La caccia all’assassino nel circo mediatico
Tostato da Luisa Donato
Viviamo in un’epoca in cui conta l’apparire, e non l’essere.
Un’epoca strana, contaminata dall’uso spasmodico dei social network e dalla visione smodata dei reality show, che ci hanno abituati anche a un certo voyeurismo ed esibizionismo. Adesso sappiamo minuto per minuto quello che fanno i nostri amici, chi frequentano, dove vanno, quali sono le loro preferenze sessuali, di che colore sono le mattonelle del loro bagno. Conosciamo tutto anche di perfetti sconosciuti, basta cliccare il loro profilo. Come se tutto ciò fosse normale.
Forse è anche questo alla base della spettacolarizzazione dei processi degli ultimi anni.
Anni nei quali abbiamo assistito a omicidi crudeli, spietati, terribili; ma ancora più cruento è il modo in cui questi casi sono stati trattati. Sbandierati, svenduti, sviliti, in ogni talk show televisivo, come se la morte violenta di qualcuno fosse l’ultimo gossip della carta patinata.
Non esiste più il processo in tribunale. No, ora esiste il processo mediatico.
Basta accendere la tv e ci si sente come in un’aula di tribunale.
Chiunque da casa può improvvisarsi detective, ipotizzare la più fantasiosa versione dei fatti sull’omicidio, sospettare il marito della vittima, o il vicino di casa, o la cugina.
Formulare ipotesi su ipotesi, una più cervellotica dell’altra, il più delle volte non avallate da dati scientifici. Sembra quasi essere diventato un nuovo gioco di società.
Un tempo si giocava a Monopoli, oggi a Caccia all’assassino.
L’opinione pubblica è importante, è vero. Siamo in democrazia. E’ giusto, giustissimo, che chiunque sia libero di esprimere il proprio parere, in maniera intelligente, senza bavaglio. Ma non sulla pelle della gente, non senza essersi informati, non senza conoscere tutti i retroscena. Non per il semplice gusto di sentirsi un novello Gil Grissom che dalla poltrona di casa smaschera assassini e complici.
Non siamo in un videogioco, non siamo in una puntata di CSI.
Viviamo in un mondo in cui le persone sono trattate quasi come fiches di un gioco più grande di noi; si parla di morti come fossero pedine, dimenticandosi che invece parliamo di persone.
Persone come noi, che avevano dei sentimenti, dei sogni, dei progetti. Delle debolezze, delle paure.
O forse è proprio questo che ci spaventa? Che le vittime siano così vicine, così simili a noi; che anche a noi quindi potrebbe accadere quello che è successo a loro. E persino noi potremmo avere l’orco accanto.
Sembra quasi che molta gente non ragioni più, che gli siano stati anestetizzati cervello e cuore; si parla della vittima come se fosse il personaggio di un telefilm, quando invece potrebbe essere la propria figlia, la propria moglie, la propria vicina di casa.
Ma queste persone sono morte per davvero, lasciando un vuoto in tanti cuori, in tante famiglie.
Non sono solo dei pezzi di carne, dei resti umani, dei cadaveri. Erano, SONO persone.
La giustizia è una cosa seria. Bisogna avere fiducia nelle forze dell’ordine, solo loro possono fare luce su ciò che è accaduto. Con chiarezza e competenza.
Poliziotti, carabinieri, giudici. Spesso per colpa di una mela marcia la gente perde fiducia nell’ intera classe. Ma è un pregiudizio stupido. Stupidissimo. Pensate: se un giorno vi recaste in una pasticceria e compraste dei dolci, e una volta giunti a casa scopriste che questi dolci hanno un cattivo sapore, smettereste di andare in pasticceria? Smettereste di mangiare dolci?
Non dimenticate di tutti i poliziotti, carabinieri, giudici, che hanno perso la vita per fare il loro lavoro onestamente e con serietà, senza scendere a compromessi di alcun genere. Ogni giorno migliaia di persone continuano a rischiare la vita per difendere i cittadini, con rigore e abnegazione.
Ma la gente purtroppo si fida poco degli inquirenti. Pensa che non dicano tutto ciò che c’è da sapere. Si sente sola di fronte al male, al dolore, non protetta. Ha paura. E allora si fida dei talk show, dei conduttori televisivi, dei processi mediatici. Perchè si illude che solo loro possano raccontare tutto, senza nascondere alcunchè.
Si vogliono conoscere i particolari più morbosi e scottanti, le vicende più private della vittima, quelle che non si raccontano nemmeno ai propri migliori amici, alla propria mamma, a nessuno.
