Quella cena elegante di Confindustria con la casta

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Cene confronto, aperitivi galanti, lunch approfondimento. E ancora, ritiri in monastero, banchetti dell’amicizia, abbuffate intime in residenze private. Alle quali sono invitate le alte sfere dei Palazzi, dell’industria, delle professioni. Per discutere delle politiche d’interesse pubblico, delle iniziative legislative, delle direzioni da intraprendere. Per cambiare questo paese in atmosfere informali, con sottofondi musicali e catering impeccabili, perché si sa, a pancia piena si lavora meglio. E s’intessono intese, si coltivano frequentazioni, si stringono alleanze. Mentre fuori, nel paese, non si tira fino alla fine del mese. Mentre fuori, nel paese, la gente ruba gli snack nei supermercati.

Ha fatto bene Roberto Fico, deputato del Movimento 5 Stelle, a declinare l’invito rivoltogli da Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria, a partecipare stasera ad una cena nella foresteria della sede dell’associazione degli industriali, in via Veneto, a Roma. Sono stati invitati i presidenti delle due Camere e di ogni gruppo parlamentare. Ma Fico non andrà, convinto com’è della necessità di ridare centralità ad un Parlamento che, in quattro mesi, non ha approvato che quattro leggi, e nemmeno scritte entro le sue mura: la ratifica della convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne, la conversione in legge di un decreto legge per accelerare la ricostruzione in Abruzzo, la conversione di un decreto sul pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione, e di uno riguardante gli ospedali psichiatrici giudiziari.

Si vada in Parlamento, nelle Commissioni, a discutere di riforme, dopo una buona colazione. Caffè e cornetto, magari anche il cappuccino. Si lavori, duro, e in fretta. Dopo, ci sarà tempo per pranzare. E nessuno avrà nulla da ridire se il pranzo sarà elegante, dopo che s’è lavorato bene, e fatto bene il proprio dovere. Giorgio Squinzi chieda un’audizione alla Camera. Ne ha facoltà.

Il Parlamento è infatti il cuore di un sistema democratico, e da troppo tempo il nostro s’è reso latitante rispetto alla sua missione, deviando nella direzione di ratificatore di decisioni prese altrove, tra le poltrone dell’esecutivo, tra le masnade dei sottosegretariati, nel sottobosco degli alti amministratori, dei potentati, delle caste. Ma anche in codeste cene eleganti dove, tra un sorso di buon rosso e un filetto al pepe verde, si vuol decidere delle sorti d’un paese che spesso non sa con cosa riempire il piatto.

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