La partecipazione sociale passa dai social network
Tostato da Redazione
di Marco Borrelli*
Una rete sociale, o meglio conosciuta con la terminologia inglese di social network, è definita come un insieme di individui collegati tra loro da una relazione di qualsiasi natura (familiare, lavoro, amicizia, o altro), basata sulla condivisione di interessi comuni veicolati attraverso lo scambio di idee e informazioni. Nell’ambito del web si utilizza questa terminologia per indicare quei siti, oggi molteplici e sempre più diversificati, che rendono possibile la creazione di una rete sociale virtuale, con l’obiettivo ultimo di agevolare, se non per meglio dire semplificare, la nascita e il mantenimento di legami e di relazioni interpersonali.
La rete sociale è storicamente identificabile come una rete fisica, e ne sono un esempio le comunità di lavoratori o ancora quella degli sportivi, delle professionisti e via discorrendo. Il trascorrere del tempo, unito al veloce mutamento a cui è soggetta la società e di conseguenza le abitudini dell’individuo, ha determinato un particolare processo di trasformazione, ancora oggi in atto, che vede la rete sociale acquisire sempre più una dimensione immateriale. I social network (Facebook, Twitter, Myspace, Linkedin etc. etc.), rispetto ai più vecchi strumenti di comunicazione di massa (TV e Radio) sono divenuti delle vere e proprie piazze globali e virtuali, che si configurano come nuove piattaforme relazionali che rendono possibili nuove procedure di scambio sempre più sganciate dalla materialità dei tradizionali luoghi dell’interazione.
Attraverso di essi si realizza un’interazione sìncrona, quasi “live”, a cui si aggiunge la possibilità di nuove condizioni di “pluralismo” finalizzato alla costruzione di una “catena del valore” frutto, quest’ultima, di un agire progettuale condiviso ed orientato ad alcuni fattori di successo, quali la gestione della conoscenza, la capacità di anticipare e definire i trend di mercato e favorire scambio relazionale. In particolar modo nel terzo settore, che rappresenta “… quel complesso di istituzioni che all’interno del sistema economico si collocano tra lo stato e il mercato, ma non sono riconducibili ne all’uno ne all’altro, sono cioè soggetti organizzativi di natura privata, volti alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva”, il progetto impresa sociale oggi assorbe il meglio dai vecchi sistemi, ma metabolizza e trasforma tutte le attuali dinamiche desunte dalle tecnologie immateriali tese alla promozione e allo sviluppo favorendo anche nuove contaminazioni e ibridazioni dal settore economico. Pertanto si parla a buon diritto, riprendendola dalle odierne teorie del marketing che promuovono lo User-Center-Design, di una progettazione partecipata basata sul consenso che tende a soddisfare il consumatore e le sue esigenze, nell’ottica di un sistema aperto dove la gestione del processo creativo è affidato alla nuova figura del designer, attore principale del progetto di comunicazione.
Nel secolo XXI la società e la comunicazione partecipata sono influenzate totalmente dalla creatività, cioè dalla capacità di produrre idee, conoscenze e innovazione a vantaggio esclusivo dell’impresa economica. Partendo da questa considerazione, Richard Florida nel suo celebre libro “The Rise of the Creative Class”, pubblicato negli Stati Uniti nel 2002, superando i concetti di economia “dell’informazione” o “della conoscenza”, afferma la nascita della cosiddetta “economia creativa” nei Paesi a capitalismo avanzato caratterizzati dalla crescita della cosiddetta “classe creativa”. Questa nuova categoria o classe “creativa” è costituita da un insieme eterogeneo di professioni quali scienziati, ingegneri, docenti universitari, designer, artisti, architetti ma anche medici, avvocati e dirigenti, capaci di mediare tra elementi e valori che appartengono alle categorie talento, tecnologia e tolleranza, più propriamente conosciute come le 3T.
Il progetto di Cogito ergo sud, anche se involontariamente, ricalca tale paradigma in relazione al quale il valore dell’immateriale costituisce la base per ogni crescita economica in virtù di un dinamismo “virale” dove per talento è possibile associare la capacità di ascoltare, osservare con estrema attenzione la società, per tolleranza si definisce la facoltà di tradurre ed accettare idee e informazioni “differenti” rese e diffuse tramite la tecnologia, che è veicolata dagli strumenti della rete globale virtuale.
In riferimento alla posizione di Umberto Eco (1) , in cui si metteva in risalto l’apporto fornito dagli strumenti di comunicazione di massa capaci di fornire “conoscenza”, il carattere innovativo ed originale di Cogito sta nel rappresentare l’esercizio del consenso che, oltre ad esser mezzo, diviene anche “scopo” per la costruzione di una community per l’adesione a valori più alti. Quest’ultima considerazione e/o aspetto fa emergere lo stretto rapporto che intercorre fra la dimensione estetica e l’organizzazione del consenso, tematica che, affrontata anche da Gianni Vattimo (2), viene espressa nel progetto Cogito, in cui la possibilità di condivisione di una posizione attraverso il “mi piace” favorisce compiacimento in quanto appartenenza ad un determinato gruppo.
Emerge così lo stretto rapporto che intercorre fra la dimensione estetica e l’organizzazione del consenso. Infatti, oltre a distribuire informazione i social network producono consenso, instaurazione e intensificazione di un comune linguaggio sociale. Non sono mezzi per la massa, ma sono piuttosto i mezzi della massa, nel senso che attraverso di essi la massa può avere la possibilità di autorappresentarsi. L’organizzazione del consenso è una funzione estetica (Critica del Giudizio kantiana), in quanto il piacere estetico non si definisce tanto come quello che il soggetto prova per un determinato oggetto, ma piuttosto per quello derivante dalla constatazione dell’appartenenza ad un dato gruppo. Il progetto Cogito cavalca a buon ragione lo strumento del social network (Facebook) sfruttando la dimensione estetica del consenso per raggiungere e sedurre il singolo individuo ed indurlo ad una condivisione partecipata.
*Ricercatore presso la Facoltà di Architettura della Seconda Università degli Studi di Napoli
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1 Umberto Eco (1964), Apocalittici e integrati: comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano.
2 Gianni Vattimo (1980), Morte o tramonto dell’arte













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