Il Ponte sullo Stretto si farà

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Non posso essere del tutto obiettivo nel descrivere Messina, che mi ha dato i natali, ma ci proverò.

Messina è considerata, in Sicilia, la città ‘babba’. Traducendo dal vernacolare, è la città ‘stupida’, con ciò suggerendo che lì il metodo mafioso, tradizionalmente, ha preso le distanze dalle modalità più cruente di persuasione. ‘Babba’ poi nel senso che sembrerebbe di primo acchito porsi in posizione un po’ defilata nel contesto gerarchico mafioso; ‘babba’ in contrapposizione alle rappresentanze catanese e palermitana, per definizione, invece, città ‘scaltre’. Ci sarebbe da esser grati a chi abbia attribuito tale qualità alla città di Messina: da questo punto di vista, essere ‘babbi’, se questo vuol dire distanza dall’apparato mafioso, è certo motivo di vanto e d’orgoglio. Ma ciò non è. ‘Babba’ non significa che a Messina la mafia non esiste. E’ invece fortemente presente, tentacolare ed invasiva, ma con un’altra faccia, ed altri obiettivi strategici, se vogliamo di più alto rango, di profilo più borghese e di spessore più elevato, sempre molto incline ad intessere intrecci politico-mafiosi. Non è la mafia che ci si aspetta e anzi, dal punto di vista dell’immaginario collettivo, s’impone a chi per la prima volta sbarchi a Messina il dubbio di trovarsi davvero in Sicilia, che si vorrebbe presa d’assedio da scippatori, grassatori e malviventi d’ogni sorta. Venite pure tranquilli: con ottima probabilità, non vi succederà nulla, e lo attestano i dati sulla microcriminalità, che in alcuni periodi è stata persino al di sotto della media nazionale.

Ma la società civile in città è non meno vittima che negli altri capoluoghi siciliani. E’ schiacciata da quell’intreccio che ho cercato di rappresentarvi, che si pone come dominus di interessi particolaristici, generando aree d’interesse impenetrabili dall’esterno, e perpetuando un corporativismo che ha storia secolare. Nulla, diversamente da come possa sembrare, gli si sottrae. Poche famiglie di spicco controllano tutto, in un’accezione che è più vicina al potere feudale che non alle cosche criminali. Tuttavia, che dir si voglia, controllano tutto, ciascuna nella propria area d’interesse e di privilegio, e nulla, ribadisco, gli si sottrae. Messina è la città dei monopoli. Se ne vedono in ogni dove. Nei trasporti, nell’editoria, nell’informazione, nel commercio, e perfino in politica. Quando non di monopolio, le posizioni dominanti sono comunque abbastanza consolidate da scartare nettamente chi segue. L’emergenza del corporativismo è il vero freno allo sviluppo della città, un retaggio storico che non le consente di avanzare se non a piccoli, piccolissimi passi, e sempre sotto l’occhio vigile dei potentati e dei baronati, sempre desti e ben attenti a non arretrare di qualche posizione sullo scacchiere del potere. E’ emergenza ancora più sentita, e grave, che non la legalità. Le poltrone più prestigiose sono consegnate ai loro occupatori per dignità successoria quasi inalienabile, e per periodi di tempo lunghissimi. Gli esempi sono innumerevoli, e se non li si fa in questa sede, non è per timore reverenziale, o piuttosto per timore e basta, ma perché fare i nomi non è il punto, come non lo sarebbe additare questo o quello, perché quest’ultimo è l’atteggiamento legittimo e adatto per contrastare le eccezioni, mentre questa che racconto non è eccezione ma invece, purtroppo, la regola.

