Piazza Tahrir un anno dopo
Tostato da Redazione
‘Una protesta contro l’umiliazione e la fame, la povertà e la degradazione’: è usando tali parole che Asmaa Mahfouz, un’attivista egiziana, aveva spiegato le ragioni alla base delle iniziali proteste in Egitto, che si sono allargate fino a espandersi in una rivoluzione, nella primavera egiziana, contro la corruzione e l’ingiustizia, contro un sistema viziato che era sopravvissuto per più di trent’anni. Sperando di ricreare un’altra Tunisia, l’intera comunità egiziana si è ribellata contro il corrotto sistema del Presidente. Finalmente, la paura di Mubarak non superava più la voglia di libertà, giustizia, onore e dignità umana.
Essere un Egiziano, per la prima volta nella storia, era persino più importante che essere copto o musulmano, sufita o salafita, giovane o anziano, donna o uomo. L’intera comunità, unita in una sola mano e stretta in un solo corpo, ha rappresentato politicamente la forza trainante della rivoluzione. La cittadinanza, ancor più della religione, ha rappresentato il sincero e autentico veicolo di rappresentanza in quei giorni di rabbia. I mass media globali, come twitter e facebook, hanno rappresentato alla fine i relevanti ma non indispensabili strumenti di espressione di quella frustrazione: una frustrazione, una rabbia che sarebbero esplose anche in altri modi, dal momento che nel gennaio del 2011 era già tempo per il cambiamento in Egitto.
Il 25 gennaio, oggi ricordato come il Giorno della rabbia, era il Giorno della Polizia Nazionale, un’opportunità per commemorare la Rivoluzione Nasseriana del 1952 e per parlare ancora una volta della corruzione della polizia. Il corpo e la sua violazione hanno rappresentato la prima causa di quella diffusa rabbia. Corpi violentati, corpi frustrati, corpi costretti in umiliazione e paura, erano una volta per tutte uniti contro un sistema corrotto e un ingiustificato e ingiustificabile monopolio del potere da parte della classe militare. ‘Guardie, perché? È questa una prigione o un cielo aperto?’: gli Egiziani, mano nella mano contro la dittatura, gridavano nel dolore in cerca di una risposta.
In Piazza Tahrir, identità intrecciate e proteste emergevano insieme per formare un nuovo Egiziano. Le identità si esprimevano attraverso i corpi e danze tipiche. Danzare per esprimere libertà, per spiegare chi sei e perché protesti per il benessere dell’Egitto hanno rappresentato alla fine l’evidenza fisica della rivoluzione. I sufisti ballavano, i salafiti ascoltavano la musica, i copti cantavano, tutti uniti in quella piazza alla quale tutti insieme appartenevano. Persone di fedi diverse tutti insieme alzavano la loro voce – ‘Musulmani, Cristiani, siamo solo uno’.
Quando la rivoluzione è finita, quando il tempo per il cambiamento politico arriva, quando le elezioni sono da tenere, passate e ora riformulate identità si presentano per formare il discorso e l’arena pubbliche. L’Islam allora ha rappresentato la forza trainante nell’opporsi al militarismo, ai monopoli radicati e all’apparente ritorno al passato. Voci unite all’unisono apparentemente non erano abbastanza nel promuovere il cambiamento, nel fermare l’egemonia militare, nel compromettere la supremazia economica e politica di una classe viziata e corrotta. Il tempo di Mubarak è finito, ma gli strascichi del suo sistema sono ancora presenti.
Alle elezioni del 3 gennaio 2012, la Fratellanza Musulmana è emersa come forza politica predominante in Egitto. Il Partito della Libertà e della Giustizia ha vinto con il 47,2% dei voti. Vista come una minaccia da molti paesi occidentali e da Israele in particolare, la Fratellanza Musulmana ha potuto facilmente raggiungere questa vittoria, come conseguenza della sua persistente e costante attività sociale, della sua diffusa campagna contro tutte le forme di colonialismo e della sua indispensabile assistenza nell’organizzare la rivolta. Preoccuparsi delle persone, seguirle e tenersi aggiornati sulle loro condizioni, fornire loro assistenza sociale alla fine hanno rappresentato le condizioni chiave della vittoria elettorale. Persone, non musulmani: infatti anche i cristiani copti hanno votato per loro, prova indisputabile che la rivoluzione ha veramente riformulato le identità.
Un intero movimento per il rispetto del corpo egiziano, un’ inaspettata mobilitazione per il benessere di un paese, una protesta politica e culturale per tutti gli egiziani: può veramente fermare le violenze? Possono identità unite mettere fine alla brutalità? Vi saranno altre ragazze ‘dal reggiseno blu’ picchiate in Egitto? La risposta risiede nella gioventù. Il Movimento della Gioventù del 6 Aprile e i giovani tutti insieme hanno già dato prova nella rivoluzione di essere in grado di agire in modo globale e di rappresentare un movimento che agisce per la giustizia e la libertà. La gioventù ha il futuro nelle sue mani. Vedremo se il terremoto giovanile egiziano rappresenta non solo un centro nervale della rivoluzione, ma anche la forza trainante del cambiamento. Sarà il tempo a dirlo.
Martina De Donno
University of California













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