Il poliziotto buono che non fa notizia

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Contro la frase: “Il poliziotto buono non fa notizia”  vi scrivo questi nomi: De Marco Mario, Leoni Salvatore, Onofri Cesare, Antiochia Roberto, Meles Antonio,  Caianello Paolo, Cassarà Antonino (Ninnì), Zucchetto Calogero,  Montana Giuseppe (Beppe), Dicillo Rocco, Cosina Walter Eddie, Catalano Agostino,  Traina Claudio, Li Muli Vincenzo, Loi Emanuela, Schifani Vito, Montinaro Antonio, Lai Antonio, Leandri Ilaria Maria, Di Simone Emanuele, fino ad arrivare a Nuti Alessandro. Sono tutti nomi di poliziotti morti durante l’adempimento del proprio dovere, questi sono solo alcuni dei migliaia di poliziotti deceduti, chi perché colpito da una pallottola vagante, chi per incidente, chi perché fatto saltare in aria con del tritolo, chi colpito da raffiche di Kalashnikov, chi perché, semplicemente, stava sistemando la segnaletica stradale.

Sono uomini e donne come tutti noi, sono state persone che hanno dato la vita per inseguire il sogno di un’Italia più sicura, persone delle quali oggi è impossibile ricordare tutti i nomi, eppure ci sono, i cimiteri parlano di loro, ne parlano le medaglie al valore e la classificazione di eroi. Continua a parlarci di loro il ricordo delle famiglie, qualche giornalista di buon cuore propenso a perdere tempo per ricordare chi ieri ci ha difeso senza ricevere il giusto merito.  Sono quella parte di storia italiana che dimentichiamo di ricordare, sono stati uomini e donne di valore, sono quel silenzioso esercito che deve farci sentire il bisogno di esistere, che deve farci sentire protetti nel vedere una divisa passare per strada, di sorridere a colui che la indossa, perché sono uomini e come tali anche loro hanno bisogno di approvazione.

Sono padri di famiglia, uomini separati che lottano per vedere il proprio bambino, sono donne che la mattina portano i figli a scuola ed il resto della giornata si dedicano alla sicurezza dei propri bambini curando quella di ogni cittadino. Sono carne e ossa italiane, uno schieramento imponente di uomini e donne con un solo obiettivo: la sicurezza dei civili. Se molti non parlano della morte perché se ne ha paura, loro la mettono in conto dal momento in cui indossano la divisa, perché la morte può ucciderli ma non potrà mai scalfire ciò che hanno fatto in vita.

Vengono definiti: servitori dello Stato; come se servire fosse solo il loro mestiere, eppure si sentono parte di questo Paese anche quando sono fuori servizio e davanti ad una rapina intervengono per salvare più persone possibili, ecco che servire diventa la loro ragione di vita, dove il verbo servire non va inteso in senso negativo, anzi citando la frase di un famoso film vi dico: “Servire è l’arte suprema. Dio era il primo servitore.” Sono dunque il nostro Stato.

Se pensate che oggi lo Stato italiano faccia schifo, che sia solo ladro e mafioso, ricordatevi che non è lo Stato ad essere tale perché lo Stato siete voi, siamo noi, ogni singolo cittadino lo è, ad essere ladri, corrotti e mafiosi sono singole personalità che troppo spesso riescono a salire al potere grazie a sotterfugi ed alla ignoranza collettiva.

Se vi vergognate di essere italiani, dimenticando il nostro passato, dimenticando di avere una Costituzione che molti Paesi democratici ci invidiano, e sentite comunque il bisogno di impadronirvi nuovamente del senso di italianità che ci rende il popolo più solare ed autoironico d’Europa, uscite di casa, riversatevi nelle strade, ammirate le nostre bellezze artistiche, il mare cristallino, le colline che cantano con il cinguettio dei passerotti, i sampietrini che lastricano Roma da 2000 anni e che oggi continuiamo a calpestare, camminando sulla nostra storia. Abbiate il coraggio di avvicinarvi ad un uomo dello Stato, che sia poliziotto, carabiniere, finanziere, vigile del fuoco, militare, magistrato ed ancora guardia carceraria, vigile urbano, fatelo e chiedete loro perché ogni mattina vanno al lavoro, perché spesso accettano il disprezzo di una classe di cittadini senza controbattere, perché subiscono lanci di pietre durante le manifestazioni, spesso non autorizzate, senza reagire, perché combattono la mafia e spesso muoiono nell’indifferenza, probabilmente la risposta che potreste ricevere sarebbe simile a questa: “Perché il lavoro è la mia vita, sono fiero di indossare la divisa e servire questo Paese. Perché nonostante tutti gli schiaffi subiti sono qui per voi cittadini”. Se queste risposte non vi bastassero vi offro un’altra replica data da un uomo circa venti anni fa e che oggi non c’è più: Giovanni Falcone alla domanda rivoltagli da una giornalista: “Perché lo fa?”; rispose: “Soltanto per spirito di servizio”.

