Un cervello in fuga tra gli stereotipi degli altri
Tostato da Fabio Izzo
L’aria fresca del mattino mi ricorda che non c’è nulla da ricordare.
Per questo, a volte penso, scrivo.
Per ricordare…
Ho la testa tra le nuvole, i pensieri nelle onde in un gioco di spazio mnemonico che non mi porta da nessuna parte.
Da bravo cervello in fuga per non pensare, scappo con il treno.
In Italia, già dove tutto è legato all’automobile.
Ricordo di aver pensato più volte di scrivere qualcosa sulla società dell’automobile, di come questa renda l’uomo più egoista, rinchiuso in una scatola.
Nasci in una scatola, l’incubatrice, vivi in una scatola, l’automobile, e finisci in una scatola, la bara o come direbbe mio nonno O Tauto.
Per questo in fuga mi piego alla scatola sociale, il treno, che qui da non non arriva dappertutto.
Stranamente il sito delle ferrovie mi segnala la soluzione più costosa a 12,70 euro così quando sul binario di fronte scopro un regionale veloce che mi sarebbe costato 7 euro tondi e che sarebbe arrivato a destinazione alle 9:15 contro le 8:55 di questo Ic faccio due conti e scopro che venti minuti della mia vita valgono per le Fs 5 euro e 70 centesimi.
Un’ora 17 euro e 10, un’ottima tariffa sindacale, devo dire e non so perché ma mi sento prezioso, apprezzato.
Cerco il mio posto prenotato come in un romanzo di Tondelli.
Mi accomodo nello scompartimento dove la prima cosa che noto è la Gazza, il giornale più letto d’Italia, vorrà pur dire qualcosa no?
Vuol dire che Ovidiu e Hassan , i miei due nuovi compagni di viaggio si sono integrati meglio di me: leggono di calcio, si aggiornano e se non fosse perché viaggiano in treno invece che in macchina, sarebbero italiani perfetti.
Parliamo un poco e scopro qualcosa, tipo che Hassan ha 52 anni, fa il muratore, ha una moglie e due figli che lo chiamano Papi (davvero!) e che se non fosse per loro sarebbe già partito, lasciando l’Italia.
Lui è marocchino, non ho capito bene di quale città e originariamente voleva andare in Francia ma ci andava il visto, così mi ha raccontato, cosa che in Italia no, o non ho capito bene in questo suo italiano stentato.
Quando scopre che sono uno scrittore, ha un moto di orgoglio per se stesso e di rispetto nei mie confronti, c’è ancora qualcuno che vuole raccontare le cose mi dice e il suo viaggio, a parole sue, non è stato inutile.
Passa poi a consigliarmi il titolo per un mio prossimo libro “Povertà”, mi dice, ringrazio e annoto, non si sa mai.
Ovidiu è rumeno, in Italia da molto meno tempo di Hassan, ad esempio lui non ricorda Craxi.
La Romani per me è un buco nero nella mappa delle mie conoscenze.
Conosco Chivu, Hagi, Cioran, Ionescu, quel terzino del Foggia di Zeman, la Comaneci e qualche film come “i racconti dell’età dell’oro”, “Francesca”, “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, segni di una certa vitalità del cinema della sua nazione.
Lui invece voleva andarci al cinema in Italia ma sotto casa sua davano il remake di Amici Miei e mi dice che dopo aver scaricato l’originale “Questo no, questo non si può proprio guardare”, lui che dell’Italia conosceva Bertolucci e ora si trova De Sica figlio.
Cerco di limitare i confini del mio buco nero cognitivo e chiedo, domando.
Inevitabilmente il discorso finisce sul razzismo.
La prendo alla larga, creando un giochino di società, coinvolgendo tutte le categorie.
anche Hassan, e per un po’ mi sento uno stupido figlio della televisione commerciale ma scopro che questo è uno dei pochi modi che ho per comunicare con loro che l’italiano l’hanno imparato con Bonolis, un po’ come i nostri padri hanno fatto con Bongiorno.
Chiedo di alcune nazionalità e di come sono viste da loro, dai loro
connazionali, in un gioco ovviamente basato sugli stereotipi.
In questo gioco non si classificano Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Finlandia, Svezia, Norvegia, Andorra, Islanda e San Marino, senza nulla togliere al Vaticano.
Scopro invece che gli spagnoli sono pazzi e pieni di vita, i francesi snob, gli svizzeri ricchi, gli inglesi morti (nel senso di vita sociale), i polacchi sfortunati, i greci fuori di testa e così via.
Rimango abbastanza sorpreso quando scopro che per Ovidiu il popolo da cui tenersi alla larga è quello ungherese.
Questione di minoranze etniche mi dice e cerco di paragonare il suoi punto di vista a quello dell’italiano medio, senza chitarra e senza canto.
In un corto circuito di stereotipi gli ungheresi diventano i loro rumeni, eppure con la forte emigrazione che avere Ovidiu… mi dico…
Diaspora, la chiamano diaspora in Romania, un paese diss
anguato di nuove leve tanto che un loro politico ha proposto di registrare i flussi migratori per rimanere aggiornati.
Hassan e Ovidiu parlano tra loro mentre nella mia mente rintocca la parola diaspora.
Ma come, l’Europa moderna permette ancora una diaspora sociale e equa quanto voi?
Schengen e Maastricht ma a Bucarest, buco nero della mia conoscenza hanno una diaspora.
Non resta ora che terminare il giochino degli stereotipi, l’avevo preso alla larga verso ma un po’ mi fa paura la loro risposta.
E l’Italia?
Gli italiani?
Come sono visti da voi?
Per Hassan siamo un popolo egoista ma precisa che vuole darmi una sua risposta e che in questo momento non rappresenta altri che se stesso.
Ovidiu si presta al gioco e dice che in Romani gli italiani vengono chiamati zingari.
Un gioco razzista delle parti il nostro, dove io do dello zingaro a te e tu dai dello zingaro a me, in senso dispregiativo, incuranti del fatto che De Andrè avrebbe proposto il premo Nobel per la pace alla cultura gitana perchè sono secoli che va in giro senza armi.
Ah sì, conclude Ovidiu, leccapiedi, italiani popolo di leccapiedi ma questa, come per Hassan è la sua opinione.
Il treno rallent
E cosa sono le stazioni se non un immenso ricettacolo di storie? Ci fermiamo al bar, rigorosamente in franchising, della stazione per un caffè.
Ordiniamo tre corretti, grazie, perché qui c’è qualcosa che non va assolutamente da correggere e non è che gli stereotipi degli altri facciano meno male.
Epitaffio, George Bacovia
“Qui sono io
Un solitario,
Dal riso amaro
…E che ha sempre pianto.
Col mio aspetto
Dovevo morire,
Perché a tutti
Sembravo sospetto.”
Fabio Izzo













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