Per non morire né vivere di mafia

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 La stagione 2012 Eliseo Scuola di Roma annovera tra i primi eventi dell’anno un incontro pubblico con il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, Piero per gli amici, intervistato da Attilio Bolzoni,  giornalista di La Repubblica esperto di antimafia.

Al dibattito segue lo spettacolo “Per non morire di mafia” dall’omonimo libro di Piero Grasso, diretto da Alessio Pizzech e interpretato da Sebastiano Lo Monaco, spettacolo che si terrà a Roma questa e la prossima settimana.

All’evento che è stato realizzato grazie alla collaborazione di tre associazioni fortemente impegnate nella lotta culturale alla mafia, la fondazione Antonino Caponnetto, Libera e Arci, hanno partecipato moltissimi studenti italiani che hanno preso parte in questi anni a progetti didattici e non di cittadinanza attiva e lotta al fenomeno criminale.

Ai ragazzi che hanno chiesto cosa è cambiato oggi a vent’anni dalla morte di Falcone e Borsellino e a 30 anni da quella del generale Dalla Chiesa, Piero Grasso ha spiegato che per lo meno oggi questa orribile piaga ha un nome e la si combatte.

Una delle prime personalità italiane che hanno parlato di mafia, senza usare questa parola è stato Leonardo Sciascia che nel 1961 rompe con “Il Giorno della civetta” il silenzio culturale che proteggeva questo fenomeno. Percorrendo la strada dell’antimafia in Italia non si può non sottolineare l’importanza della legge La Torre, grazie alla quale dal 1982 si dà una chiara definizione giuridica del fenomeno mafioso.

Attilio Bolzoni insieme agli studenti ricorda l’importanza dell’informazione nella lotta alla mafia, citando insieme ai ragazzi di Ostia la figura di Giancarlo Siani, cronista italiano assassinato dalla camorra a soli 26 anni. Bolzoni spiega, inoltre,  come l’associazione Ossigeno per l’informazione ancora oggi si occupi di monitorare i giornalisti che ricevono intimidazioni perché raccontano questo fenomeno in zone difficili della nostra penisola.

I ragazzi raccontano le loro esperienze nei campi della legalità di Corleone e di Nettuno, in particolare i ragazzi del Lazio spiegano cos’è il fenomeno della quinta mafia, definizione usata per indicare il fenomeno mafioso che si sta espandendo nel Lazio e nel Nord Italia. Come ha spiegato il Procuratore Grasso è una definizione nota per lo più nel lessico giornalistico che nell’ambiente giudiziario.

Sempre tornando all’esperienza dei campi della legalità i ragazzi di Libera hanno spiegato come poter vivere un’esperienza nei beni confiscati alla mafia li abbia fatti sentire ancora di più italiani perché messi nelle condizioni di lavorare in un luogo strappato alla mafia e restituito al nostro Paese. I ragazzi dell’Arci cercano con questa battaglia culturale di trasmettere per osmosi al Nord le buone pratiche antimafia che hanno sviluppato come anticorpi conoscendo questo fenomeno da più tempo.

I giovani della Fondazione Caponnetto cercano di seguire l’insegnamento del giudice Antonino che vedeva nei giovani i partigiani di questa nuova resistenza.

In questo dibattito, però, non si è parlato solo della presa di coscienza da parte dei ragazzi e di chi come Sebastiano Lo Monaco, attore che interpreta Grasso nello spettacolo, racconta di vedere finalmente una luce in fondo al tunnel;  ma anche del fatto che la strada da percorrere per un’Italia libera dalle mafie è ancora lunga e tortuosa. Basti pensare che i dati della Banca d’Italia dimostrano che i soldi sporchi rappresentano il 10% del Pil italiano e che non è raro che ragazzi e operai meridionali dicano che con l’antimafia non si mangia. Un boss in persona ha spiegato al Dott. Grasso che finchè qualcuno andrà dalle organizzazioni criminali e non dallo Stato a chiedere lavoro la mafia non si potrà dire sconfitta.

Non solo non si deve morire di mafia ma non può vivere di mafia un operaio licenziato, un giovane disoccupato, un giornalista imbavagliato o un Paese abbandonato dallo Stato.

Maddalena D’Urso

 

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