Mafia: la vita di una donna sotto scorta

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Magistrato in prima linea. Da anni la mafia ha dichiarato guerra allo Stato. E anche a lei che lo rappresenta. È iniziata così, nel 1992, la sua vita blindata tra paura e coraggio e l’irresistibile voglia di essere una qualunque. Una donna al servizio della giustizia racconta.

Il sabato dell’attentato a Giovanni Falcone ero tornata a casa per il weekend. Mille e cento chilometri, direzione nord, che percorrevano regolarmente ogni due settimane. Al sicuro, sul divano di casa, guardavo in tv l’asfalto divelto come fosse un’immagine di guerra, di quelle che sembrano appartenere a un luogo remoto dove non metteresti mai piede. Non percepii alcuna paura, anzi avevo una sorta d filtro che rendeva opaca ogni mia possibile reazione.
Diverso fu l’omicidio di Paolo Borsellino e della scorta (li avevo conosciuti entrambi quando venivano a insegnare ne corsi del Csm). Quel 19 luglio 1992 ero in Sicilia, nel mio ufficio. Alla notizia scoppiai in lacrime come anche quelli che erano intorno a me. Velocemente ci ritrovammo in una caserma dei Carabinieri fuori mano in cui ero l’unica presenza femminile. Tutti in silenzio davanti alla tv. In quel momento il filtro dentro di me svanì e io realizzai con lucidità e terrore che la mafia aveva dichiarato guerra allo Stato, compresi quelli che lo rappresentavano, come me.

Dopo il concorso e il tirocinio ero stata mandata come sostituto procuratore presso il tribunale di una città-avamposto per la lotta alle cosche nel cuore della Sicilia. All’idea di partire ero molto confusa: da una parte c’era la soddisfazione di cominciare un lavoro che mi aveva richiesto tanti sforzi, dall’altra mi ero appena sposata con l’uomo che mi piaceva da quando ero piccola. A quel tempo non immaginavo che la scelta di andare in Sicilia sarebbe stata il primo mattone su cui costruire la mia integrità di donna oltre che di magistrato.

Partii senza il supporto di mio marito, che non condivideva particolarmente un mio incarico così lontano da casa. A trent’anni mi ritrovai a vivere come una studentessa fuori sede condividendo una casetta in campagna con una collega con cui siamo amiche ormai da trent’anni. Lei più avanti scelse di fare il giudice civile, ha messo su famiglia e ha avuto tre figli.  Mentre io ho continuato sul fronte penale e non ho avuto figli e inconsciamente ho rimandato anche con il mio secondo marito, fino a quando il tempo ha deciso diversamente. Anche se c’è stata una volta in cui mi sono sentita sollevata di non avere avuto figli: quando ho ricevuto minacce di morte. Quando un collaboratore di giustizia raccontò che c’era già del tritolo pronto per me, la mia paura più grande è stata per i miei genitori, figuriamoci con i figli.

Quelli erano anni di “mattanza” in cui gli omicidi erano quasi all’ordine del giorno a causa delle lotte intestine tra Cosa Nostra e alcuni fuoriusciti che non volevano prendere più ordini da nessuno. Inizialmente pensavo che la via monacale che facevo bastasse per passare inosservata, ma le mie indagini davano così fastidio che ero nel mirino delle cosche, iscritta tra le persone da eliminare.
Di quei giorni, dopo le parole del pentito e prima del trasferimento per motivi di sicurezza, ricordo una grande agitazione tutt’intorno. Quando andai via piansi, in quel momento il vero cambiamento non fu tanto ritornare a lavorare nella mia città d’origine quanto il fatto che da allora vivo sotto scorta. Al Sud la volante parcheggiata sotto casa è una condizione più familiare, al Nord invece la scorta deve essere invisibile altrimenti dà nell’occhio.

Ci vuole una certa predisposizione a considerare normale che qualcuno sia a tua disposizione 24 ore su 24, sapendo che ci sono persone che mi attendono dovunque io vada, cerco di sbrigare tutto più in fretta che posso. Non è un bel vivere.
Ma neppure tirandosi indietro è bello. Più di una volta con la toga addosso, mi è capitato di pensare che la lotta a Cosa Nostra non era la più difficile delle mie imprese.

Dall’altra parte c’era la vita personale che mi sottraeva un bel po’ di energie. Mio marito, traditore seriale, mi stava lasciando per una ragazza molto più giovane di li e anche di me. Da lì in poi mi sono dedicata interamente al lavoro.
Poi un giorno ho pensato che se non avessi voluto rimanere sola fino alla fine dei miei giorni mi sarei dovuta aprire a nuovi ambienti. Così ho conosciuto il mio secondo marito, sapeva che lavoro facevo e nei suoi occhi ho visto un’ammirazione che pensavo non mi avrebbe fatto effetto.

A distanza di molti anni dal mio primo incarico, sono tornata al Sud per contribuire a risolvere il problema di mancanza di magistrati in loco. Non è stato eroismo ma un’esperienza che mi sono potuta concedere dopo aver maturato un certo grado di professionalità.
Per risolvere il problema della criminalità organizzata è necessario che chi per esempio subisce banalmente il furto dell’auto trovi giustizia in tribunale. A questo servono i magistrati, a dare il via a indagini e processi. Altrimenti quel cittadino chiederà aiuto al capocosca che in cambio di denaro, gli fa ritrovare l’auto dietro casa.

palermo-23Sono rimasta in quell’ufficio davanti al mare solo qualche mese, il tempo per chiudere in positivo un’esperienza professionale e umana piena d’incontri e riflessioni individuali. E sulla strada del ritorno, questa volta ho sorriso.

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