Naufragio verso nord, dall’Africa Sub-sahariana a Padova: la storia di Frank e Souleyman, profughi dalla Libia

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A Padova, in via del Commissario, c’è un posto che si chiama Casa a Colori. E’ una struttura che vuole diffondere un nuovo modello della gestione dell’accoglienza e che è gestita da cooperative che vogliono unire turismo e accoglienza sociale. In questo posto, da ormai venti mesi, è ospitato un gruppo di ragazzi africani, profughi della guerra di Libia, che grazie al sussidio giornaliero d’emergenza di 46 euro, varato dal governo, ha potuto fin’ora godere di vitto, alloggio e una piccola diaria. Dal 31 gennaio i fondi per il sussidio sono terminati ed ora queste persone chiedono risposte circa le prospettive di ottenimento di documenti e risorse di cui hanno bisogno per trovare una loro collocazione nel mondo. In assenza di risposte chiare da parte delle strutture e della prefettura, lunedì 7 gennaio i 90 profughi ospitati nella provincia di Padova si sono incontrati alla Casa a Colori ma la riunione, a causa di una decina di persone, è degenerata in un episodio di violenza: tre dirigenti della cooperativa sono stati presi sotto sequestro per un’ora e sono stati riportati danni alla struttura per una stima di 200.000 euro. Dopo l’intervento della polizia la situazione è rientrata nella normalità, gli operatori della casa tengono a specificare come l’avvenimento sia stato un caso episodico che ha coinvolto solo una piccola parte degli ospiti e che alcuni di essi si siano schierati in difesa della struttura stessa.

Questa è la notizia. Questi fatti sono il pretesto grazie al quale la città di Padova si è accorta che esiste un posto, in via del Commissario, che si chiama Casa a Colori. E questo posto fa una cosa bella, perché tra le altre cose, ospita i profughi dalla Libia. Casa a Colori è un posto dove può alloggiare chiunque insieme a loro, uno studente o un turista di passaggio, come in un normale ostello.

Il problema è che qui i rifugiati trovano sostentamento ma non progettualità. Qualche esiguo tentativo di inserimento lavorativo c’è, ma tanto più difficile ai tempi della crisi. Racconta Frank, nigeriano di 31 anni: “Non è una buona situazione, non fare niente, non avere un lavoro. Non si può solo stare qui a mangiare e dormire”. Ed ora che il sussidio governativo si è esaurito da febbraio tutti fuori. Senza meta. Questa incertezza, insieme ad una mancata chiarezza circa l’ottenimento dei documenti, ho portato alla reazione violenta che ha provocato ingenti danni materiali e il diffondersi sul web di commenti xenofobi e razzisti a fondo degli articoli della stampa cittadina.

Per raggiungere la Casa a Colori dal centro di Padova si fa necessaria una gita fuori porta, si prosegue Via San Francesco giù dritti oltre Ponte Corvo, si percorre tutta la lunghezza di Via Facciolati fino a superare il fiume e svoltare lungo l’argine.La Casasi trova in zona Guizza, in prima campagna.  Lungo una via sinuosa poggiata tra i campi c’è una cancello, oltre al quale c’è una palazzina dai muri colorati. Fuori c’è una rimessa per le biciclette dove gli ospiti si intrattengono facendo lavoretti di meccanica. Appena arrivati una ragazza guarda sospetta alla presenza mia e di un mio collega: “Vogliamo soldi! Non fotografie!”. All’ingresso ci introduce Silvia, che si occupa dell’accoglienza e ci racconta un po’ come sono andate le cose: ci spiega che non tutti i rifugiati sono nella stessa situazione, c’è chi ha qualche documento, chi è riuscito ad ottenere un permesso di soggiorno per un anno. Tutti sono sotto la responsabilità del centro, possono uscire ed entrare a piacimento ma rilasciando ogni volta la firma. In casa hanno organizzato dei corsi di italiano e durante la settimana gli ospiti hanno i turni per cucinare: il fine settimana no però, cucinano gli operatori.

