Le due torri rosse e bianche di Zouk Mkayel, Libano
Tostato da Leyla Khalil
Sono uno dei primi ricordi che ho del Libano. E anche uno degli ultimi, ogni volta che parto. Le due torri dell’elettricità, che puntualmente inquinano l’aria, ogni mattina; che mi salutano quando vengo e quando arrivo. Mi danno anche il buongiorno e la buonanotte: le vedo da una finestrina posta in alto nella camera in cui spesso mi capita di dormire, perchè di notte a volte emettono anche una lucina. Forse ora non più, o forse semplicemente non ci ho più fatto caso.
E sono, per me, l’emblema dell’inquinamento, queste due torri. Appena le vedo, non posso fare a meno di pensare anche a quella processione grigia e nera di macchine e motorini che intasano puntualmente l’autostrada che, penso, attraversi tutto il Libano. Almeno, ricordo che arriva fino a Sidone e sale su fino a dopo Tripoli, che è già una buona parte di questo minuscolo stato. L’autostrada è sempre pienissima, in genere soprattutto di Jeep enormi e vecchie Mercedes tutt’altro che ecologiche. L’utilitaria in voga in Italia, la macchina per andare a lavoro e uscire la sera, insomma, è presa molto poco in considerazione. Ho provato a spiegarmi ciò con il fatto che il libanese si muove agilmente da una parte all’altra del piccolo territorio, ha case in montagna, si reca al mare, va “downtown” a prendere un gelato anche se si deve fare un’ora di automobile. Insomma: lo stato è piccolo, ma i libanesi ci si muovono con agilità. Anche se uno stesso tratto – peraltro breve – si percorre in un quarto d’ora nei rari momenti morti, come in un’ora e mezza quando la congestione raggiunge picchi esorbitanti. Evitando accuratamente alcune zone, che formano la parte dell’ “Altro Libano”, ad esempio quelle dei campi profughi, i libanesi (parlo di una famiglia cristiano-maronita di ceto borghese: meglio precisare, viste le molteplici facce del Libano che non escludono sceicchi arrivati dagli Emirati né profughi palestinesi) non si fanno comunque problemi a girare in automobile per ogni bisogno o sfizio. Il caldo estivo – come il freddo invernale – li costringe a viaggiare in automobile anche soltanto per fare qualche centinaio di metri, l’autostrada e la mancanza di zone pedonali li obbliga a temere le passeggiate a piedi – pena il rischio di venire falciati dalle automobili sotto un cavalcavia attraversato in maniera azzardosa – , anche se verso le otto-nove di sera una fauna di donne sui 40 anni esce fuori nelle ristrette strade di quartiere, come le lumache, per fare la passeggiata di fitness notturno. Con la fascia a tenere indietro i capelli, uno short e il passo sostenuto. Ma sono eccezioni, anch’esse un po’ ridicole, forse perché non genuine, atte ad imitare l’Occidente, come in generale dall’Occidente deriva quella sterile ed ipocrita idea di doversi mantenere per forza snelli ed odiare la formosità. Il Libano è tendenzialmente obbligato ad una vita sedentaria, vuoi per il caldo con cui convive da sempre, vuoi per la fretta, vuoi per le distanze impercorribili a piedi, vuoi per la mancanza di mezzi pubblici e la pericolosità delle infrastrutture. Invece che abituarcisi, i libanesi preferiscono sconfiggere il calore. E allora tentano di sconfiggerlo ricreando climi glaciali nei centri commerciali e nelle grandi jeep con cui si spostano. Eppure, come noi europei abbiamo potuto testare, almeno in teoria, sulla nostra stessa pelle, i climatizzatori e le passeggiate in automobile non sono la soluzione.
In Libano ogni anno, secondo alcuni dati, muoiono più di 300 persone per cause direttamente collegate all’inquinamento. I componenti più pericolosi che circolano nell’aria sono l’ossido di zolfo, il diossido di carbonio, il metano, l’ossido d’azoto. L’acqua che scorre nel sottosuolo anche è inquinata. Lo stato promuove una legge che impedisce l’uso di automobili a benzina con piombo, nel 2002, ma rimane inerte di fronte a numerose altre proposte di legge che non verranno mai applicate. Poco importa poi che, sempre nel 2002, venga istituita la Giornata per la salvaguardia delle Risorse Naturali.
Ma non sono necessari studi approfonditi, per capire alcune cose.
