Anonimo dell’anno 2011 – Hala, mangia prega balla

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Nata e cresciuta in un paese povero e contadino del Libano, Hala lascia tutto giovanissima per fare la donna di servizio – o badante che dir si voglia – in una famiglia bene di vicino Jounieh, zona cristiana del centro del Libano, venti minuti da Beirut. Chissà quante storie sono iniziate così. Ma chissà quante poi sono continuate esattamente in questo modo, per quasi sessant’anni, con la “bonne” – come la chiamano in Libano – che si fa tata e poi quasi nonna di tutti, al pari della capostipite. Hala è l’anonima dell’anno da 58 lunghi anni: tre generazioni di bambini accuditi come fossero i suoi, infiniti piatti cucinati a quattro mani insieme ad Antoinette per i suoi sei figli, poi per i tantissimi nipoti e per la rispettiva prole. Keli ya rawhi keli” (“mangia amore mio, mangia”) è il motto che ripete ai più piccini – ma a volte anche ai meno giovani, che vede comunque con occhi materni -, seguito in caso di rifiuto da poco credibili “abahash hebbik” (“non ti voglio più bene!”) o “stoffli” (“fai come ti pare”), concatenati a buffetti sulle guance e bacetti affettuosi. Cresciuta in un paese dove spessissimo salta l’elettricità – come d’altronde in tutto il Libano -, a volta mancano i confort considerati basilari – carta igienica di tanto in tanto umilmente sostituita da cartaccia normale – ma non manca l’ospitalità più completa e la voglia di offrire quanto si ha a chiunque venga a far visita, Hala alimenta fin da piccola una grande fede fra processioni, liturgie cantate e notti passate a dormire all’aperto con le capre e a guardare il cielo. La povertà non importa e la tristezza non divora la voglia di godere della vita. Le notti d’estate passate all’aperto, che a tanti fanno accapponare la pelle, sono le più attese da Hala e fratelli. Poi a sedici anni inizia la nuova vita: via in un’altra città, un lavoro, una nuova casa, sei bambini non suoi da accudire, ancora giovanissima, le stanze da ripulire e il giardino da curare, i cani e i gatti che aspettano da lei la loro razione giornaliera di avanzi. Hala non abbandona la fede: segni di croce ripetuti di fronte ad ogni chiesa, nei rari spostamenti in macchina in cui si accompagna sempre ad un rametto di basilico o ad una gardenia – le sue fragranze preferite – direttamente colte dal giardino. Sciorina bisbigliando corone intere di avemarie mentre cucina, e chi non la conosce si insospettisce di fronte al sussurro continuo. Celebre è l’episodio di Hala che si carica sulle spalle il piccolo Joseph, preoccupata per la sua rosolia improvvisa, e parte in pellegrinaggio scalza con il bambino in spalla, chilometri di pianura poi di salita ripida. Antoinette, la mamma di Joseph, ancora ride della decisione irremovibile e fedele di Hala: nessuno l’avrebbe dissuasa dalla sua idea ferma di intraprendere il pellegrinaggio sul cammino roccioso per invocare la pronta guarigione del bambino. I bambini – o ex-bambini, di tutte e tre le generazioni, visto che Antoinette è ormai bisnonna – la adorano: solo Hala, magrolina e piccola ma robustissima, li ha rincorsi cinquant’anni fa da casa fino all’imminente autostrada dove si erano avventurati da soli, incoscienti e birichini, con il rischio di essere falciati dalle auto; solo lei li ha ripescati sul tetto di casa a cui gli era proibito l’accesso ma dove, sempre per infantile prodezza, si erano azzardati a salire (con il rischio, fra l’altro, che per il timore di essere pescati e rimproverati perdessero l’equilibrio e cadessero); solo lei un giorno è silenziosa e paziente e sorveglia i pasti con occhio vigile – chiedendo continuamente ai bambini se hanno voglia di mangiare qualcos’altro, si sa mai che dovessero restare affamati – e la sera dopo si scatena intonando stornelli libanesi e saltellando la dabke, ballo tipico, agile come un grillo, con un bicchiere di arak (liquore tipico) in mano. E con tutto l’affetto inebriante con cui elargisce sorrisi e parole dolci, di tanto in tanto allo stesso modo sforna anche parolacce e lancia accidenti senza alcuna volgarità, generando una risata generale.   Poi Hala fa il pane, e le sue serate-saj (così si chiama il pane tipico che prepara) sono dei veri e propri eventi in quella che è la sua nuova famiglia: pane con spezie o formaggio, o in versione dolce con cioccolato o burro e zucchero. La gente non aspetta altro, lei si siede a terra in giardino, bandana in testa e mani infarinate, e forma abilmente grandi dischi di pane arabo.Versione libanese di una pizzaiola napoletana provetto. Parla soltanto arabo, anche se attorno a lei spessissimo la gente discorre in francese, italiano, inglese:sotto sotto capisce un po’ di tutto, ma solo in casi estremi sfoggia qualche parola di francese maccheronico mischiato al libanese: “beddik un ou deux?”, “Ta’mli douche?”, “Oui ou non?”, “Haida mouton!” Da sessant’anni cresce i bambini rincorrendoli per casa con tartine a merenda, piangendo come una nonna affettuosa se partono per mesi o per anni, proprio come se fossero i suoi, irrorandoli con acqua benedetta e incenso se stanno particolarmente male. Mai un lamento, mai una rivendicazione. Viene da chiedersi se un tempo nei suoi disegni c’era un futuro diverso, magari una famiglia tutta sua. Quella in cui è finita, però, benché non sia composta da suoi consanguinei, ha trovato in lei una salvezza, una persona di carattere, saggia, divertente e mai noiosa, su cui contare sempre. E non c’è mai stato un litigio di rilievo: Hala si è guadagnata la stima e la fiducia e Antoinette non lo ammetterà forse mai, ma anche se le due in partenza avevano in comune (per caso!) soltanto il cognome – differenti erano l’estrazione sociale, le abitudini e le convenzioni – sessant’anni di convivenza hanno fatto il resto, piano piano, in silenzio, giorno dopo giorno, in un apparente anonimato che però ha fatto di Hala la seconda mamma di una ventina di bambini. I sacrifici vissuti con spensieratezza, a cuor leggero, con vivacità ed entusiasmo, fra parole affettuose e accidenti lanciati all’elettricità che salta. Kahraba sharmuta!” Personaggio comico ed insieme donna umanissima e spontanea, Hala è e rimarrà probabilmente una rara eccezione che, con i piccoli vizi a cui da sessant’anni abitua chiunque faccia la sua conoscenza, richiama la più naturale gratitudine e riconoscenza. Esempio da portare, forse, a tante mamme e donne italiane. Proprio lei, che mamma concretamente non lo è mai stata. Ma in fondo, che importa?

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