Certo ci sono anche i fatti di cronaca più tristi e spiacevoli, quelli che feriscono nel profondo, e che prima di ferire noi sono lame taglienti rivolte alla Giustizia, che riducono in brandelli l’onestà della divisa: sono i ragazzi uccisi durante gli interrogatori, quelli calpestati durante le manifestazioni degenerate, quelli ancora una volta uccisi fuori dagli stadi, sono i poliziotti che fanno da “talpa” aiutando nelle indagini i criminali, sono quelli che diventano rapinatori continuando ad indossare la divisa senza farsi schifo, quelli che si impadroniscono di quantitativi di droga appena sequestrati per continuare a spacciare morte.  Tanti sono i casi di quella che oggi viene definita “Mala Polizia”, ci sembrano anche di più rispetto ai poliziotti onesti, proprio perché sono i primi che vengono alla ribalta delle cronache, raramente poi si sente parlare di poliziotti che salvano bambini dai propri aguzzini violentatori, che trovano chi ha portato via il sorriso ad una ragazza violentata, che arrestano chi ha rapinato il pensionato appena uscito dalle Poste, restituendogli il maltolto, che proteggono la nostra privacy, che fermano chi potrebbe causare un incidente perché al volante in preda ai fumi dell’alcol o della droga. Insomma è assolutamente fondamentale che si parli dei casi di cronaca dove le colpe di ogni cittadino vengano evidenziate per permettere a tutti di crearsi una propria opinione e coscienza, ma è altrettanto importante e sarebbe auspicabile che la stampa italiana si occupasse di più, rispetto a ciò che oggi fa, dei casi di “Buona Polizia”.

E di questo che vi parlo e di questo che parlano tanti uomini in divisa e tante vittime salvate da loro, di questo ci parla anche il Sovrintendente della Polizia di Stato Maurizio Cudicio, segretario provinciale del Sindacato di Polizia di Trieste ADP (Nuova federazione autonoma di Polizia) nonché fondatore di una pagina Facebook “Movimento Poliziotti”, pagina questa creata per avere un rapporto più umano con il cittadino, più diretto, ecco alcune risposte forniteci da Cudicio per integrare questo articolo:

Cosa la spinse ad entrare nel mondo delle Forze dell’Ordine nel 1985?

Fui spinto a partecipare al concorso in un giorno d’state, da una gran voglia di rendermi utile e mettermi al servizio della gente comune, questo vale per tanti di noi e non solo nella nostra amministrazione. Una volta che indossi una divisa, il tuo lavoro, contornato di valori e principi diventa una specie di missione, quella di essere utile al prossimo.

Lei è il  Segretario provinciale del  Sindacato di Polizia ADP (Nuova federazione autonoma di Polizia ), perché ha deciso di entrare nel sindacato ed esporsi dunque in prima linea contro le manovre decise dall’alto ed assolutamente sconvenienti per voi?

Per tanti anni ho fatto parte di organizzazioni sindacali, ma le delusioni sono state purtroppo maggiori rispetto alle soddisfazioni. Dopo qualche anno di inattività ho deciso di riprovare, forse stimolato da un Sindacato di Polizia che mi ha dato “carta bianca”, dandomi quindi la possibilità di esprimermi e parlare senza dover usare i filtri classici di un linguaggio ed una politica sindacale che troppo spesso “lascia intendere” senza poi davvero concretizzare. Ogni giorno mi espongo personalmente con il mio nome, il mio cognome e mettendoci la faccia, prendendomi sempre ogni responsabilità del caso,  forse spinto da quell’idealismo che ancora mi vede convinto del fatto che agendo con la coscienza pulita e dalla parte della giustizia non si dovrebbe avere paura di nessuno. Ho deciso di percorrere questa strada perché nonostante ogni giorno i poliziotti spendano la propria vita nell’interesse del prossimo, si ritrovano fin troppo spesso  tra l’incudine e il martello: l’incudine è l’opinione pubblica che non vede l’ora di metterci  alla gogna quando solo si ipotizza qualche errore durante un intervento di polizia, mentre il martello è l’amministrazione che quando si lavora bene è “solo dovere” e quando si sbaglia si rischia la quarantena nell’attesa del giudizio dei media.

Cosa le ha portato questo esporsi?

Qualche antipatia verso la mia persona, il costante sospetto da parte di qualcuno che il mio modo di fare sia motivato da qualche tornaconto personale. Naturalmente non è così.

Questo clima di tensione mediatica, di una mancanza dei valori che una volta univano questo Paese, ha sicuramente portato i cittadini alla deriva, dove a credere in voi, nella Giustizia ed in ciò che rappresentate come divisa sono rimasti in pochi. Da cittadina le chiedo, perché dovrei sentirmi protetta da voi oggi che sento di morti durante gli interrogatori, che sento di donne violentate dentro le Caserme, che sento di droga fatta entrare nei penitenziari dalle Guardie Carcerarie? 

