Epidemia colposa e abuso d’ufficio: chiesto il rinvio a giudizio per Bassolino, Iervolino e Pansa
Tostato da Simone Aversano
Nuovo scossone nell’ambito delle indagini della magistratura sull’emergenza rifiuti in Campania, che da quasi vent’anni avvelena un territorio e le possibilità di sviluppo di un intero popolo.
La Procura di Napoli ha infatti richiesto il rinvio a giudizio per venti persone, per lo più sindaci di comuni campani, ma anche commissari prefettizi e pubblici funzionari. Tra i nomi compaiono anche l’ex prefetto di Napoli Alessandro Pansa, già commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, e soprattutto l’ex governatore della Campania Antonio Bassolino e l’attuale sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino. I capi di accusa sono di epidemia colposa e di abuso d’ufficio, ed il presunto reato si sostanzierebbe, secondo i pm, nel non aver tentato di porre rimedio all’accumularsi di rifiuti lungo le strade di un’intera regione.
Un impianto accusatorio che suscita sorpresa, dato che non è frequente sentir parlare di un reato per così dire secondario come l’epidemia colposa. E d’altra parte si tratta di qualcosa di molto difficile da dimostrare, tanto che dei venti accusati è probabile che dopo l’udienza preliminare rimarrano sotto accusa molti di meno.
La Procura ritiene in sostanza che l’atteggiamento di inerzia e di non intervento da parte delle persone coinvolte, le quali avevano senza dubbio l’obbligo giuridico di intervenire data la situazione, sia stato una concausa o comunque un elemento rilevante per l’epidemia susseguente all’emergenza rifiuti. Non che vera e propria epidemia ci sia stata, ma in un certo senso può considerarsi epidemia anche la semplice alterazione su vasta scala delle condizioni di salubrità dell’aria e dell’ambiente.
Bassolino, Iervolino e Pansa, insieme agli altri accusati, in buona sostanza avrebbero determinato un rischio per la salute di milioni di cittadini non intervenendo ad arginare fattivamente i danni dell’emergenza rifiuti.
Cosa rischiano gli accusati? Forse poco, per quello che potrebbe essere il sentimento popolare a loro contrario. L’articolo 452 del codice penale definisce le pene per il reato colposo di epidemia, normalmente previsto come doloso dal codice. E dice che la pena, nel caso in cui dall’epidemia non siano state causate delle morti, va da uno a cinque anni di reclusione. In caso di epidemia che ha anche ucciso più persone, gli accusati, sempre se verranno poi rinviati a giudizio dal Tribunale di Napoli, rischierebbero la reclusione da tre a dodici anni. Per quanto riguarda invece il reato ipotizzato di abuso d’ufficio, le pene vanno da sei mesi a tre anni di reclusione, con possibile aumento per la probabile sussistenza, nel caso di accoglimento dell’impianto accusatorio della Procura, di un danno di rilevante gravità.
E’ questa un’occasione per porsi una domanda: quando il legislatore prenderà coscienza dell’inadeguatezza del nostro sistema penalistico, specie con riguardo ai reati ambientali di più recente emersione? C’è in ogni caso da stare tranquilli (si fa per dire) che nessuno pagherà mai abbastanza per i danni ambientali, scioccanti eppure forse non ancora definiti compiutamente, provocati in tutti questi anni alla Campania, quella che un tempo era terra Felix. Come si fa a comminare con esattezza una pena per quelle centinaia di pubblici funzionari e rappresentanti politici che, in un modo o in un altro, sono senz’altro responsabili degli sversamenti di percolato a mare, dell’occultamento di fusti radioattivi nelle cave, dell’abbandono illecito di tonnellate di rifiuti, dei roghi alla monnezza, delle eco-balle per niente “eco”, e di tutto il rimanente schifo che ancora oggi respirano, mangiano e bevono tutti i cittadini?
Simone Aversano













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Basterebbe assimilare i reati ambientali ai crimini contro l’umanità, come sta già avvenendo in alcuni paesi dell’America Latina, uno fra tutti l’Ecuador, dove proprio di recente è stata emessa una sentenza che condanna la multinazionale petrolifera Chevron a versare 8 miliardi di dollari alle popolazioni indigene residenti in Amazzonia. Ovviamente non si vuole dare un prezzo alla vita umana, ma è comunque un precedente di cui dovremmo fare tesoro
Non sapevo di questa sentenza in Ecuador, grazie della preziosa segnalazione! E mi trovi pure d’accordo, in via di principio, sull’assimilazione dei reati ambientali ai crimini contro l’umanità, perchè con uno scempio ambientale come quello della Campania ad essere danneggiata è l’umanità intera oltre all’ecosistema. Per sempre.