Amministrative a Messina, le ragioni del caos

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Da oltre dieci anni, a Messina, faccio il Presidente di Sezione elettorale. Perché ho sempre trovato nella partecipazione attiva alla vita democratica del paese uno stimolo, perché mi piace l’effervescenza dei lavori elettorali, il clima che si respira nelle aule delle scuole nei giorni delle consultazioni, lo scenario umano, insospettabile, della gente che si avvicina alle urne, l’atmosfera di complicità che si registra tra gli addetti ai lavori dopo solo poche ore di collaborazione.

E persino il continuo dover far fronte ad imprevisti d’ogni natura, il doversi districare tra ostacoli d’ogni sorta, tra comunicazioni incomplete e contraddittorie, deficienze organizzative, normative vetuste e inapplicabili, dilettantismi, incompetenze e inadeguatezze d’ogni tipo, strutturali, funzionali, professionali, umane. Che vanno colmate con intraprendenza e senso pratico, con decisioni rapide e ponderate, salvaguardando sempre le norme e le legittimità più che possibile, ma senza cedere all’ottusità delle prassi, privilegiando dove si possa le pratiche più snelle per garantire la snellezza dei lavori. Può suonare fors’anche ridicolo, ma molti fra coloro che abbiano condiviso con me quest’esperienza converranno che le sezioni elettorali sono palestra di formazione professionale, e in certa misura anche di vita.

L’esordio nelle sezioni fu particolarmente duro. Correva l’anno 2003. Si votava a Messina per il rinnovo della Provincia, del Sindaco e del Consiglio comunale, e dei quartieri. Tre schede elettorali, quattro urne, giacchè quella della Provincia era lunga un metro, e data l’affluenza prevista s’immaginava ne servisse un’altra. Le posizionai una sull’altra a causa degli spazi ristretti a mia disposizione. Senonché, col procedere delle votazioni, il peso delle schede fece collassare il fondo della superiore, con conseguente loro travaso nell’urna sottostante. Sarebbe più facile dire che non intervennero i Vigili del Fuoco, e il Corpo Forestale dello Stato; poi, vennero tutti: Digos, Carabinieri, tv locali, e forse tra loro qualche agente del Sismi. Fu accertato che non v’era colpa, né dispersione di schede: di due urne se ne fece una, si sigillò il tutto alla ben’e meglio, e si proseguì con le operazioni.

In quei due giorni accadde anche che un elettore, appena entrato in cabina, ne uscì urlando che la scheda fosse già votata. Controllai: era vero. Ancora Digos, Sismi, televisioni nel mio seggio, e si racconta che volessero intervenire i Navy Seals. L’accusa era di broglio, ma la soluzione più semplice: la scrutatrice addetta alla consegna delle schede diede all’elettore quelle appena votate dal precedente, invece d’introdurle in urna, dove imbucò quelle bianche a lui destinate, credendole appena votate. In qualche maniera si risolvette pure quella disavventura, ma non ricordo come. Per certo, da allora imparai a dare disposizione di consegnare agli elettori le schede avendo cura d’aprirle prima, in modo che possa preventivamente verificarsi che siano intonse. E lo imparai a mie spese.

Si votava fino alle ventidue, poi iniziava la maratona degli scrutini. Ero alla prima esperienza, venticinque anni, nessuna formazione, nessuna istruzione specifica, in tasca soltanto quasi una laurea in Scienze Politiche, e molti altri nemmeno quella. Trascurai di sbrigare per tempo molti dei lavori preparatori che oggi anticipo, con un senno del poi che debbo unicamente all’esperienza. Ad ogni momento scoprivo che c’era qualcosa di non fatto, o ancora da fare. Ad ogni momento m’imbattevo in norme al limite dell’incomprensibilità, e spesso tra loro in contraddizione.

Finii, stremato, lo scrutinio della Provincia alle cinque del mattino. Alle sei doveva procedersi con lo scrutinio per Sindaco e Consiglio comunale. Due degli scrutatori dormivano sul pavimento. Una, sessantenne, una gamba fasciata, attonita e angosciata, chiedeva quando avremmo finito. Nessuno lo sapeva, ma si lavorava ormai da oltre cinquanta ore, senza pause, con affluenza altissima, e cinque ore di sonno. Telefonai in Prefettura, chiedendo il differimento dello scrutinio di qualche ora, che ci consentisse un recupero psicofisico: non rispondevo infatti della mia stessa lucidità per l’attribuzione dei voti, né potevo rispondere dell’operato dei collaboratori, del tutto debilitati per il protrarsi dei lavori. Mi fu risposto che no, non c’era niente da fare. Bisognava andare avanti ad oltranza, la legge non prevedeva che i componenti della sezione potessero essere stanchi. Così feci, e iniziai e conclusi il secondo scrutinio. L’urna dei quartieri invece non l’aprii mai. Era il pomeriggio del giorno dopo, e un capogiro mi convinse che era l’ora di gettare la spugna. Mi ritrovai dopo poco sull’ambulanza del 118, in ospedale la diagnosi fu di esaurimento psicofisico. Quella sera, oltre quaranta componenti dei seggi finirono il loro incarico tra le corsie d’un ospedale, aspettando che un buon uomo in camice bianco gli consentisse di tornare a casa a dormire.

