La rete e la politica che verrà

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Con l’esplosione del M5S è diventato di moda parlare della “rete” come strumento di democrazia diretta. Complice la crisi generalizzata del sistema dei partiti, ha preso piede la convinzione che il world wide web possa prestare soccorso ad una politica assediata nei piani alti del potere.

Quirinarie, primarie, sondaggi, votazioni online. In effetti, checché se ne dica dei risultati, nell’iperuranio dell’e-democracy è tutto un fermento di smanettoni ansiosi di dare il proprio contributo al Paese. Mai come oggi si fa fatica a captare gli umori del cambiamento osservando la piazza sotto casa. Se diamo una sbirciata all’ultimo Consesso Parlamentare, sembra proprio che le picconate più forti allo status quo siano state assestate dalla tastiera del nostro pc.

Si tratta di una moda passeggera o vi è un effettivo mutamento negli ingranaggi della rappresentanza democratica? Difficile dirlo. Certo è che la rete ha moltiplicato i canali di informazione, liberando voci di dissenso e notizie che prima faticavano a trovare visibilità nei circuiti ordinari. La rappresentazione della realtà non è più solo appannaggio dei media arcoriani, né tantomeno esposta al filtro della censura democristiana degli anni ‘50. Le agenzie culturali più influenti hanno perso il controllo assoluto sull’informazione.

Ci siamo ripresi in mano la democrazia? Non proprio. Nonostante l’invasione di reti wi-fi su tutto il territorio nazionale, resistono ancora trincee del vecchio potere. La Rai, tanto per dirne una. O i quotidiani “embedded” asserviti a questo o a quel partito, pronti a spedire faccendieri e segugi da un capo all’altro del Pianeta pur di sfondare le linee elettorali nemiche. Però, fatte le sacrosante eccezioni, e con buona pace di Adorno e della Scuola di Francoforte, possiamo spingerci a dire che la profezia di un gregge di cittadini imbambolati davanti alla tv non si è realizzata fino in fondo. Anzi, il processo in atto ha ingranato da un po’ la retromarcia.

Col senno di poi non si può nascondere che i pericoli di una lobotomizzazione generale ci siano stati. Le cassandre della sociologia marxista avevano avuto terreno fertile durante gli anni del “Riflusso”, quando, spenti i fermenti ideologici della Guerra Fredda, il modello capital-individualistico dichiarò il proprio assalto definitivo alla cultura di massa. E così, viaggiando di gran lena sulle frequenze berlusconiane, accorsero orde di Barbari che avevano le tette di Colpo Grosso, l’allegria festaiola della Ruota della Fortuna e le battutacce di Drive In. Con tanti saluti alle tribune elettorali e ai barbosi programmi di approfondimento culturale. Alle esequie del buon gusto partecipò anche mamma Rai, che mostrava le gambe di Heather Parisi in prima serata, mentre fuori scoppiava Tangentopoli e la Prima Repubblica crollava sotto il lancio delle monetine all’Hotel Raphael di Roma.

Altra epoca, direte. Manco per sogno. Sono passati vent’anni e nel Belpaese è cambiato ben poco. Anzi, se possibile, i costumi diffusi dalle nuove colonie di barbari sono perfino peggiori. Siamo arrivati agli orgasmi in mondovisione del Grande Fratello e al trionfo del cafonal di Uomini&Donne, tanto che i nostalgici di Umberto Smaila rischiano di passare oggi per dinosauri bacchettoni. Ma in questo ventennio berlusconiano la televisione non ha preso possesso solo dei salotti degli Italiani. È uscita fuori dai pollici dello schermo per trasformare Montecitorio in un fantastico fuori-onda del Paese. Ci siamo così ritrovati Iva Zanicchi e Mara Carfagna divise fra i baciamano di Bruno Vespa e le sedute delle commissioni parlamentari. Mentre i fantasmi della sinistra replicavano al presenzialismo del Caimano arringando il popolo televisivo dalle poltroncine di Annozero. L’unica vera opposizione, a conti fatti, è stata quella delle “toghe rosse” della Procura di Milano.

Insomma, se il cambiamento c’è stato, lo dobbiamo cercare fuori dai palinsesti televisivi. Piccoli movimenti tellurici che i sismografi del potere non hanno registrato, ma che hanno modificato la geografia del consenso. Generazioni più giovani, abituate a navigare su Internet piuttosto che a zappingare col telecomando dei genitori, hanno cominciato ad informarsi su youtube, sui siti di “informazione alternativa”, a discutere di politica sui blog. La realtà dei media, da mostro a due teste (Rai-Mediaset; Berlusconiani-Antiberlusconiani), è diventata una fauna ricca e popolosa. Una manna di fonti che è piovuta sulla testa di ogni cittadino oggi libero di scorazzare come la connessione wireless di casa sua.

Finiti i tempi del bianco e nero? Gli avventurieri del villaggio globale avranno le bussole per orientarsi in questo mare senza affogare sui fondali mobili di un tweet? La funzione emancipativa della rete è ancora tutta da testare. È fuor di dubbio che il M5S, così come il Partito dei Pirati in Germania, ha intercettato il dissenso virtuale che serpeggiava in rete convogliandolo in un soggetto politico vero e proprio. Resta però da verificare quanto il consenso “liquido” di Internet riesca a convertirsi in rappresentanze “solide” compatibili con gli istituti della democrazia parlamentare, e soprattutto capire se le istanze di democrazia e partecipazione, che il web ha portato a galla, riescano davvero a cambiare i meccanismi di selezione e controllo della classe dirigente senza degenerare nelle epurazioni via blog a cui Grillo ci ha abituato.

Domande grosse. Per ora dobbiamo accontentarci di registrare una situazione di stallo in cui il cambiamento di cui stiamo parlando non ha assunto contorni definiti. I “Grillini” se ne stanno a Montecitorio a bisticciare sulla diaria parlamentare, mentre i vecchi partiti hanno suggellato la Terza Repubblica seppellendo le richieste di rinnovamento sotto il tappeto dell’inciucio. Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi. E soprattutto nei prossimi anni. Ma voi, nel frattempo, non perdete di vista il mouse e rimanete online.

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