Guardi, i casi mediatici rappresentano il 0,01% dell’attività che le forze di Polizia compiono giornalmente, se teniamo conto del fatto che centinaia di persone, se non migliaia subiscono arresti, denunce accompagnamenti e traduzioni in carcere. Detto questo auspichiamo che in ogni caso sospetto la magistratura compia al meglio il proprio importante compito istituzionale per tutelare tutte le parti coinvolte e addivenire alla verità.

Cosa significa per lei il motto della Polizia di Stato: “sub lege libertas”?

Il rispetto delle leggi e delle libertà personali sono il cardine delle società civile più evolute. Ovviamente anche la Polizia di Stato si basa su queste idee.

Il corpo della Polizia di Stato è nato nel 1852 ed oggi fa capo al Ministero dell’interno, ma quali sono i numeri degli Agenti e quelli dei fondi destinati alla messa in sicurezza del territorio nazionale?

Quanti siamo in Italia? Qualcuno direbbe troppi, altri troppo pochi. Molti giovani mi hanno domandato come poter entrare in Polizia. Ad oggi entrarci a diciotto anni è impossibile.  Dalla fine degli anni novanta, non sono più usciti i bandi pubblici di concorsi in Polizia. Da allora fino ad oggi ogni concorso è stato riservato a chi ha prestato precedente servizio nelle Forze Armate nelle modalità delle ferme brevi e prefissate. Anche questo dato ha contribuito “all’invecchiamento” della Polizia: se un tempo si iniziava a prestare servizio all’età di diciotto – venti anni, oggi un ragazzo riesce ad entrare in Polizia intorno ai ventisette trenta anni, dal momento che il passaggio tramite Forze Armate è obbligatorio. Questo  priva l’operatore di anni di esperienza e formazione presso il nostro ambiente lavorativo e non solo; priva anche la Polizia stessa di quell’entusiasmo, quella voglia di fare che è sempre stata linfa vitale per il nostro mestiere. Senza contare poi che chi si arruola oggi, vista l’avanzata età, spesso ha già una famiglia che rischierà di dover sacrificare in quanto le prime assegnazioni dopo la fine di ogni corso di Polizia difficilmente sono vicino a casa propria, e per ottenere un trasferimento oggi ci vogliono anni e anni di attesa.

Siamo in un periodo di crisi e l’unico potere ad essere realmente in difficoltà sembrerebbe essere il potere Giudiziario, in quanto siamo di fronte ad i rappresentanti dei poteri legislativo ed esecutivo che non provvedono a diminuire i propri  stipendi né i propri benefici ingiustificati. In che modo la crisi e le decisioni del Governo stanno influendo sul vostro operato?

Non posso rispondere con completezza a questa domanda in quanto entrerei in un ambito politico che non ci compete. Posso solo dire che con i continui tagli al comparto sicurezza, per noi diventa ogni giorno più difficile servire il cittadino. Noi vorremmo poter essere in ogni angolo di ogni città, vorremmo poter essere presenti giorno e notte e con numerose pattuglie, ma come da tempo le proteste dei sindacati sottolineano, ciò difficilmente è possibile. Le questioni sono sempre quelle oramai (spero) risapute: la mancanza di fondi per la benzina, per il parco  macchine, per le officine, per gli arruolamenti, le scuole, i corsi di specializzazione, i concorsi interni, l’equipaggiamento. Si parla dei soldi per le missioni anticipate dai poliziotti stessi, fino alla pulizia dei luoghi di lavoro, fin troppo spesso affidata alla volontà dei singoli appartenenti che si dividono i tra loro i compiti.  Se ancora oggi ci vedete in giro con Pantere e Gazzelle e ancora, con ogni altro mezzo di servizio, bisogna ricordare che ciò è possibile grazie anche al sacrificio di ogni appartenente alle forze dell’ordine.

Cosa le manca da parte dei cittadini? Cosa vorrebbe più spesso sentirsi dire?

Tanta solidarietà, la famosa pacca sulla spalla, un sorriso e la fiducia. Di una cosa sono certo e credo di parlare a nome di quasi tutti gli altri novantamila poliziotti, se volete scommettere e vincere, puntate su di noi, il nostro cuore è vostro.

Uomini di Stato, semplicemente italiani dediti alla sicurezza di tutti, è forse sbagliato da parte loro chiedere un po’ di considerazione ed un sorriso? Io credo di no, quando lì incontrate per strada, magari durante il servizio di volante in inverno, con una temperatura sotto lo zero, portategli un caffè caldo, vedrete che saranno questi uomini con il loro sorriso a farvi amare questo Paese.

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