Quelle cose che vorremmo tenere solo nel nostro cuore. E invece vengono date in pasto all’opinione pubblica. Senza nessun rimorso, con spregiudicatezza.
Ecco così che si conoscono tutte le malattie della vittima, i particolari più terribili e macabri, le conversazioni su facebook e gli sms. I tabulati telefonici. Le foto, anche quelle più private.
Ma queste sono cose che andrebbero tutelate, e portate solo in un tribunale vero.
Non alla mercè di tutti.
Pensate se la vittima fosse una persona della vostra famiglia, un amico, un compagno di scuola.
Vi piacerebbe che fosse dato in pasto alla morbosa curiosità di chiunque?
Che tutela ha la vittima in questo modo? E gli indagati? Non si tratta di fare innocentismo gratuito e inutile. Ma pensate a quante volte si sono indagate persone che poi sono risultate completamente estranee ai fatti. Sono state indagate ma non erano i veri assassini. Eppure sono stati buttati anche loro nell’immenso e spaventoso tritacarne mediatico. Chi paga per tutto questo?
Il marito della vittima diviene subito l’assassino perchè aveva l’amante o perchè è bello e corteggiato, come se essere belli sia una colpa terribile. L’amante del marito della vittima diventa a sua volta l’artefice del misfatto, la cattiva di turno da dare in pasto alla gogna mediatica. Quella da deridere e schernire in gruppi sui social network, quella a cui si vuole puntare il dito contro, forse in preda a qualche istinto di onnipotenza. Poco importa se abbia un alibi di ferro. Poco importa se le stesse persone che si sentono così in alto da giudicare nella propria vita quotidiana facciano di peggio. La gente vuole puntare il dito contro, come se la vita fosse tutta un’ enorme aula di tribunale.
Il fidanzato della vittima è sicuramente l’assassino, perchè ha i capelli biondi, lo sguardo glaciale e non piange mai. Forse bisognerebbe ricordare a queste persone che le teorie lombrosiane sono in disuso da secoli, fortunatamente.
E via via, altri pregiudizi da farsi gelare il sangue nelle vene. E dobbiamo solo rassegnarci, perchè come disse un certo signor Einstein che ne sapeva qualcosa più di noi, “È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.
Adesso il processo inizia in tv ancora prima che in tribunale.
Dai media passa quasi il messaggio distorto che il crimine ti faccia diventare una superstar, una specie di elogio del male in sordina insomma. D’altronde agli assassini vengono dedicate trasmissioni e copertine dei giornali, libri, diventano quasi dei sex symbol, con tanto di lettere di ammiratori varie e addirittura proposte di matrimonio.
Ecco così che spuntano anche consulenti tuttologi con curriculum gonfiati, fuori dalle forze dell’ordine, che pur di farsi pubblicità, con spregiudicatezza e pochezza d’animo, si prodigano nel diffondere possibili teorie su questo o quell’omicidio, con tanto di plastici più o meno inutili. Ma si sa, tutto fa scena nei salotti televisivi.
Anche il ruolo del giornalista in questo genere di eventi è da non sottovalutare. Il giornalista più che mai ha un compito delicatissimo, in quanto deve riportare solo fatti veri, e non notizie gonfiate pur di fare scoop. Si rischia di deviare la realtà processuale. Si rischia di far finire nel tritacarne mediatico troppe persone innocenti, che pagheranno a vita per la superficialità di pochi.
Ma dove siamo arrivati? Siamo veramente a un punto di non ritorno? Come tutelare la nostra giustizia?
Un grossissimo segnale d’allarme ce lo dovrebbe dare quanto detto da Daniel Soulez Larivière.
Soulez Larivière è uno dei più famosi avvocati francesi, che da anni si batte contro la barbarie dei processi-spettacolo e delle gogne televisive; nel suo libro “Il circo mediatico” analizza il delicatissimo rapporto che sussiste tra giustizia e comunicazione; sapete in quale Paese per Soulez Larivière la difesa dei diritti individuali è arrivata al punto più basso? Ebbene, per l’avvocato francese si tratta dell’Italia. Già, avete capito bene, proprio il nostro BelPaese; dove ormai si trovano aule di giustizia anche in macelleria o dal fruttivendolo, dove se tutti dicono che l’assassino è quello sarà sicuramente così. Cosa ce ne frega delle prove scientifiche. “Vox populi, vox dei”, dice un proverbio latino. Ma è davvero sempre così? Sareste pronti a scommetterci?
Rivogliamo processi veri, non contaminati, perchè solo questo può garantirci una vera giustizia. Una giustizia che non va liberamente interpretata.













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