Il terremoto che verrà. Intervista al prof. Mucciarelli: «La questione è innanzitutto culturale»

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Un terremoto catastrofico colpirà presto l’Italia nei prossimi cinque anni; probabilmente sarà localizzato a Sud. Questo il sunto di come il tam tam mediatico, nelle scorse settimane, ha interpretato un post pubblicato sul blog di Marco Mucciarelli, professore di sismologia applicata all’Università della Basilicata. Non è allarmismo, non si tratta di catastrofismo, nè c’entrano qualcosa le sfere di cristallo o la letteratura escatologica. Il professore, infatti, ci tiene a chiarire. Concedendo una chiacchierata a Caffè News.

Professore, ci spieghi: i terremoti si possono prevedere? Qualcuno ha letto nel suo post un tentativo in questa direzione.

Sorride. “Certo che no, i terremoti non si possono prevedere, se per prevedere s’intende dire con esattezza il quando, il dove e il quanto forte. Ma la statistica non è un’opinione, ma a modo suo una scienza esatta. Viviamo nel secondo periodo più lungo, in epoca storica, vale a dire da quando abbiamo notizie certe, senza forti terremoti. Dobbiamo prepararci, perché le probabilità che un sisma disastroso ritardi ancora sono ogni giorno più basse”.

Che ne pensa della sentenza dell’Aquila e dei sismologi condannati?

“La sentenza ha espresso giudizi fuorvianti, ma peggio ancora ha fatto la stampa. In Giappone non vivono marziani, eppure la gente convive decentemente coi terremoti. In California e Nuova Zelanda è vietato edificare prima di trecento metri dalle coste. Se solo si volesse, si potrebbero introdurre anche in Italia alcune best practises, ma servono prevenzione e comportamenti corretti da parte di tutti”.

Una rivoluzione culturale? Ci spieghi meglio.

“I cittadini, per esempio. Invece di andare dai propri sindaci a chiedere l’ennesima deroga al piano regolatore generale, li incontrino per chieder conto del fatto che in pochi hanno adottato un piano di prevenzione sismico come prevede la legge. I primi cittadini sono i primi ufficiali di protezione civile. Nei fatti, invece, il rischio sismico aumenta giorno dopo giorno. Per fare un esempio, lo stesso terremoto di Avezzano del 1915, oggi farebbe ancora più morti, e più danni, perché da allora non è che non sia cambiato nulla, ma anzi la situazione è peggiorata”.

Peggiorata, in che senso?

“Nel senso che dagli anni quaranta agli anni sessanta i comuni facevano carte false pur di uscire dalla classificazione di rischio sismico, per poter edificare liberamente, e indiscriminatamente, producendo la devastazione del territorio che tutti conosciamo”.

Quindi, il suo non è allarmismo.

“Quanto ho scritto non è allarmismo. La parte peggiore la fanno i siti di sismologia commerciale, che per un click in più sui loro banner a pagamento sono disposti ad uscire con titoli fuorvianti e sensazionalistici. Quanto ho scritto è un dato di fatto. Bisogna capire che il terremoto non è un evento magico, anche se evoca da sempre le peggiori paure e i più grandi fantasmi. Ma il tempo degli indovini che, scrutando il cielo, vaticinano il volere degli Dei s’è concluso da un pezzo”.

Quali ritiene che siano le misure più urgenti da adottare?

“Di certo mettere in opera il piano nazionale per la riduzione del rischio sismico. Concentrarsi sul risanamento di scuole ed ospedali. Chiedere ai sindaci di predisporre piani comunali di protezione civile, e di intervento in caso di terremoto, e soprattutto di accertarsi che tutti i cittadini ne siano a conoscenza, e che si realizzino delle esercitazioni serie. Ma la questione è anzitutto culturale: i cittadini devono capire che il problema li riguarda direttamente, deve formarsi dal basso una consapevolezza che oggi non c’è, partendo dalle scuole. Bisogna che si capisca che con la prevenzione si risparmia. E che lo scopo ultimo, è più importante, è salvare vite umane”.

Questo è un concetto difficile da far passare.

