Analisi mondane di uno studente fuori corso

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“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio” (P. Dick)  

Negli anni universitari, con maggiore frequenza nel periodo che va dal 2007 al 2010, ho trascorso la maggioranza dei miei weekend nelle discoteche. Per assecondare le mie attitudini artistiche avrei preferito bazzicare musei e teatri. Tuttavia, in mancanza di alternative, e spinto dall’urgenza di allentare i freni inibitori con l’altro sesso, mi decisi ad investire tempo e danaro nei locali della movida partenopea.  

Dei giorni di cui si componeva il weekend il sabato era quello che trascorrevo a casa. Il venerdì era invece destinato a iniziative di basso profilo, come puntatine ai baretti di Piazza San Pasquale o bevute di gruppo nelle birrerie di Piazza del Gesù. Alcuni studenti universitari usavano anticipare l’arrivo del weekend al giovedì, organizzando apposite serate riservate ai colleghi di facoltà. Ma nonostante le parentesi infrasettimanali la domenica si candidava a diventare il momento clou del weekend.  Di regola, a destinare l’ultimo giorno della settimana a finalità ricreative erano per lo più studenti, non potendo i lavoratori dipendenti, fossero essi pubblici o privati, permettersi nottate insonni e alzate di gomito senza che ciò compromettesse le prestazioni lavorative del lunedì. Questa situazione concedeva agli studenti il vantaggio di ritagliarsi un momento di svago del tutto “esclusivo”, giacché, rispetto alle serate del sabato, frequentate da individui di bassa estrazione sociale e da soggetti con spiccata attitudine alla rissa, gli eventi domenicali offrivano un target più elevato.  

Venendo a me, la domenica era scandita secondo un programma fisso. Dopo i rituali di vestizione nella mia stanza, scendevo di casa per ritrovarmi col resto della comitiva presso un bar dei dintorni. Quindi sorseggiavo un aperitivo e facevo un po’ di conversazione con gli altri per rinsaldare lo spirito di gruppo. Dopodiché si scatenava il toto-sondaggio su quale dei locali della zona presentasse le migliori credenziali per diventare meta della serata. Ad orientare la decisione era la disponibilità del portafoglio e la presenza di un “pr” che offrisse maggiori garanzie di ingresso. Di solito però, dopo eventuali telefonate di ricognizione, la scelta ricadeva quasi sempre sul “Joia”.  

Il santuario della movida napoletana, il cui culto era alimentato da foto, link e altre mitologie internettiane, sorgeva sulla strada provinciale che collega Giugliano a Sant’Antimo, facilmente raggiungibile dal capoluogo mediante l’asse di supporto (meglio noto, nella vulgata automobilistica, come Asse Mediano). Le serate al Joia erano di solito annunciate sulla home page di facebook da stati del tipo “serata joiosa”, “joia di vivere”, “toda joia”, e altre frasi che potessero implicare, anche indirettamente, il nome del locale. L’orgoglio con cui taluni pubblicizzavano la propria partecipazione all’evento, o certificavano la propria presenza mediante tag o foto caricate in istantanea sulla rete, è sufficiente a farvi capire quanto il “Joia” costituisse un’imperdibile occasione di gratificazione sociale.  

Ad ogni modo anche chi non avesse letto facebook era in grado di percepire la frenesia della serata poco prima del suo inizio. Quando mi avvicinavo all’ingresso, venivo accolto da capannelli di ragazzi ingiacchettati e bellissime ragazze scosciate, che si aprivano in due ali di folla per consentire il transito degli autoveicoli. Ma motivo di ingorghi e rallentamenti, oltre all’estasi di quella visione, era quasi sempre il rebus del parcheggio, poiché quello interno era riservato al personale e ai macchinoni di lusso come Porsche Cayenne, Ferrari o Audi A5. Così, dopo vane contrattazioni con i piantoni fermi fuori al cancello, chi disponeva di un’utilitaria di produzione sud-orientale come la mia era condannato a peregrinare lungo la strada alla ricerca di un posto. Questa discriminazione a danno di alcune auto era motivata dalla volontà dei gestori del “Joia” di difendere il locale da tutto ciò che potesse minacciarne l’immagine chic. La noia maggiore, ad ogni modo, non era tanto quella di lasciare la propria auto incustodita sopra un marciapiede, quanto quella di scontrarsi con un consorzio di parcheggiatori abusivi che di notte si appropriava di spazi pubblici cedendone la disponibilità solo in cambio di una tangente. Ero così obbligato a versare nelle casse del consorzio un contributo ‘’a piacere’’ di non meno di tre euro. E, se provavo ad eludere il pagamento del balzello, o a versare meno di quanto richiesto, le rimostranze dell’esattore potevano diventare particolarmente fastidiose, fino a degenerare in ritorsioni e minacce.

