Scampia, crollano le vele. Il documentario di Gunpania
Tostato da Giulia Tesauro
“I know a place where we can carry on!”. E’ con queste note di Bob Marley che si chiude l’ultimo video targato Gunpania. “Crollano le vele” è il titolo el documentario girato a Scampia e realizzato da Vincenzo Luca Forte, Elio Truono e Valentino De Petro, che a sei giorni dal suo ingresso su Youtube registra 3773 visualizzazioni. Si è detto e si dice tanto di questi giganteschi palazzi bianchi, tutti uguali, tutti enormi. Ma quasi mai lo si dice in questo modo.
Si è arrivati addirittura al punto che i turisti stranieri chiedono di essere accompagnati a fare un tour delle vele. Scattano le foto da far poi vedere al loro ritorno a casa, raccontando di esser stati a Gomorra. E ogni volta le immagini di qualche arresto ci riportano lì, tra quei palazzoni dalla base larga che vanno poi via via restringendosi ai piani superiori. Righe di finestre una sopral’altra, ripostigli umani.
Ma ogni storia è una storia diversa dalle altre e Scampia non è solo camorra e omicidi. Dietro quelle finestre vivono anche persone oneste, persone che ogni giorno vedono i loro diritti negati, persone che solo con le proprie forze lottano per cambiare quella realtà, persone spesso abbandonate.
E’ Vittorio Passeggio, leader del Comitato Vele di Scampia, a fare da Cicerone per le telecamere di Gunpania. Costruite tra il 1962 e il 1975, su progetto dell’architetto Franz Di Salvo, le vele facevano parte di un piano di sviluppo della zona est di Napoli. In seguito al terremoto dell’ 80 questi alloggi vennero assegnati alle famiglie rimaste senza una casa o occupati abusivamente. Tra il ’97 e il 2003 vennero abbattute tre delle sette vele iniziali e attualmente il comitato vele sta chiedendo che vengano abbattute anche le restanti quattro. Evidenti problemi di umidità e errori nella progettazione rendono le vele invivibili.
Le telecamere di Gunpania entrano in uno di questi quattro casermoni. Percorrono i ballatoi che avrebbero dovuto ricreare il classico vicolo napoletano, con la socializzazione da un balcone all’altro. Intento però completamente fallito e in questo vicolo napoletano non restano a terra che le siringhe dei tossici. Gli androni, un tempo bui, ora hanno acquistato un po’ di luminosità dopo la demolizione di alcuni ballatoi.
Cosa vuol dire poi essere disabili a Scampia lo fanno vedere Ivan e Luigi, un ragazzo che vive con la madre e un uomo con due figli a carico accudito costantemente dalla moglie, tutti e due su una sedia a rotelle, tutti e due costretti a convivere con le barriere architettoniche, tutti e due umiliati da uno Stato che non garantisce loro neanche l’assistenza di cui hanno bisogno.
E dove da decenni mancano i servizi pubblici sono i cittadini a sostituirsi alle istituzioni per il bene della popolazione, cioè “A carn’ a sott e i maccarun a copp”. Il comitato vele, nonostante i numerosi gesti intimidatori che ogni tanto subisce, dà voce ai problemi degli abitanti del quartiere, cercando di far ascoltare questa voce anche all’amministrazione locale e al governo, che, come dimostrano Ivan e Luigi, in tempo di crisi il settore su cui opera tagli prima degli altri è il welfare.
Una delle tante battaglie portate avanti dal comitato vele fu quella che portò, con la finanziaria del ’92, allo stanziamento di 150 miliardi di lire per la riqualificazione di Scampia. Sono passati vent’anni, ma quattro di quegli invivibili edifici sono ancora in piedi e i cantieri per la ristrutturazione sono bloccati da tempo. “Scampia negli anni è stata una pattumiera sociale”, dice Vittorio Passeggio, ignorata da quelle istituzioni colpevoli, con il loro abbandono, di aver contribuito a trasformare questa zona nel porto franco per gli affari camorristici, specie quelli legati al traffico di stupefacenti, con due piazze di spaccio all’interno delle vele.
A far capire meglio quanto sia labile il confine tra legale e illegale, quanto le istituzioni siano in un certo senso corresponsabili del degrado di Scampia, è un episodio personale che Passeggio racconta a Gunpania.“Sono stato condannato a otto mesi per aver sorpreso nella vela gialla due poliziotti che mettevano la droga”. E ancora: “A Scampia tre anni fa un capitano fu beccato con tre chili di cocaina. Corriere con Palermo”. La telecamera di Gunpania poi si sposta sui bambini del quartiere. Giocano a pallone in un campetto di terra, erbacce e ferri arrugginiti. Chiedono ai bambini cosa vogliono. C’è chi dice che vorrebbe l’erbetta sintetica, che il campetto venga aggiustato. “I vuless che non vendessero più la roba”, dice uno di loro.
Ecco cosa vuol dire essere bambini delle vele. Sogni come tutti gli altri bambini, sogni diversi. E’ troppo piccolo quel bambino oggi, oggi può solo sognare e continuare a girare sulla sua bicicletta. Domani però quel bambino sarà grande. Futuro lo chiamano alcuni e affidano a lui tutte le loro speranze. Futuro che potrà essere peggiore o migliore di questo presente, potrà. Questa possibilità è già un’opportunità, è già un foglio bianco su cui poter scrivere il cambiamento.
Di fronte alle vele ci sono palazzine a tre piani in cui si fa la raccolta differenziata e probabilmente a Scampia aprirà una facoltà universitaria. Forse già è questo e cambiamento. Un cambiamento non solo di Scampia. Il quartiere Lubrino a Catania, lo Zen di Palermo, le Banlieue parigine.
Periferie di un mondo che disereda gli ultimi, periferie in cui gli ultimi possono trovare la forza per diventare artefici di quel cambiamento. “Quando la felicità non la vedi cercala dentro”, recitava un’installazione di Rosaria Iazzetta a Scampia (leggi QUI). E’ dal cuore di queste periferie che in un domani neanche troppo lontano può partire la felicità, per trasformarle in un posto dove, come cantava Bob Marley, poter andare avanti.














