia vive perché muore, vittima delle metropoli e delle città-mercato, vittima del silenzio e dell’usura del tempo, vittima della mercificazione e dei talk-show del pomeriggio, vittima dell’inettitudine, del fanatismo mediatico, della disoccupazione, dei tagli alla scuola, del neointegralismo, del capitalismo, del comunismo, della crisi, della scienza, dell’arte in streaming, della filosofia del non pensiero, dell’Essere usa e getta, vittima dell’hopeless, dei boia invisibili. Ma non sempre è l’unica vittima. È vero che le poesie non scrivono i poeti, ma delle volte nel loro tragitto non provano pietà, e li lasciano affondare.

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Ho incontrato un mio vecchio compagno di calcio
alcuni mesi fa in un ristorante di Torino, abbiamo giocato insieme
per circa dieci anni, da altrettanti non ci si vedeva
ci siamo abbracciati e abbiamo ordinato da bere. Vive lì adesso, almeno
così mi ha detto, genitori e fratelli morti, una zia a Garbagnate e
qualche cugino vicino a Napoli, gli unici suoi gioielli.
Era già ubriaco. Nessuna donna, lavoro interinale e monolocale.
Poi mi ha domandato come me la passavo. A quel punto è caduto
dallo sgabello del bancone e si è fratturato femore e umore.
Ho pagato il conto, chiamato una autoambulanza e me ne sono andato
sapendo che non avrei potuto fare niente di più
quella notte, né per lui né per me. Quando giocavamo
insieme, entrambi difensori, non provavamo pietà per nessuno.

 

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da Avanguardie

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