Ho fatto un esperimento la notte del 14 agosto, andando ad una festeggiamento per la vigilia di Ferragosto. il Libano intero aspettava i fuochi d’artificio sensazionali che si sarebbero visti da Faqra, e una processione di automobili saliva su per una montagnola, a passo di lumaca. Io e mia sorella avevamo deciso di proseguire a piedi -facendo sicuramente molto più veloce e rimanendo molto più sincere delle passeggiatrici quarantenni notturne con fascia, avendo in mente un fine concreto, quanto meno- ed entrambe abbiamo avvertito un fenomeno che, con un eufemismo, definiremo buffo. Pare scontato raccontarlo, ma se tutto questo continua ad aver luogo, forse tanto scontato non è. Ogni tre o quattro passi che facevamo, la temperatura all’altezza delle nostre gambe oscillava tutt’altro che gradualmente:come un alternarsi di giorno e notte senza crepuscolo o alba. È bastato guardare alla nostra destra, dal lato delle macchine, per capire il motivo. Quando ci trovavamo di fianco ad un’automobile, all’altezza del tubo di scappamento, il caldo era insopportabile, mentre quando la superavamo e prima di raggiungere quella successiva avevamo un mezzo metro di aria, si sentiva il fresco secco tipico della notte in montagna. Poi di nuovo l’afa, per altri tre o quattro passi. Dirlo è nulla, ragionarci sopra è diverso. Moltiplicare il calore di una macchina sola in un solo secondo per tutte le macchine e per una giornata intera. Un brivido di freddo mi raggiunge anche mentre sto accanto al motore di una 4×4, mentre ipotizzo un calcolo che poi rinuncio a portare a termine…
Il fatto è che, come soluzione al traffico e allo smog verrebbe da urlare: i mezzi pubblici!
Ecco: è proprio quello che manca al Libano. Non ho mai preso un treno, non so se e quanti ce ne siano. Gli autobus sono pochi e mal frequentati, confusionari, viaggiano con il portone aperto e nessuno ne sa gli orari, la gente li aspetta sotto i cavalcavia. I taxi convengono ai turisti perché costano relativamente poco. È strano credere che in un paese dove si condivide tutto con ospiti, parenti, amici e sconosciuti non ci si decida ancora ad organizzare un po’ meglio i mezzi pubblici. È vero che si trovano i taxi comunitari, che fanno un po’ da mezzi pubblici e riuniscono in un solo veicolo più persone diminuendo la spesa, ma non si possono paragonare con i nostri tram, la metro, i bus, i trenini regionali. Un’idea – anzi, una concreta proposta da fare – sarebbe investire poco meno sul turismo: un punto fisso che spinge i libanesi ciecamente avanti e li rende fieri. Una crescita esponenziale del turismo fa infatti credere loro che il fine giustifichi i mezzi, anche se essi sono un terribile inquinamento e un sempiterno traffico. Investire meno in turismo, in abbellimenti non necessari, in palazzi ed hotel continuamente in costruzione che vanno a distruggere gli spazi verdi, in inutili mega-pupazzi semoventi vestiti da Babbo Natale che colorano le feste nei centri commerciali, in luci accecanti a tutte le ore nei casinò, nei night club e nei negozi chic di Beirut e un po’ di più in mezzi pubblici. Si risolverebbero così tanti problemi. È strano che non vogliano prendere ad esempio questo, i libanesi, da noi Europei.
È buffo: riprendono quello che noi stessi, in una sorta di alienazione post-moderna che cerca relax, spiritualità ed esotismo altrove, odiamo. Il lavoro, il progresso, la routine meccanizzata. Che poi i mezzi pubblici sono una forma di democrazia, di progresso. È strano, è strano. Ma è anche la prima manovra da fare per raggiungere l’industrializzazione e la ricchezza necessaria per fare qualsiasi altra mossa.
Il resto viene dopo, se viene, se non arriverà un’altra guerra a distruggere tutto. Perché, mi spiegano, un tempo la ferrovia esisteva, collegava Beirut e Damasco. Poi la guerra, la Siria nemica, i profughi, le bombe. Avanti così per troppi anni. E quello staterello grande più o meno quanto il nostro Abruzzo si chiede: a che serve fare una ferrovia limitata a questo fazzoletto di terra che è il Libano? A che serve farla invece collegata all’estero, se poi esplode tutta al primo lancio di bomba?

Ricordo che, con la mia mania dell’indipendenza, ho chiesto più volte ai miei parenti se c’erano autobus che portassero in qualche zona vicina. Per mascherare la sfiducia nei mezzi o la loro ignoranza a riguardo, continuavano a dire: “dove vuoi andare? Troviamo qualcuno che ti ci accompagni”. Ma io volevo andare da sola, e rifiutavo pur di non andare dovendo rendere conto a terzi del dove quando e per quanto tempo. Altra mania ambivalente tipicamente europea: l’indipendenza, l’individualismo, l’io io io IO.














