Lampedusa, l’oasi dei disperati nordafricani

Tostato da

“Seconda stella a destra, questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino”, cantava Edoardo Bennato nella famosa canzone “L’isola che non c’è”, ispirata come sue tante altre alla famosa favola di Peter Pan. E’ l’indicazione per raggiungere l’Isola che non c’è, alla quale potevano accedervi solo i bambini grazie alla loro immaginazione.
Ma anche i nordafricani disperati hanno una loro isola, alla quale però possono accedervi anche gli adulti. E’ molto piccola, ma esiste davvero. Come i bambini della favola, anch’essi partono la notte seguendo una stella, ma a differenza loro, rischiano la vita e pagano salatamente quel viaggio. Stiamo parlando dell’isola di Lampedusa.
Sita in provincia di Agrigento, Lampedusa è la più estesa dell’arcipelago delle Pelagie nel mar Mediterraneo. Assieme a Linosa conta 6.304 abitanti. Con una superficie di 20,2 km², è la sesta per estensione delle isole siciliane. In antichità il nome era Lopadùsa (Λοπαδουσσα in greco). Amministrativamente, assieme con Linosa, forma il comune di Lampedusa e Linosa, di cui è la sede municipale. Questa piccola isola, angolo di paradiso per i turisti, dalla fine degli anni ‘90 si è trasformata in un’autentica ancora di salvezza per i nordafricani che fuggono da guerre, fame e sete, carestie, persecuzioni politiche.

Oggi Lampedusa si è trasformata in un inferno. Con l’acuirsi dell’ennesima emergenza umanitaria, in quel di Libia, l’isola è sottoposta a una prova di solidarietà e umanità. Una prova insostenibile, per quanto si possa essere solidali e comprensivi. Sarebbero 15.000 i migranti approdati fino ad ora, ben 6.000 solo a Lampedusa. Un rapporto di un immigrato per ogni residente, di fatti i cittadini lampedusani sono esausti e si sentono abbandonati dallo Stato. I libici stipati nei centri di prima accoglienza, già colmi per la presenza dei tunisini, sono 2.200 immigrati, in una struttura che può accoglierne 850. Sono invece 4 al giorno quelli rimpatriati, per un totale di circa 300 fino a oggi. E poi ci sono quelli che mancano all’appello, la cui stima oscilla tra le 5mila e le 10mila unità.

Il Governo, nella persona del Ministro Maroni, cerca di sminuire la gravità della situazione, parlando di esagerazioni e di tutto sotto controllo. Il piano per la gestione degli immigrati prevede una loro redistribuzione tra le Regioni, per un numero di 50mila immigrati. Le regioni più popolose avranno giustamente un ruolo maggiore: il principio è quello di assegnare 1.000 profughi ogni milione di abitanti. Si parla anche di tendopoli da creare in Sicilia e in Puglia, per 2000 profughi richiedenti asilo. Per tutti gli altri ci sarà l’espulsione, come prevede la Bossi-Fini.

Ma anche quest’ultimo punto è alquanto confusionario. Chi sono i profughi? Chi i clandestini? E’ giusto rispedirli dall’inferno dal quale provengono? E giusto stiparli in tende o ammassarli nelle celle dei centri di prima accoglienza chissà per quanto tempo? E’ giusto che un’isoletta paradisiaca e abitata da persone civili e solidali si trasformi in un infernale Alcatraz?
Chi oggi si è allontanato ancor di più da quella destra nella quale ha militato per trent’anni, rinnegando anche una quindicennale amicizia col Cavaliere che gli ha fruttato anche una rispettabile carriera, ovvero Gianfranco Fini, è co-autore insieme a Umberto Bossi di una legge che ha creato solo confusione e precarietà tra gli immigrati. Una legge che sa tanto di intolleranza e xenofobia: la Bossi-Fini.
E poi c’è l’Unione Europea, istituzione unita solo da una moneta unica incontrollata, che ci ha lasciati in mutande. Quell’Ue che fa il gioco di banche e multinazionali, ma che poi è lontana dagli interessi dei cittadini. Cosa fa sulla questione libica? Nulla. A parte rimproverarci e ricordarci di dover essere “umani”. Troppo facile così, soprattutto per quei Paesi del centro Europa e Nord Europa bravi sì a gestire l’immigrazione, ma non le emergenze umanitarie.
L’Italia ha già dimostrato di saperlo fare quando vent’anni fa giunsero in massa gli albanesi, sulle coste pugliesi. Come adesso Lampedusa con i nordafricani. Ma anche la pazienza “dell’isola che non c’è” nostrana sta finendo.

Luca Scialò

Segui questo autore



Comments are closed.

Ti piace il Caffè?



Scrivi con noi!