Dopo d’allora, condussi circa una decina d’altre elezioni, tra europee, regionali, politiche e referendum, accumulando esperienza ed imparando a gestire i lavori con sempre maggiore padronanza. Se sono stato riconfermato così a lungo, non sarà stato evidentemente frutto del caso.

Ma come capitò che mi ritrovassi, in esordio, a dover condurre consultazioni così difficili? E’ presto detto: tra i Presidenti di sezione di vecchio e medio corso, che bene o male si conoscono tra loro, nel 2003 si sparse la voce che quelle elezioni amministrative fossero particolarmente complesse, e in pochi resero la consueta disponibilità alla nomina in Corte d’Appello, costringendo il tribunale a dar l’incarico a ragazzi e ragazze senza alcuna preparazione sul campo, che incautamente avevano chiesto l’iscrizione nell’albo dei presidenti di sezione tenuto presso ogni Tribunale. Un salto nel buio d’un incarico che è quasi un mestiere, e dove se qualcosa va storto si rischia l’incriminazione penale per reati elettorali, stante la durezza della normativa in quell’ambito.

Non è facile, mi si creda, rinvenire materia giuridica più grossolana, desueta e arruffata di quella elettorale. Come non è facile imbattersi in ambiti dove la macchina dello Stato dia prova di maggiore disorganizzazione. Quasi mai accade che i pacchi contenenti le schede, consegnati all’inizio, effettivamente ne contengano il numero dichiarato. E un errore in quella fase, anche il solo fidarsi di quando da altri attestato, si paga caro alla fine, quando non ci si trova con i conteggi. Il numero di volte in cui i componenti dei seggi, nei tre giorni, sono chiamati ad apporre la propria firma è indecifrabile. Roba comunque da indurre un tunnel carpale.

Per non parlare dei verbali da compilare in duplice copia, più un loro estratto, a mano, per ogni consultazione. Riscrivendo i nomi delle liste e di tutti i candidati, perché nessuno si prende la briga di mandarli preventivamente in stampa. I calcoli richiesti richiedono una preparazione specifica, e a non studiare con ampio anticipo, di volta in volta, quali siano le richieste, in modo da impostare per tempo un metodo di lavoro per lo scrutinio finale, si rischia di dover riconteggiare tutte le schede più e più volte.

Le buste per la consegna finale, poi, sono un puzzle degno del Bartezzaghi. Nonostante la mia media esperienza, la soluzione non è mai a portata di mano, e bisogna sempre lavorarci su almeno mezz’ora. Immancabilmente, si chiede che l’ultima busta contenga il timbro della sezione, e che questa sia chiusa sigillandone l’apertura con nastro adesivo che rechi impresso…. il timbro della sezione. Che però giace dentro la busta.

E di notte, le luci delle aule di tutte le scuole sede elettorale devono restare accese, le porte chiuse e sigillate goffamente col nastro carta, come le finestre che affacciano all’esterno, nel timore che squadre d’anarchici insurrezionalisti irrompano nei seggi compromettendo gli esiti del voto popolare, e forse con la speranza che il nastro carta firmato frettolosamente dal presidente e due scrutatori prima d’andare a nanna valga a fermarli. Cautele desuete, da emergenza democratica, comprensibili e necessarie nell’epoca e nel contesto storico in cui furono introdotte, ma adesso non più giustificabili, in una democrazia (forse?) matura. Si spengano le luci, sai quanta corrente risparmiata.

E si nomini uno scrutatore in meno alle prossime elezioni, e col ricavato s’acquisti un minicomputer a supporto delle operazioni. Per sveltire le cose basterebbe un foglio excel ben compilato, senza spingersi a voli pindarici che includerebbero l’espressione elettronica del voto, ma nessuno ci pensa. I computer, poi, potrebbero essere lasciati in uso alle classi, ma nessuno ci pensa. Ci si ritroverebbe d’incanto con tutte le aule del paese perfettamente informatizzate, e le operazioni elettorali sveltite. Ma nessuno ci pensa.

Ecco spiegato il perché del verificarsi di certi grossolani errori, a Messina, da parte dei presidenti di sezione alle elezioni amministrative di ieri. In una nemesi del passato, il 2013 come già il 2003, s’è ripetuto il medesimo circolo vizioso: io stesso, conscio del fatto che per queste elezioni il gioco davvero non valeva la candela, non ho inoltrato come di consueto la mia disponibilità. E come me, tanti che conosco anche personalmente. Il tribunale ha reagito tentando di precettare d’ufficio tanti presidenti di sezione, me compreso. Io ho opposto ulteriore resistenza brandendo una nomina, già prevista per la verità, a rappresentante di lista. Altri, tanti altri, hanno accusato nel giorno di sabato un forte mal di testa, e inviato certificato medico.

Stesse premesse, stessi esiti: nuova infornata di ragazzi di prima nomina, nuova riunione di due ore in Prefettura e via, tutti allo sbando nelle sezioni elettorali a far da agnelli sacrificali per la causa della democrazia. In molti, dopo l’esperienza appena conclusa, non vorranno recarsi in una sezione elettorale, in futuro, forse neanche per votare. Altri, come fece chi scrive, a conti fatti, faranno tesoro dell’esperienza e si riproporranno. Certo sarebbe stato ben più facile prevenire che curare, organizzando una formazione più intensa, che consentisse ai nuovi presidenti di sezione di non trovarsi a dover gestire consultazioni delle più difficili in uno stato di totale disorientamento e di completa impreparazione, in assoluto abbandono.

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