Dopo lo scontro con i parcheggiatori, giungeva finalmente il momento della verità. Dentro o fuori? La tensione che si respirava nella fila era altissima. La maggior parte dei ragazzi si fingeva disinvolta. Tutti sapevano che un cenno di nervosismo, un gesto inconsulto, un tono di voce troppo alto avrebbero potuto significare la peggiore delle umiliazioni: l’esclusione dal locale. A volte l’esclusione non dipendeva dalla condotta mostrata in quegli istanti, bensì da fattori incalcolabili, come un giudizio negativo sull’abbigliamento, un andamento poco opportuno, la presenza di una ragazza dall’aspetto sgradevole. L’accesso al locale era subordinato alla decisione dei selezionatori, che come giudici kafkiani decidevano le sorti della serata sillabando poche parole. Se non era “prego”, sarebbero state: “da questa parte”. Per chi osava contestare la sentenza scattavano procedure di allontanamento coatto eseguite da altissimi body guard. Viceversa, chi superava la selezione, scioglieva l’ansia nell’ebbrezza narcisistica di calpestare il red carpet che conduceva alle porte di ingresso.  

Volenti o nolenti, dunque, a un numero cospicuo di ventenni veniva negato l’accesso all’evento. Gli esclusi dal Joia, condannati all’invisibilità, rappresentavano i nuovi vinti debordiani. L’unica possibilità di riammissione era affidata a disperate telefonate al proprio “pr”, che svolgeva la funzione di intermediario fra il regno dell’umano e le autorità del locale. Ma quasi sempre il “pr” non godeva di molto credito, e difficilmente sarebbe riuscito ad ottenere concessioni da parte del selector che avesse decretato l’espulsione di un invitato della sua lista.  

Trattamento differenziato spettava invece a chi avesse avuto la disponibilità economica per prenotare un tavolo. Non avrebbe incontrato noie all’ingresso e avrebbe avuto il privilegio di fare una fila meno selettiva. In più, ad accoglierlo all’interno, ci sarebbero state delle accompagnatrici dai tubini striminziti, che spuntavano all’orizzonte ancheggiando su altissimi tacchi a spillo. La bellezza fuori dall’ordinario, simbolo di un desiderio inaccessibile, era una prerogativa di buona parte delle frequentatrici del Joia, non solo delle stangone addette ai tavoli. Quando entravo, avevo l’impressione che gli esemplari più belli del jet-set locale, per lo più studentesse, fotomodelle o semplici mantenute, si fossero date appuntamento ogni domenica per riprodurre un festino di Palazzo Grazioli. Sfilate di moda e set televisivi, con molta probabilità, avevano ispirato il loro portamento, giacché ogni gesto, dal modo di aprire la borsetta Louis Vuitton a quello di sorridere, era meditato, prima di essere offerto all’obiettivo di una telecamera tanto inesistente quanto necessaria.  

Anche i ragazzi curavano con severità la propria immagine. Durante la serata mi aggiravo fra faccioni lampadati, sopracciglia sottilissime, capelli lunghi e laccati, pettorali glabri esplosi da camice slim-fit. Comprendevo in quei momenti a cosa avesse portato la liberalizzazione dei costumi sessuali dal ’68 in poi. Dopo cinquant’anni di cerette e saloni di bellezza, eravamo diventati tutti femmine.  

Decisamente più definita, rispetto ai generi sessuali, era la planimetria del locale. La pista da ballo era posizionata sulla sinistra, sotto la postazione del deejay; quattro pedane erano invece destinate ai tavoli, di cui tre si sviluppavano lateralmente ed una al centro. Quest’ultima, la più prestigiosa, a differenza di quanto possiate immaginare, non era sopraelevata. Era invece scavata in un semicerchio a mo’ di anfiteatro greco-romano, tale da garantire agli occupanti una posizione “scenografica”, decisamente migliore di quella che avrebbe potuto offrire una pedana rialzata. Poiché la maggiore visibilità aveva un costo, l’unico criterio di accesso era economico. L’area di prestigio era riservata ai soli clienti che fossero disposti a sborsare un supplemento rispetto ai prezzi praticati per gli altri tavoli: per esempio 200 euro, anziché 150, per una bottiglia di vodka Absolute; oppure 500, anziché 400, per una bottiglia di vodka Belvedere da un litro e mezzo. I più sfacciati, per lo più giovani camorristi imborghesiti, parvenus arricchitisi col mattone, o calciatori del Napoli in libera uscita, sfidavano il sentimento di pubblica decenza sborsando 400 euro per meno di un litro di champagne Krug. Tutti prodotti che in un supermercato avreste pagato dai 50 ai 150 euro, ma che, per un inspiegabile fenomeno inflazionistico, subivano, al Joia come in altri club, un rincaro del 200 %.  

Altro dettaglio non trascurabile è che le bottiglie non sempre venivano consumate. Alle volte erano acquistate con l’unico scopo di fornire una dimostrazione di potere economico. Visti i prezzi, infatti, il loro acquisto si tramutava in un surplus di prestigio. Ciò innescava un’autentica competizione fra i tavoli, da cui usciva vincitore chi fosse disposto a versare finissimo champagne sulla moquette del locale senza gridare allo spreco.  