Lo sviluppo mutilato della città si riflette inevitabilmente sull’occupazione, in special modo giovanile. L’idea di dover avere una raccomandazione per poter lavorare è talmente profondamente radicata da non sollevare nemmeno più perplessità. Ci vuole la spinta. Conosci qualcuno. Lo zio parrino (prete, NdT). La sorella monaca. Il Santo in Paradiso. La necessità di reperire sponsorizzazioni sul territorio per poter lavorare ha permeato la lingua, oltre che confuso il senso comune. La soluzione maggiormente praticata, quindi, per chi non può, o non vuole, accettare il compromesso, è la fuga. Otto su dieci dei miei amici migliori oggi vivono altrove, con alterne fortune. Me compreso. La città non riconosce e non premia il talento, ma piuttosto legittima le appartenenze, ed è cruciale che se ne parli – e lo faremo – affinché qualcosa cambi.

Il Ponte sullo Stretto è qualcosa di cui, venendo a Messina, non si potrà non parlare. La città è divisa, al riguardo. Divisa, intanto, tra informati, mezzi informati, disinteressati e male informati. Divisa, inoltre, politicamente, alla luce delle citate convenienze, e delle varie sponsorizzazioni che l’opera attrae. Divisa tra i fautori, i possibilisti, gli attivisti dei movimenti “No Ponte”. Personalmente, non sono pregiudizialmente contrario all’opera. Sarebbe pure bella, secondo me. Nemmeno, come altri, la ritengo del tutto inutile. Solo che la ritengo superflua. E il mio pensiero corre all’idea del turista britannico che parte dalla campagna inglese in auto, percorre il tunnel sottomarino della Manica, attraversa mezza Europa e le comode autostrade tedesche e giunge in Italia. Dove il paesaggio cambia, e anche le infrastrutture. Poi, arrivato a Salerno, scopre che in Italia i cantieri li chiamiamo autostrade, e le mulattiere deviazioni. Da cinquant’anni a questa parte. Arrivato faticosamente a Villa San Giovanni, meraviglia delle meraviglie, il nostro turista sfreccia sul Ponte, ed è a Messina, Sicilia, in pochissimi minuti. Fila permettendo. Presto scoprirà che in Sicilia i treni marciano su linee spesso a binario unico; che da Messina a Catania in treno ci si può impiegare tre ore per cento chilometri; che ci sono zone, nell’Isola, dove l’acqua è ancora razionata. E allora mi dico: bello, il Ponte. Ma lo vedo come un lusso. C’è tanto, tantissimo di più importante da fare prima. Nessun buon padre di famiglia, metalmeccanico, si compra la Porsche se c’è da vestire e sfamare i bambini. Nel frattempo, gli studi si sprecano, gli appalti si aggiudicano, si pagano penali mostruose e gli sprechi sono sotto gli occhi di tutti. Ma il mio è solo un punto di vista personalissimo, e nemmeno troppo approfondito.

Ma Messina è anche terra di eccellenze, e tanti sono i suoi cittadini illustri, che ne hanno onorato l’onomastica nel mondo. E’ poi, inoltre, bellissima. Incastonata tra i mari e le montagne, una perla di eccezionale pregio dal punto di vista paesaggistico ed ambientale. Come di pregio è la sua provincia, la più grande dell’isola, che comprende bellezze incomparabili come Taormina, Milazzo, e le Isole Eolie. Di pregio e di tempra eccezionale sono i suoi abitanti, stretti sì nella morse appena esposte, ma dotati di enorme dignità e capaci, impassibilmente, di risorgere, sempre, dalle proprie macerie, come già dal violentissimo terremoto che nel 1908 devastò la città, e di cui cinque anni fa s’è celebrato il centenario, e come già dalla presto dimenticata alluvione del 2009, che seppellì due mezzi villaggi della primissima periferia Sud, e in cui persero la vita 28 persone.

Messina è città di passaggio; chiunque sia stato in Sicilia per via di terra dev’essere stato a Messina, che ne è la porta. E’ il destino della città: a Messina non si resta, ci si passa, si transita verso mete più attraenti. “Sei di Messina?”, ci sentiamo dire frequentemente. “Ci sono stato, di passaggio”, continuano, immancabilmente. Così i suoi abitanti conoscono la diversità per abitudine millenaria, e sono i più ospitali che si possa credere, e gli amici più fidati che si possa desiderare, quando, e se, se ne ottiene l’amicizia.

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da Avanguardie

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