“Ma perché? Sapete che, per esempio, tra una casa costruita a regola d’arte dal punto di vista della prevenzione sismica e una casa costruita che so, con materiali diversi, più economici, la differenza nel costo è di solo il cinque per cento? Ma anche le regole non assistono un cambio di prospettiva culturale, basti dire che quando s’affitta un immobile bisogna produrre una certificazione energetica, ma niente è richiesto intorno al rischio sismico”.

Ma perché in Italia siamo così indietro?

“Perché siamo un popolo allergico alle regole. Riesce ad immaginare un politico italiano che faccia campagna elettorale dicendo ‘nessuna deroga al piano regolatore’, ‘lotta senza quartiere all’abusivismo’, ‘riedificare prima di costruire’? La posta in gioco è il deprezzamento degli immobili nelle zone sismiche: per questo i sindaci, anche se sono previsti finanziamenti per la messa in sicurezza delle aree, spesso nemmeno li richiedono. Agendo diversamente, perderebbero le elezioni prima di cominciare, perché ognuno pensa che tanto il terremoto non è affar suo, che arriva sempre altrove, che è meglio privilegiare l’interesse economico immediato. Non capendo che, anche se arriva altrove, nei fatti come popolo lo paghiamo tutti insieme. Ne sia prova l’ultima campagna elettorale: nessuno, ma proprio nessuno, ha mai parlato della messa in sicurezza del territorio. All’estero, invece, quei proclami sono proprio quello che la gente s’attende, e senza metterli in programma nessuna forza politica può sperare di vincere le competizioni elettorali”.

C’è molta disinformazione, a quanto asserisce.

“La fa da padrone. Per esempio, nella zona flegrea è grande il clamore mediatico intorno alle trivellazioni realizzate nell’ambito del Deep drilling project, coordinato dal collega Giuseppe de Natale. Non è possibile per l’uomo scatenare le forze della natura, neanche volendolo. E l’esperimento fa parte di progetto teso a conoscere meglio la camera magmatica sottostante, e a ridurre il pericolo sismico. Lo stesso si può dire della moda di parlare tanto del vulcano Marsili: non ci sono testimonianze né dirette né indirette, in epoca storica, di tsunami riconducibili a sue eruzioni. Mentre sappiamo tutti cosa è stato capace di fare il Vesuvio: francamente, me ne preoccuperei molto di più, anche perché un vulcano a terra è molto più pericoloso di un vulcano sottomarino”.

Il terremoto di qualche giorno fa, in Lunigiana, per alcuni avrebbe disatteso le sue previsioni di un evento al Sud.

“Ma mi faccia il piacere. Quello della Lunigiana è uno dei quattro terremoti su dieci che interessa il nord Italia. Che è un’area, del resto, estremamente attiva e pericolosa. La forza e la frequenza di un evento sismico sono cose ben diverse, lo capisce pure un bambino, e il Pedemontano Veneto, le Prealpi piemontesi e il Ponente ligure sono zone grandemente attive dal punto di vista geologico, con potenziali distruttivi anche superiori al sesto grado”.

Ma anche il Sud non scherza.

“Certamente no, ma il comportamento della crosta terrestre non è prevedibile se non su base statistica. E certe volte è del tutto imprevedibile. Nel basso Appennino, per esempio, tra il 1894 e il 1908 c’è stato un cluster di quattro eventi molto forti a distanza ravvicinata tra loro: Bagnara Calabra, Pizzo Calabro, la costa est della Calabria, e il disastroso terremoto di Messina. Nessuno avrebbe potuto prevederlo”.

Allora, si rischia di più lì?

“L’unica cosa che è possibile dire è che, sulla base della sismicità del passato, è già trascorso parecchio tempo dal 1908 senza eventi di rilievo”.

Quindi?

“Quindi è possibile prepararci: rispetto a un secolo fa abbiamo conoscenze e capacità per porre rimedio per tempo”.

Qual è dunque il nocciolo del problema?

“Che gli scongiuri purtroppo aiutano poco. La questione è culturale, una gravissima questione culturale. E’ su quello che bisogna insistere, è su questo che bisogna lavorare”.

Grazie professore, e buon lavoro da Caffè News.

E per voi, la mappa interattiva dei terremoti italiani dall’anno 1000 ai giorni nostri, direttamente dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

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