Molto pittoresche erano le modalità di trasporto. Le bottiglie erano porte su un vassoio incoronato da un  kit di bengala. Alla vodka si accompagnavano massicce scorte di analcolici, come Red Bull o Lemon Soda, destinate alla preparazione dei drink. In altri locali come il Follja, i bottiglioni più costosi, come Clicquot o Belvedere, venivano trasportati su vassoi dalle forme bizzarre, per esempio gabbie tempestate di luci o campane di vetro, ed esposte, a mo’ di biblico vitello d’oro, dal cameriere incaricato del trasporto. In questo modo i ragazzi sparpagliati in pista potevano immortalare con i videofonini il trionfo dello spreco. Se poi i clienti che usufruivano del servizio erano anche di bell’aspetto, non c’era niente che potesse ostacolare la loro ascesa ai vertici di quel microcosmo sociale. Bellezza e ricchezza erano i valori assoluti su cui si reggeva l’ethos del “Joia”. Una volta abolita ogni forma di comunicazione verbale, tutto ciò che conta era l’immagine.  

Sulla base di queste premesse, non faticherete ad immaginare i tentativi di approccio con l’altro sesso in cui si producevano i ragazzi più brutti. Nonostante gli accorgimenti di tipo estetico, come un naso rifatto o un vestito particolarmente costoso, gli sventurati a cui fosse toccato in sorte un aspetto sgradevole erano condannati a subire rifiuti stizziti e risatine di scherno da parte di ragazze insensibili a qualsiasi tipo di complimento. L’unica speranza di riscatto sociale era ostentare ricchezza, nonché circondarsi di compagni avvenenti che facilitassero l’approccio con le ragazze. Ma i sentimenti di amicizia, in quelle circostanze, potevano essere messi da parte. Anche gli amici più comprensivi, infatti, non si facevano scrupolo di isolare lo sventurato compagno pur di soddisfare il proprio istinto predatorio. A quel punto, i più brutti non avevano alternative se non masturbarsi nei bagni del retro, oppure, nel dopo serata, ottenere una prestazione sessuale a pagamento da una prostituta di colore di Castelvolturno.  

Difficoltà di approccio potevano però ostacolare anche le iniziative dei maschi più piacenti. D’altronde, nel “mercato aperto” generato dalla liberalizzazione sessuale, disporre di una vagina equivale a possedere una posizione di privilegio. Significa non partecipare alle spese della serata; farsi offrire da bere; selezionare il maschio più avvenente. In un regime femminocentrico come questo, dove il potere di scelta delle ragazze è assoluto, il belloccio del “Joia” era disposto ad accontentarsi, extrema ratio, anche di una cozza pur di non andare in bianco. Mentre, di contro, il disagio per tipi come me, che non brillavano in bellezza né in ricchezza, poteva diventare insostenibile. Non a caso il “Joia” è il locale in cui ho rimorchiato di meno e speso di più. La mia utilità marginale, si potrebbe dire, è stata prossima allo zero.  

La fase conclusiva della serata non offriva momenti significativi, se non il fastidio di ritornare a casa piuttosto alticci. Infatti l’alcool assunto in quelle ore era troppo per essere smaltito in fretta. Perciò, in preda alla cosiddetta “fame chimica”, i giovani clienti del “Joia” erano soliti rimpinzarsi con cornetti caldi e pizzette al forno per recuperare un po’ di lucidità. Non di rado, per riprendersi completamente dallo stato di intontimento, si procuravano una dose di cocaina in una delle piazze di spaccio situate in periferia. Le “botte” venivano poi consumate in gruppo all’interno dell’auto, o, in circostanze migliori, in un appartamento.

Tuttavia, nonostante le possibili varianti di cui poteva arricchirsi il dopo serata, l’impressione era che, uscendo dal Joia, non si ritornasse alla vera vita, ma che fosse la vera vita ad essersi interrotta. Non a caso, sui profili di facebook, non comparivano foto diverse da quelle che ritraevano i ragazzi all’interno dei locali. Come se le esperienze destinate ad arricchire la loro memoria virtuale si limitassero alle ore trascorse sotto l’effetto dell’alcool. A ulteriore conferma di questa lettura, nel corso della settimana, oggetto di dibattito diventavano i momenti più salienti della serata, come gli aneddoti sulle ragazze o i pettegolezzi sull’abbigliamento esibito. Dopodiché, a ridosso del weekend, cominciava nuovamente la mobilitazione per l’evento successivo. Ciò costringeva i ragazzi ad approntare piccole forme di risparmio per far fronte alla nuova serata. Infatti, siccome l’esborso medio per ciascuno di loro era di circa 50/60 euro a sera, il giovane, se non era di famiglia benestante, avrebbe dovuto rinunciare a molti altri svaghi pur di non essere escluso da un altro evento “joioso”. Nei casi estremi, come è stato accertato dalla magistratura, arrivava financo a rubare.  

Tutto ciò sembra molto triste. Ma questa, ad ogni modo, è solo la mia esperienza.

 

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da Avanguardie

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