Libera stampa, liberi tutti. Giornalisti e giornalismi, due giorni per il futuro

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Gli occhi sorridenti di Luciana Litizzetto si affacciano curiosi sul maxischermo del Teatro-Cinema Odeon di Firenze, nella suggestiva piazza Strozzi. Due battute per sciogliere il ghiaccio e un’amara riflessione: “Ribellatevi, la signora che viene a stirare a casa mia prende più di voi e ha i contributi pagati!”. Messaggio lampo, che si insinua nella mente di ciascuno dei presenti come una lama tagliente, uno spillo appuntito che fa solo male. Una triste verità. Poi il video si chiude, la Litizzetto saluta da lontano e resta la consapevolezza di una difficile realtà.

Si è aperta così la due giorni di confronto, tuttora in corso, sul precariato nel giornalismo: “Giornalisti e Giornalismi”, l’iniziativa che per la prima volta chiama a raccolta a Firenze giornalisti precari e free-lance, con l’obiettivo di fare il punto sulle difficili condizioni di lavoro nel settore e di promuovere una carta professionale dei diritti (per i precari) e dei doveri (per gli editori). Uno statuto che l’Ordine dei giornalisti nazionale, insieme a quello della Toscana, Fnsi, Assostampa Toscana, Inpgi e Casagit (tutte realtà presenti alla manifestazione) intende adottare per garantire migliori condizioni retributive a tutti i lavoratori della stampa. Ma anche uno strumento deontologico per regolare il più possibile la cooperazione tra giornalisti ed editori.

Centinaia di giornalisti sono arrivati da tutt’Italia: c’è chi ha dormito in alberghi e chi nella casa di quei fiorentini che hanno deciso, per una notte, di adottare un precario, permettendo così un grande risparmio economico. La maggior parte pubblicisti, con contratto a termine, collaboratori esterni, con reperibilità sette giorni su sette, con l’obbligo dell’esclusiva (e cioè senza poter contare su una rosa di collaborazioni, perché viste in concorrenza con la testate principale di riferimento).

L’esercito dei precari come sono stati definiti da colleghi redattori, regolarmente assunti con contratto a tempo indeterminato. Gli operai dell’informazione preferiscono definirsi loro, gli impreditori di se stessi, perché, spiega una ragazza genovese, “il termine precario proprio non ci va. Noi siamo giornalisti a tutti gli effetti, corriamo per le nostre città in cerca di notizie, non conosciamo limiti di orario, spesso corriamo dei rischi per pochissimi soldi a fine mese e, nella maggior parte dei casi, per poterci mantenere dobbiamo fare più lavori contemporaneamente!”.

Sempre più importanti per le attività di quotidiani e settimanali, sempre più numerosi, rappresentano la spina dorsale di molte redazioni. Sono quasi sempre la manovalanza a basso costo, pronta all’uso indiscriminato e senza possibilità di contrattare i propri compensi. “L’altro giorno in macchina”, spiega Paolo Tomassone, emiliano, “stavo dettando un pezzo mentre guidavo. Nel frattempo stavo scaricando dal pc posizionato di fianco a me un video da collegare all’articolo e contemporaneamente stavo riflettendo su come poter impostare un altro lavoro ancora. E mi sono reso conto che a 36 anni non ho modo di pensare alla famiglia, a una casa, alle vacanze”.

Non esistono limiti di età: i giornalisti presenti a Firenze hanno 25, 30, come 40 e 50 anni. C’è chi non ha mai visto un contratto a tempo indeterminato, c’è chi, come i free-lance, non lo chiedono nemmeno. Ma pretendono maggiori retribuzioni e diritti contrattuali. C’è chi, poi, un lavoro nel mondo della stampa ce l’aveva. Da tanti anni. E si è ritrovato, magari in un età difficilmente reinvestibile nel settore lavorativo, magari donna con figli a carico, a perderlo, licenziato, ora disoccupato.

“Dopo anni di collaborazioni precarie”, racconta una donna veneta, “durante i quali ho percepito di media 400 euro a mese mi hanno licenziata attraverso un sms, arrivatomi alle undici di sera. Neanche una telefonata, neanche un colloquio di persona. Tre parole schiette e ho visto tramontarsi in me la voglia di continuare: ieri, infatti, ho mandato il mio curriculm per un’azienda. Per lavorare come impiegata, in un settore che non c’entra niente con quello dell’informazione. Tutto questo perché ho 30 anni, un compagno e ho voglia di fare un figlio”.

Trovarsi a scegliere tra il lavoro e la famiglia. Tra la voglia irrefrenabile di fare cronaca, di stare in mezzo alle persone e il desiderio, altrettanto forte, di diventare mamma: un ricatto al quale è doveroso ribellarsi. Ma come? I giornalisti precari guadagnano 50 centesimi, 1 euro e, quando va bene, 5 euro a pezzo; sono la fotografia più eloquente di un’ingiustizia legalizzata, con sempre meno libertà. Ce lo siamo detti centinaia di volte: che libertà di giudizio può avere un giornalista pagato pochi euro per il proprio lavoro? Quali margini ha per resistere alle pressioni, se non dispone di alcuno strumento per difendersi?

I punti salienti della Carta di Firenze (QUI), che l’assemblea sta discutendo in queste ore e che dovrebbe approvare in via definitiva al termine della mattinata, puntano a ridisegnare i rapporti di forza nel settore: compensi più alti e coinvolgimento effettivo nella contrattazione collettiva; percorsi di regolarizzazione e verso contratti stabili a tempo indeterminato; un’allenza tra ordine e sindacato per il coinvolgimento dell’opinione pubblica e delle istituzioni in una vera e propria campagna per la dignità del lavoro; strumenti di rappresentanza del lavoro autonomo all’interno delle testate; ammortizzatori sociali.

Giornate intense, quindi, che hanno visto anche la realizzazione di un presidio dei giornalisti precari (presente anche l’attivo Coordinamento Giornalisti Precari della Campania) sotto l’imponenza di Palazzo Vecchio, in piazza della Signoria. Messaggio forte, che non lascia dubbi: “Questa manifestazione nasce per un’esigenza morale. L’opinione pubblica ci considera una casta e non si rende conto che nella gran parte siamo una casta di poveracci”.

Nadia Davini

 

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