I rifugiati non hanno molta voglia di parlare, i coinvolti nella rivolta meno che meno. Inizialmente si appellano alla scusa della lingua: “Non parliamo bene italiano”. “Français? English?” – Due di loro si convincono e si prestano a raccontarci le loro storie.

Il più loquace è Souleyman, 25 anni, dal Niger. Un ragazzo alto, con un po’ di barba e disponibile al dialogo. Racconta che in Libia, lui, c’è finito per caso: voleva trasferirsi a Marsiglia per giocare a calcio. Infatti Souleyman è un calciatore, ha giocato in squadre importanti in Niger, Mali e Burkina Faso e per riuscire a mantenersi lavorava come meccanico e fattorino. Nel novembre del 2008 decide di partire, vuole raggiungere Algeri e da lì prendere l’aereo per Marsiglia dove aveva dei contatti per “jouer au football”. Non ha i documenti necessari per arrivare alla capitale, per cui si ferma provvisoriamente a Tamanrasset, nell’Algeria del sud, poco al di sotto al Tropico del Cancro. Qui vi resterà per tre mesi, lavorando in un ristorante, e troverà un amico che gli proporrà di seguirlo in Libia. Pourquoi pas? – si dice Souleyman e nei primi mesi del 2009 si sposta verso Djanet, cittadina al confine tra Algeria e Libia. Da qui, insieme al suo compagno di viaggio, lo attendono due settimane di cammino per oltrepassare il confine ed arrivare a Gat, in Libia, da cui prendere finalmente una macchina per raggiungere Sebha. Il progetto di raggiungere Marsiglia sembra ormai naufragato nel susseguirsi di eventi e Souleyman trova qui lavoro come tutto fare in una famiglia. Vi resterà fino agli inizi del 2011, quando decide di spostarsi a Tripoli e dopo due mesi di tornarsene a casa, in Niger. Sta preparando le valige per andare a prendere l’aereo, esce di casa per recuperare del cibo ma viene fermato dalle milizie di Ghedaffi. Souleyman si ritrova in un container con altre 900 persone, in viaggio per due settimane. “Pensavamo tutti ci stessero portando a Bengasi per fare la guerra” – invece stavano per essere imbarcati verso l’Italia.

 Se Souleyman è stato trascinato dagli eventi sulla barca che lo ha condotto a Lampedusa prima, e a Manduria poi, non per tutti è stato così. Frank, un altro ospite della Casa a Colori, nigeriano di 31 anni, viveva a Tripoli da due anni e 4 mesi, espatriato in cerca di fortuna lavorando come sarto. Lui ha pagato per salire su quella barca: qualche soldo, la sua collanina d’oro e il suo telefono. Il prezzo per salvarsi dalla guerra civile. Ma chi vi ha fatti salire sulle barche? “Non lo so, in guerra è così, sono tutti vestiti da militari e non sai mai con chi stai parlando. Dovevo scappare”.

Souleyman ha trascorso due settimane nella tendopoli di Manduria, in Puglia. Ne ha un pessimo ricordo: “Manduria male, molto male. Il peggio di tutto: poco cibo, poco tutto.” Fortunatamente per lui,  è stato messo su un autobus diretto a Padova, che lo ha poi portato alla Casa a Colori. Frank invece ha trascorso 4 giorni a Lampedusa ed è stato poi portato ad Agrigento, in una tendopoli in riva al mare insieme ad altre 360 persone, con vitto a pane e latte. Poi in autobus fino a Verona, due notti intere di viaggio con solo acqua e poi, finalmente, anche lui è arrivato a Padova, alla Casa a Colori, dove ha incontrato Souleyman.

E adesso? Chi lo sa. Da febbraio saranno costretti ad andarsene e poco di certo c’è nel loro futuro. Souleyman è in trattative con l’A.S.D Calcio Mestrino, squadra di calcio di Mestrino (PD). Non vorrebbe andarsene, ormai si sente a casa qui. Frank è più fatalista, non ha idea di ciò che lo aspetta.

Non si può che augurare loro buona fortuna.

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